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Su “Cammino tra le ombre” di Giovanni Cenacchi

Lorenzo Bertolani
(28.10.2008)

Per poter scrivere su Cammino tra le ombre (Mondadori, 2008), libro postumo di Giovanni Cenacchi, mi è necessario fare un passo indietro ed accennare al volume I Monti Orfici di Dino Campana, alla cui pubblicazione collaborai con l’allegato cd-rom Dino Campana Poeta, edito a Firenze nel 2003. Il libro contiene una grande novità nell’ambito degli studi sul poeta marradese: l’autore ripercorre il gesto campaniano del camminare nei sentieri dell’Appennino Tosco-romagnolo per meglio comprenderne l’arte, commentando, prima attraverso un saggio poi con la descrizione di dieci passeggiate, gli scritti di un autore che trova nel contatto con la natura primigenia uno degli stimoli principali per la composizione dei suoi scritti.

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Giovanni, Campanile San Marco, via l’Azzurro del Cielo, foto di Gimmi De Col

Giovanni è fedele alle parole di Friedrich Hölderlin, poeta amato sia da Campana che da lui stesso: “L’uomo abita poeticamente su questa terra”.

I Monti Orfici sono un testo originalissimo che soltanto Cenacchi poteva scrivere in quanto conoscitore dei luoghi campaniani, i suoi monti, profondo conoscitore dell’opera e della vita del poeta di Marradi e poeta e scrittore egli stesso.

Giovanni come Campana identifica nella montagna “raccoglimento ed elevazione, estasi e inerzia.”

Ma cosa significa per Giovanni essere poeta?

Due indizi per una risposta:

1)il finale de I Monti Orfici in cui egli cita Campana: “Chiedi che è così dolce sentirsi una goccia d’acqua una sola goccia ma che ha riflesso per un momento i raggi del sole.”;

2)le sue stesse parole: “Il compito dell’artista è dunque quello di salvare, mettere al sicuro il mondo nel proprio spazio interiore e in quello dell’opera, proteggere le cose dalla distruzione che lacera.”

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Giovanni, Corno alle Scale (2001), foto di Mario Vianelli

“La distruzione che lacera”.

La realtà sta nel fatto che Giovanni Cenacchi non solo ha voluto con la sua opera di scrittore salvaguardare il mondo dalla “distruzione che lacera”, ma scrivere e comunicare nel pieno della “distruzione che lacera”, da quello che lui stesso un giorno in una sua lettera mi definì come “il cuore dell’orrore”: questo accade in Cammino tra le ombre.

Si tratta di un libro lacerante, straziante, un cammino nel dolore, nella ribellione, nell’incessante richiesta di un’indicazione, di una via nuova, una via di uscita.
E’ un cammino che Giovanni percorre coraggiosamente non sottraendosi al cuore della battaglia.

Torna alla mente la frase del filosofo Hans-Georg Gadamer che Giovanni spesso citava: “… interpretare non significa scoprimento di senso ma investimento di senso, volontà di potenza, creatività.”

In Cammino tra le ombre Giovanni, dal “cuore dell’orrore”, dal suo “de profundis”, investe il suo senso, la sua volontà, persino la sua creatività.

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Giovanni, Monte Elmo (1997), foto di Mario Vianelli

Giovanni è fedele alla sua indole, alla sua innata missione: commentare con la scrittura ogni passaggio della vita, anche quell’affacciarsi ad “una finestra invisibile”, che è stato l’ultimo percorso fisico e anche non fisico, in un certo modo “metafisico”, della sua breve esistenza.

Giovanni è al tempo stesso scrittore-camminatore e poeta-scalatore ma, mancando infine il conforto reale della montagna “come metodo di liberazione dal tempo, l’incubo in cui è confinata la condizione umana”, Giovanni investe la sua volontà nell’opera scritta, il suo senso, la sua domanda incessante; e Giovanni compie questo gesto in forma di diario (certo, un diario “sui generis”). Perché? Lui stesso ci fornisce risposta:

“Il diario: trovare rifugio nella propria calligrafia. Quanto siamo deboli: non ho altro che parole per difendermi dalla fine.”

“Rieccomi all’appuntamento con le mie parole. Mi leggo; tocco, dipanato lungo le righe, ciò che resta del mio corpo.”

Le parole sono per Giovanni estensione di sé, in esse Giovanni ritrova la sua fisicità, l’appuntamento con se stesso.

Quindi: perché il diario? Per ordinare e ritrovare la propria vita fatta di corpo-scrittura e mente-concetti.

Addirittura queste diventano le pagine più significative fra tutte, nel momento in cui Giovanni asserisce: “leggo e rileggo queste pagine… fra tutte le altre pagine del mondo non troverò un briciolo di cibo più che in queste.”

E in queste pagine si compone il suo rivolgersi continuo a Dio, il cercare risposta continua all’esistenza e alla non esistenza, alla sua epifania, al perché della sua non manifestazione.

Inesausto chiede una spiegazione: “Forse stai solo cercando di farmi abituare alla morte.”

In questo cammino Giovanni dà anche una definizione della sua fede che non è credere in Dio, ma è “la fiducia che ripongo nel credere a un Dio del genere”.
In questo cammino c’è un mutamento dell’atto del rivolgersi a Dio: più rabbioso inizialmente, più sottile poi. Giovanni infatti scrive: “All’inizio di questo quaderno, scrivevo di Dio come di una potenza capricciosa e malvagia. Ora lo tratto come un debole, un soccombente al male bisognoso di noi, i più deboli.”, un percorso che si muove parallelamente con quello che Giovanni definisce il “progressivo indebolimento del mio io.”

Spiccano nel cammino righe dolcissime come quelle in cui Cenacchi chiede al Signore di prenderlo in braccio, come Enea col padre Anchise in fuga da Troia, e portarlo con sé, condurlo dolcemente oltre la soglia del male.

All’interno di questo dialogo ci sono echi lontani dei fatti del mondo, come la morte di Karol Wojtyla e l’elezione a papa di Joseph Ratzinger: “Morte del papa: piazza San Pietro gremita. Ammiro dei cattolici il mite orgoglio con cui levano gli occhi al cielo. L’umiltà e la fermezza con cui chiedono conto a Dio dell’orrore del mondo, del male.”

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Giovanni, valle del Santerno sotto il monte della Faggiola (2001), foto di Giuseppe Savini

“La vigna del Signore la chiama Ratzinger. Solo da vivi eravamo ammessi a lavorare nella vigna del Signore.”

Si leggono inoltre pagine dalla straordinaria bellezza descrittiva, pagine che confermano come Giovanni sia grande scrittore: “Anche dal fondo dell’orrore, non posso non ammettere che il mondo sia uno spettacolo meraviglioso. Un pomeriggio di pioggia su un pascolo in alta montagna. Luce a drappi e a festoni, a colonne e a statue; luce a fiammate, a fontane, in grumi, in polvere iridescente per le stanze del bosco. Il cielo che si carica d’attesa, di grigio-luce, del volo caotico e assordante dei gabbiani sul mare. Come può il mondo non essere stato disegnato?”


Ma soprattutto ci sono le parole rivolte a Viola, sua piccola figlia: lo strazio per il vicino abbandono, per il dolore che potrà sorgere in lei: “Ti odio, Dio. Per il dolore che infliggerai alla mia bambina.”; la felice stanchezza dopo una giornata trascorsa in montagna in sua compagnia: “Stare con la mia bimba significa scegliere la vita, stare dalla parte della cura. Sono sfinito e felice.”; una notte di veglia trascorsa a guardarla dormire: “Ho passato la notte a guardarti dormire. Non mi sono sentito così riposato da mesi.”; osservarla per ore in una foto in cui lei ha un’espressione più adulta per immaginarla nel futuro; la reale, unica speranza riposta in lei, suo vero e fisico futuro, suo avvenire: “l’amore è fatto di avvenire”. Viola è il suo amore perché è il suo avvenire.


Credo infine che Giovanni abbia scritto il ’vero libro’, quello che dà conto del profondo dell’essere, quello che nessuno vorrebbe mai scrivere, ma che lui ha scritto con coraggio e caparbietà, sancendo perentoriamente la vittoria della sua voce contro il silenzio della morte, la sua ascesa alla montagna, quella che lui aveva definito “la vittoria sul tempo”.

Infine, nel testo in prosa, fioriscono dal suo stato di “macchia d’olio in una pozzanghera gelata” le sue poesie.

Giovanni scrive un anno esatto prima della sua morte:

“Esisterò ancora? Forse imparerò a sentirmi un velo di vapore sospeso nell’aria,
imparerò a essere

foglia secca

fruscio di foglie

inascoltato, per nessuno, se non per il mio essere.

Sarò ancora se ci sarò, ma nelle cose.

Come guadagnarsi una coscienza di sasso, albero, casa, brocca. Al più colonna, torre…”

Giovanni lo immagino come libro, scritto, picco, neve, cielo: tutto ciò che il suo vasto pensiero possa aver toccato, tutto ciò che è stato sua essenza, suo luogo.
Quindi ovunque.

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Ricordo di Giovanni, Mausoleo Cenacchi, gruppo delle Marmarole, foto di Pier Paolo Rossi

Citando ancora dalle pagine di Cammino tra le ombre: “Penso ad amici come Emilio, il Tato, e a moltissimi altri. So, grazie a loro, di essere stato un uomo fortunato. Grazie a voi, miei angeli custodi.”

Angeli custodi…

Giovanni amava molto le poesie di Wallace Stevens, una in particolare è L’Angelo necessario. Ne riporto alcuni versi:



“Sono uno di voi ed essere uno di voi

Vale essere e sapere quel che sono e so.



Eppure sono l’angelo necessario della terra,

Poiché nel mio sguardo vedete la terra nuovamente



Libera dalla sua dura e ostinata materia umana…”

Oggi sento e vedo Giovanni come “angelo necessario”.

Angelo padre necessario, angelo figlio necessario, angelo compagno necessario,
angelo alpinista, scrittore necessario.

Angelo amico, poeta sempre più necessario.





Lorenzo Bertolani

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30.07.2017