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Denotazione, detonazione

Giancarlo Calciolari
(21.10.2008)

Traducendo alcuni scritti dello psicanalista francese Erik Porge abbiamo commesso un lapsus di scrittura, tra i tanti. Questo ha attirato la nostra attenzione: detonazione per denotazione. Di che detonazione si tratta e per quale denotazione?

Riprendiamo la traduzione in questione. Porge legge Lacan che legge Frege, letto da Russell, letto da Carnap...

La cosa comincia con il matematico Gottlob Frege (ma comincia molto prima) che scrive Über Sinn und Bedeutung, nel 1892, tradotto in italiano con Senso e significato, e tra le altre varie proposte di traduzione c’è stata anche quella appunto di Connotazione e denotazione. Russell è quasi l’unico che lo legge nel 1905 e lo refuta in On denoting. Bisognerà aspettare Carnap nel 1947 affinché qualcuno si accorga dell’importanza dello scritto di Frege.

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Hiko Yoshitaka, "L’enigma dell’apertura", 2008, bronzo a cera persa, dettaglio

Lacan legge lo scritto di Frege in occasione della sua traduzione in francese nel 1971. Beninteso, avrebbe potuto leggerselo tranquillamente in tedesco, ma l’occasione è stata quella. Lacan asserisce che la Bedeutung è una sola, quella del fallo. Lacan cita il suo unico testo scritto in tedesco: Die Bedeutung des Phallus. “Bedeutung” che Lacan stesso traduce con Signification. A partire da questa lettura di Lacan, la ricerca psicanalitica su tale questione ne resta vincolata. Mentre la psicanalisi senza ricerca, nella vulgata psicoterapeutica, è lontana anni luce da queste considerazioni teoriche.

La detonazione per la denotazione non viene da Lacan, ma da Peirce. Appunto molto prima di Frege, nel 1868, nell’articolo On a New List of Categories. La distinzione è posta sin dalle prime righe. Peirce parla del “puro potere denotativo della mente”, come quello dell’attenzione, che non ha nulla a che vedere con la connotazione, più vicina alla doxa che al Sinn che introdurrà poi Frege.

La denotazione sfugge a ogni presa, a ogni management, a ogni controllo, a ogni padronanza. La denotazione s’impone come puro potere denotativo della mente. E questa mente non ha nulla del presunto soggetto-sovrano caro alle ideologie dell’epoca, che spingono solo sulla partira doppia e non sulla partita intellettuale. Questa stessa mente non ha neppure nessun rapporto diretto con Dio.

La nota che c’è nella denotazione è la traccia originaria della vita, nel suo scriversi, e non è già scritta. Nessuna scrittura sociale può imperare sulla scrittura dell’esperienza di ciascuno. Lo “scarto” viene sempre mantenuto. La denotazione indica che la vita non è già scritta. E che non c’è nessuna algebra della denotazione e ancora meno nessuna esecuzione geometrica della vita dettata da un altro, ovvero connotata.

Nella denotazione di Peirce ci sono gli elementi per dissolvere ogni fantasia di predestinazione, ovvero di sopravvivenza. Vivere non è sopravvivere.

Francis Bacon, il pittore, inseguiva l’immagine che arrivasse dritta al cervello. Appunto, il cervello intellettuale denota; non qualsiasi cervello naturale, non di certo quello formattato dalla genetica. Se l’artista si attiene alla denotazione (senza accettazione delle connotazioni sociali) il suo messaggio resta, qualsiasi sia il contrattacco del sistema.

Denotazione detonazione? Come può la connotazione intendere qualcosa della denotazione?

Peirce, ormai vecchio e malato, rimproverava al suo carissimo amico William James, filosofo e psicologo, di non avere mai inteso la distinzione che lui faceva da decenni tra denotazione e connotazione...

Quello che la sociologia, sull’onda della filosofia, chiama sistema, si riproduce come un imperio (impossibile) della connotazione sulla denotazione, della doxa sulla parola originaria. Il possesso, il controllo e la padronanza dei mezzi di comunicazione appartiene alla connotazione e non intacca la denotazione. Ogni emergenza della denotazione originaria è avvertita come un pericolo dal pubblico e come una malattia dal privato...

Per esempio, l’asserzione della dogmatica di Peirce, che altri chiama assiomatica, del Power of Mind, del “potere della mente” diviene nella traduzione italiana “facoltà della mente”, proprio in uno scivolamento tra l’approccio denotativo e quello connotativo. La facoltà in questione diviene un optional della mente. Peirce è ancora pericoloso per l’università, come lo è stato per il suo rettore, che lo cacciò, e che ovviamente non capiva la differenza tra denotazione e connotazione.

Un esempio. Le comunità degli interpreti dominanti nel pianeta possono concordare nel connotare l’inconscio come inesistente, mentre l’inconscio denota qualcosa di originario che risulta inconfiscabile e infine ininterpretabile. Ovvero dove la connotazione zoppica, esponendosi tra l’altro a paradossi logici, la denotazione emerge. La psicanalisi ha chiamato le emergenze: formazioni dell’inconscio. Né formazioni private né formazioni pubbliche.

A ciascuno di intendere quanto e quale contributo offre questa breve nota alla connotazione o alla denotazione.






Giancarlo Calciolari, direttore di "Transfinito" e di "Transfinito Edizioni"


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30.07.2017