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Saul Bellow, "La resa dei conti"

Monica Cito
(21.10.2008)

LA RESA DEI CONTI

Saul Bellow, edizione supplemento a Famiglia Cristiana, 5/9/2004



L’INTERPRETE



Una scrittura fine e delicata, dotta ed a tratti filosofica, regge con compiuta armonia un tema complesso: quello di una vita al margine o distrutta, a seconda di come voglia essere intesa, a seconda del punto di vista dell’interprete.

E qui il lettore è chiamato ad essere un interprete, non può soltanto lasciarsi trasportare dal racconto.

E l’interprete è – nelle due forme di accusato ed accusatore – anche nel libro.


Un distico importante, regge il fatto narrato: un dialogo quasi socratico tra due entità, una delle quali è sempre Tommy Wilhelm, attore principale, e l’altra il suo persecutore/moralizzatore/approfittatore di turno.

Tommy Wilhelm, primo attore della sua esistenza, che non sa far niente, è un buono a nulla e per questo, soltanto per questo, pare essere il primo personaggio del testo.

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Hiko Yoshitaka, "L’enigma dell’apertura", 2008, bronzo a cera persa, dettaglio

Seppur vera, però, quest’analisi non è del tutto esaustiva.

Egli è un tristo, detta alla Verga. È un uomo schiavo degli psicofarmaci e di sua moglie. È un uomo che vive alla giornata? È soltanto uno dei separati che deve versar soldi a sua moglie?

Il dramma familiare è qui un dramma complesso.

La separazione fra due coniugi, dei quali l’autore pone in luce apparentemente soltanto la psicologia del marito, è avvenuta perché giusta, in quanto inevitabile, per il vero motivo per cui ogni vera separazione personale deve avvenire: l’amore tra i due è finito.

Delicata è qui la descrizione dell’uomo Tommy Wilhelm, sostanzialmente fallito, praticamente superiore al “padre” arrivato.

Il vecchio padre lo giudica per le sue scelte di vita, che considera errate; e lascia che egli si colpevolizzi.

Se però stiamo attenti, e non ci lasciamo trasportare dai luoghi comuni che vedono nella separazione personale il fallimento supremo della vita, ci rendiamo conto che questa scelta operata da questo genere d’uomo è stata l’unica saggia decisione presa nella vita.

Apparentemente “volgare”, l’uomo principe della struttura narrativa è, in realtà, il migliore rispetto ai deuteragonisti che lo accompagnano, o ai quali si accompagna.

Possiede un’etica superiore al padre, cerca il dialogo, medita sull’abuso della vita perpetrato ai suoi danni.

Verrà truffato tante volte, dalla vita, così troppe da cedere, annichilirsi.

In lui, però, rimane sempre viva una certa speranza di salvezza.

Pusillanimi attacchi a quell’agognata salvezza saranno lanciati proprio dalla persona che dovrebbe aiutarlo, se non economicamente almeno eticamente: suo padre.

Il libro è uno struggente ritratto dell’epoca contemporanea.

Il libro dice, inevitabilmente, che non c’è spazio per certi sognatori, che il mondo è retto dal potere dell’economia, dalle cifre monetarie che si riescono ad incassare.

Il personaggio è, dal suo cantuccio stretto stretto, l’anti-normato per eccellenza. La sua diversità è palpabile. La sua educazione è catena. Il romanzo, per questo, è liscio ma non lineare.

Le cadute di stile dei personaggi ne fanno disegno antropologico, fine specchio d’un certo crudele modo d’intendere la vita.

In questa ottica, l’emarginato è colui che non ha voluto sottostare all’obbedienza verso il sogno che altri (famiglia d’origine, moglie, ditta) hanno voluto costruirgli addosso. Il sogno americano svela il suo lato oscuro da pre- Milion Dollar Hotel.

Sempre a un passo dalla disperazione, l’uomo non può che commerciare in lardo; ed anche dedicandosi a tale attività sarà truffato.

Persino la truffa ai suoi danni, smaterializzandosi in sconfitta del “socio”, verrà portata nel mondo delle idee.

L’autore ci consegna non soltanto la storia personale e commovente d’un uomo, ma il prototipo d’uomo contemporaneo, che prima è schiacciato dalla famiglia e poi da se stesso.

Ad un certo punto, facendosi e disfacendosi la storia della vita umana, Aveva gettato via il nome di suo padre, e con esso l’opinione che suo padre aveva di lui. Era, lo sapeva, una dichiarazione di libertà, poiché l’Adler era per lui il nome della specie, il Tommy quello del libero individuo. Ma Willy era il suo inevitabile io (pag. 22).

Uno pseudopsicologo, dichiarato poeta ed in realtà scribacchino d’infimo livello, lo porterà al completo disfacimento.

Un padre che possiede il cognome d’un famoso psicanalista, uno pseudopsicologo, una moglie “esosa”, i figli lontani, la perdita del lavoro.

La morte di una madre, una sorella “incompatibile”, gli psicofarmaci, un forzato carpe diem, il lardo, sono gl’ingredienti per la meravigliosa torta “La resa dei conti”.

La morte è in agguato. La morte è la resa del conto, ma come si giunge ad essa?

Il finale è esilarante: niente americanate; niente sparatorie; niente rapimenti; nessun riscatto, soltanto la semplicità e la crudezza d’uno spettacolo, al quale il protagonista è, letteralmente, spinto a presenziare e finalmente… piange:

Presto fu al di là di ogni parola, al di là della ragione, della coerenza. Non poteva più fermarsi. La sorgente di tutte le lacrime era improvvisamente scaturita dentro di lui, nera, profonda, e calda, e le lacrime zampillavano scuotendo violentemente il suo corpo, piegandogli la testa caparbia, curvandogli il volto, storpiandogli le mani che stringevano il fazzoletto (ultima pagina).

Le informazioni sull’autore e l’opera sua sono profusamente date e, anche se la visione ha un taglio che non riesco del tutto a comprendere ed interiorizzare, devo ammettere che è armonica, lineare ed ottimamente scritta. Soprattutto è degna di pregio la carrellata d’istantanee sulle opere.

L’introduzione, infine, ci riporta note sullo stile, che per il redigente è secco ed impietosamente preciso. Il romanzo è, sempre per lo stesso curatore, scabro ed essenziale.
Secondo me, è una pioggia incessante di incipit, quasi un temporale.

Non riesce a decollare una vita, e l’autore si profonde in opinioni, tante, diverse, su quella vita.

Lo stile, per me, è elargitorio, prorompente e dirompente. E se qualcosa d’impietoso v’è, è la stessa vita descritta, cogitante ma diversa; e questa diversità è letta non nella parte principale (io narrante, anche se trattato in terza persona), ma nelle secondarie. In quelle descriventi uomini (figura paterna compresa) apparentemente normali.

Il romanzo non è affatto scabro e non cede all’essenzialità, ed è sorretto da idee originalissime e di difficile trasponibilità scritta. La trasposizione riesce genialmente, al Bellow che, con essa, ci consegna la musica di un’era; quella musica insieme tetra ed armonica, che fa del libro un capolavoro.

Se una cadenza da indagine statistica si apre, la selva-mondo – piena dei suoi tanti arbusti ed animali, in un coro di fauna e flora meccaniche, studiate nel particolare e trasposte in una neo-aulicità borderline – domina l’anima del personaggio nella giusta dose di annientamento disincantante.




Monica Cito (monica.cito_2007@libero.it)


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14.02.2017