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Elsa Morante, "La storia"

Elisabetta Blasi
(28.10.2008)

PRESI PER FAME


Amarissima constatazione, quella del titolo che do alla presente recensione ed evinco da questo mastodonte intriso di tragedia e d’ironia.

Mastodontiche pure le tematiche trattate da questo discusso romanzo di Elsa Morante.
Über alles lo sberleffo alla Storia; quella consistente in mero sciorinar di fatti e misfatti dei Potenti della Terra.

Storia pur fedelmente compitata da Elsa, a mo’ di stanza degli orologi (1) di Maria (Bellonci, che ebbe la bontà di conferire alla Nostra lo Strega del 1957, peraltro), a dare il la ad ogni partitura dello snodo letteral-viario.

Lezio di certuni insegnanti, far giocare i discenti al come-sarebbe-andata-se. Lezio che avoco a me, ponendovi la questione: se l’Italia non fosse entrata nell’orbita statunitense, che fine avremmo fatto?

Non è assolutamente apologia, ma invito alla riflessione.

Ecco le lapidarie parole che Elsa affida al “suo” Ninnuzzu/Ninnarieddu:

«… La rivoluzione per adesso non viene perché qua i padroni sono gli Americani << che nun la vonno>>. E Stalin nemmanco lui la vuole, perché lui pure è un imperialista come questi altri. La Russia è imperiale come l’America. La loro lite è tutta una moina. Intanto loro due si fanno l’occhietto, e si spartiscono il malloppo: tu di là e io di qua; e poi se tu sgarri, famo a chi tira meio l’atomica, e così dal balcone ci godiamo gli atomi col binocolo. I Caporioni tra loro se la intendono e sono tutti compari» (pagg. 373-374)

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Opera di Antonella Burato

Non è apologia, dato che il benessere-superfetazione (fu notoriamente il Piano Marshall a far da volano al cosiddetto boom economico nostrano) lo pagammo e paghiamo in termini di laceranti disuguaglianze, di anni di piombo, strategia della tensione, Sessantotto scimmiottato da Francia e Germania, e mai del tutto compiuto, anzi! E che dire poi dell’onda lunga della triade: Tangentopoli, berlusconismo e leghismo?

Un drammatico fil rouge, ma pure noir, che magicamente ci conduce ai Caporioni nominati dal povero Ninnuzzu Mancuso, uno dei personaggi della Storia.
Un’icona del deviantello, orfano di padre e figlio di madre debole, schiacciata dal peso sociale del sessismo, cum aggravante di guerra, ambiguo stupro fatalmente corredato di figlio bastardo, perpetrato su Ida Ramundo, vedova Mancuso, figlia di giudea, mezzosangue statuita dall’obbrobrio delle leggi razziali della scimmia-Mussolini.
Eh già: eccovi un’altra suggestione: La planète des singes. Sostituite il lemma planète con quello di État, e ci troverete scolpito il regime fascista.
Conseguentemente, Ninnuzzu la fa tutta, la carriera criminogenetica. In tempi non bellici, sarebbe stato manovalanza armata di qualche mafia/camorra/’ndrina (2). Invece, diviene partigiano, facendo un salto della quaglia che nulla ha di patriottico, ma solo di guascone, dato che aveva esordito come camiciola nera reclutata repubblichina (di Salò).

Quanto alla mezzosangue, la maestrina Iduzza Ramundo, subisce vita natural durante una caterva di shock come una spugna, fino all’impazzimento totale, la resa sua e della povera Bella (pastora maremmana) al Dolore cosmico della perdita dell’epilettico figlio dello “stupro”, il dolcissimo genialoide Useppe.

Come lei altre derelitte, che avrebbero fatto impazzire di piacere il De Sade autore della Nouvelle Justine. Una fra tutte: la giovane Carulina, gettata fin dalla nascita nella cloaca della promiscuità sessuale di miserrime famigliacce allargate. Per l’occorso bellico emigrate momentaneamente dai bassi napoletani nella stanzaccia-rifugio nella banlieue (passatemi il termine, sebbene di qualche ventennio precedente lo sviluppo delle suddette) romana di Pietralata.

Virgoletto stupro semplicemente per un motivo: Iduzza non denega completamente se stessa, restando immersa in una zona placentare, laddove consenso/dissenso sono un’indistinta nenia fisica e mentale.

Ciò, beninteso, non leva una virgola dall’abominio della violenza di genere! In pace come in guerra.

Ma non v’è pace, per le donne, mai!

Ultima nota: raramente capita di trovare due cani (il meticcetto Blitz e la pastora maremmana Bella) ed una gatta (Rossella), a pieno titolo personaggi della narrazione. Nel senso che l’Autrice dà loro voce e pensieri. Alla Bulgakov, verrebbe da soggiungere. Invece no: questi poveri animali sono sacrificati alla Storia come i piccoli esseri derelitti che rappresentano la famiglia Ramundo-Mancuso.

Toccanti pure le parabole di altri derelitti/icone, vittime della devastazione psicofisica della guerra: l’ebreo Davide Segre, alias Carlo Vivaldi, alias partigiano Piotr; il soldatello dell’ARMIR (3) Giovannino Marrocco; il vecchio Eppetondo; una coppia di madre e figlia (quest’ultima, la roscetta fidanzatina del partigiano Ninnuzzu-Asso di Cuori) unite pure in morte per stupro e sevizie da parte di una orrenda soldataglia germanica vagante sui colli romani.



(1) Alludo al romanzo “Rinascimento privato”

(2) Singolare di ‘ndrangheta; singola cella del più complesso fenomeno associativo criminale calabrese

(3) Acronimo per indicare il corpo di spedizione mandato da Mussolini nell’Unione Sovietica in appoggio all’alleato nazista. Un povero manipolo di soldati mal armati ma soprattutto mal equipaggiati per il feroce inverno russo, che fu il loro primo killer. Pochissimi, i sopravvissuti a quell’ennesima scelleratezza.





EDIZIONE ESAMINATA e BREVI NOTE.
Elsa Morante (Roma 1912-1985), romanziera, poetessa e saggista italiana. Dopo aver esordito con i racconti di Il gioco segreto (1941), e dopo il matrimonio con Alberto Moravia, si dedicò alla costruzione di un grande romanzo familiare. L’opera, Menzogna e sortilegio (1948, premio Viareggio), uscì in piena era neorealista, ma risulta assolutamente irriducibile ai modelli del neorealismo letterario. Romanzo d’esordio, stupefacente per maturità e per originalità, Menzogna e sortilegio costruisce la sua straordinaria tensione stilistica intorno al contrasto insanabile fra realtà e illusioni, fra un mondo rappresentato nella sua concreta durezza e i fantasmi mentali dei protagonisti, di cui la stessa letteratura è l’ultima, paradossale incarnazione.

In seguito Elsa Morante pubblicò pochissimi libri, tutti accompagnati da un lungo e complesso lavorio linguistico e tutti capaci di concentrare realtà e magia in simboli ad alta densità. Giustamente famoso è anzitutto L’isola di Arturo (1957, premio Strega). I racconti di Lo scialle andaluso (1963) riprendono testi scritti fra gli anni Trenta e Cinquanta. Di grande rilievo è anche La Storia (1974), che suscitò un violento dibattito per il suo radicale pessimismo. Con l’ultimo romanzo, Aracoeli (1982), la scrittrice approdò a una visione del mondo se possibile ancora più sconsolata. Si ricordano inoltre le poesie di Il mondo salvato dai ragazzini (1968) e i saggi di Pro o contro la bomba atomica (1987, postumi).

Elsa Morante “La Storia”, edizione speciale per “La Repubblica”, Roma, 2002, su licenza della Giulio Einaudi editore. Volume 37 della collana Novecento de “la biblioteca di Repubblica”.

Prima edizione. 1974 (Einaudi)





Elisabetta Blasi è nata a Grottaglie (Taranto) nel 1968.
Laureata cum laude in Scienze Politiche (indirizzo storico-politico) con una tesi sul femminismo americano negli anni Settanta del Novecento, ha curato vari studi sul gender mainstreaming (applicazione della pari opportunità fra uomini e donne) nel campo del disagio sociale (in Francia), nell’istruzione scolastica, universitaria e nella formazione professionale (in Italia).
Ha collaborato colla rivista web www.lankelot.com come critica letteraria ed opinionista.
Attualmente collabora con le riviste web www.kultunderground.org, www.kultvirtualpress.com , www.transfinito.eu , www.lucidamente.com e con vari periodici locali, dove cura la pagina culturale.
Riveste l’incarico di Responsabile Cultura nel circolo del Partito Democratico della sua città.


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19.05.2017