Transfinito edizioni

Giancarlo Calciolari
Il romanzo del cuoco

pp. 740
formato 15,24x22,86

euro 35,00
acquista

libro


Giancarlo Calciolari
La favola del gerundio. Non la revoca di Agamben

pp. 244
formato 10,7x17,4

euro 24,00
acquista

libro


Christian Pagano
Dictionnaire linguistique médiéval

pp. 450
formato 15,24x22,86

euro 22,00
acquista

libro


Fulvio Caccia
Rain bird

pp. 232
formato 15,59x23,39

euro 15,00
acquista

libro


Jasper Wilson
Burger King

pp. 96
formato 14,2x20,5

euro 10,00
acquista

libro


Christiane Apprieux
L’onda e la tessitura

pp. 58

ill. colori 57

formato

cm 33x33

acquista

libro


Giancarlo Calciolari
La mela in pasticceria. 250 ricette

pp. 380
formato 15x23

euro 14,00
euro 6,34

(e-book)

acquista

libro

e-book


Riccardo Frattini
In morte del Tribunale di Legnago

pp. 96
formato cartaceo 15,2x22,8

euro 9,00
e-book

euro 6,00

acquista

libro

e-book


Giancarlo Calciolari
Imago. Non ti farai idoli

pp. 86
formato 10,8x17,5

euro 7,20
carrello


Giancarlo Calciolari
Pornokratès. Sulla questione del genere

pp. 98
formato 10,8x17,5

euro 7,60
carrello


Giancarlo Calciolari
Pierre Legendre. Ipotesi sul potere

pp. 230
formato 15,24x22,86

euro 12,00
carrello


TRANSFINITO International Webzine

Gianfranco Miglio, “Come cambiare”

Monica Cito
(14.10.2008)

Gianfranco Miglio, “Come cambiare”, Mondadori


PER LA NUOVA ITALIA



Nel 1992 Gianfranco Miglio pubblica un saggetto dal titolo Come cambiare e sottotitolo Le mie riforme per la nuova Italia.

Con spirito giornalistico, il Nostro tenta di portare alla luce le sue più svariate opinioni sul sistema-nazione e le sue più “calde” proposte sulla riforma generale, della quale vede necessitata sempre più l’Italia, se vuol rimanere al passo coi “tempi moderni” e non cadere nei baratri del terzomondismo.

Il «caso italiano», come egli “lo” definisce, lo “indigna” e l’ “affascina”.

Ne è indignato in quanto cittadino, ne è affascinato come studioso.
In quest’ultima veste e – par d’intuire – senza veruno interesse strettamente personale, pone le sue conoscenze a teoria di cambiamento, anzi di riforma.
A ben leggere, però, non di riforma si tratta, ma di riburocratizzazione della macchina-Paese.

JPEG - 170 Kb
Hiko Yoshitaka, "L’enigma dell’apertura", 2008, bronzo a cera persa

In nome non dell’efficienza, ma dell’efficientismo; non della solidarietà nazionale, ma del mercantilismo, Miglio riscopre e riadatta istituti feudali, scorporandoli d’anima agendi e consegnando l’idea di Stato all’idea di Capo di Stato. Un Capo di Stato – in realtà – non assoluto ma eletto direttamente dal popolo, e contemporaneamente tacitamente spodestato, in nome di un potere realmente reggente e “puro”: la magistratura.

Si è qui virgolettato il puro per evidenziare una delle massime contraddizioni in cui il teorico cade nel corso della trattazione. Ciò che preme evidenziare è che, ogni qualvolta lo studioso proponga la costituzione d’un determinato potere o d’un certo officio, essi immancabilmente vengono – insieme all’apparente ed in realtà occultata gerarchizzazione autocratica – svuotati delle proprie prerogative, rimanendo vuota parola, incompiuta dizione, bloccato potere.
Un esempio valga per la proposta figura del presidente della Repubblica e di tale suo strano fisico alter ego: il procuratore della Costituzione. In più, questi due soggetti istituzionali sono magistrati.

Non s’entra qui nel merito dell’opportunità di un giudice al potere, anche in ragione della non linearità espositiva del Miglio circa l’elezione e la durata della susseguente carica. Si sottolinea soltanto un allarmante dato conoscitivo: la magistratura è, per lo studioso, un dato morale, se non proprio etico.

Purtroppo però, la sua idea d’essa indipendente configge con la realtà fattuale; che è potere e non – montesquianamente – ausilio alla sovranità. L’assunto è ostico, ma, liberalmente inteso, accettabile.

Ma ancora, proprio per questo, non si riesce a comprendere la cessione, ad essa sempre, d’offici non più bilanciatori e sostanzialmente detentori di potere, o almeno di potenzialità ampiamente gestorie di poteri specifici, ossia istituzionali.

La funzione suppletiva della giurisdizione non scompare; semplicemente, nel disegno politico migliano, sostituisce non si sa bene cosa.

E la Garanzia diviene Stato di decisionisti.
Che questi siano tali secundum legem non ha importanza alcuna. Ciò che conta è l’accesso al potere e il mantenimento, “puro” anch’esso, dello stesso.

Valga come esempio di claustrofobia della gestione delle res publicæ, proprio la correlata claustrofobia del potere e del suo gestore; muto spettro di appannaggi consolidatisi, a suo dire, mafiosamente, collusivamente.

È vero, non c’è che dire. Tutti sappiamo, la storia lo dimostra, che l’italiano è furbetto accumulatore di moneta e posizioni ma, se un’appropriazione privatistica della gestione della cosa pubblica si vuole combattere, non si riesce proprio a capire perché, per farlo, bisogni gambizzare, se non proprio annientare, principî liberali faticosamente assunti in secoli di civiltà giuridica.

Civiltà alla quale anche l’autore parrebbe far riferimento in uno o più punti, dato che, a parole, non si pone in dubbio il supremo principio d’unità nazionale.

Né si contravviene, è vero, all’idea del parlamentarismo. Soltanto – e da lì parte l’atavica critica mercantilistica – si discute populisticamente di sistemi funzionali, se non proprio idraulicamente funzionalistici.

E l’idea della funzione non regge, stricto sensu, il giuoco democratico dell’alternanza.
Non lo regge per un’ottica di sinistra né per l’ottica di destra.

La funzione, infatti, al contrario della funzionalità, è concetto meccanicistico e, pur accedendo al dato tecnico, mai può divenire movimento economico, per cui la chiosatura al testo, quel Come cambiare, sa più di rimbocchiamoci le maniche che di reale auspicabile e concreto giuridico riformismo di stampo liberale.

In più, l’auspicato ricambio in politica, e conseguentemente la mobilità virtuosa d’intenti, va a farsi benedire in ragione d’una più volte dichiarata caduta di un certo modus operandi, cum formulazione (quasi robotica) di classi non ben definite, nascoste – peraltro – sotto proposizioni privilegianti, a loro volta ben nascoste dalla norma; che, qui, mi piace definire “pulitoria”.

In nome del risparmio (pensavo fosse un problema tutto meridionale, questo!) e non dell’economicità vera e propria (sancita anche nella nostra Magna Carta), quindi dello scambio e della impresa-Italia, si chiudono le porte al capace, si avanza in uno Stato soltanto proprietario e professionista (indi, Status), e si condannano ancora e sempre le nuove generazioni alla frustrazione e alla mancata partecipazione alla vita attiva, economico-politica, del Paese, per un populismo, nonnesco anche, da panni sporchi da continuativamente sbiancarsi.

Si perde sempre più il vero senso di giustizia; che non è a destra, né a sinistra, nemmeno al centro; è in Padania?

In nome d’una lotta contro «fatti scellerati» si distrugge il pensiero (e l’azione) liberale, per costruire l’uomo e lo Stato senza qualità; demolendo il fatto primo di solidarietà sociale tra uomini, mortificando i di loro intelletti, creando – per mezzo della c.d. sfiducia costruttiva – un’instabilità di sistema, e privando la nazione dell’Italia possibile: la innovativa.

I nostri padri, tra i quali Miglio, non sanno che prima della rivoluzione, della controrivoluzione, della riforma, esiste l’uomo interessato, colui che non per vendetta (v. pag. 73, tra l’altro), ma per sprone, attua il principio dell’alternanza – per mezzo semplice: scheda-matita –; che è l’unico dato per lui atto a permettere l’interlocuzione con le forze politiche.

Queste devono stilare programmi, rispettarne i contenuti e poi, al più e se proprio necessario, sviscerare (e bene, possibilmente) programmi di cambiamento.

La tensione all’oggettività d’una scienza – quella politica non esclusa – parte dallo studio e non dalla mera critica generalista e finto-revisionista ad un sistema-nazione.




Monica Cito

monica.cito_2007@libero.it



Monica Cito è nata a Telese Terme (BN) nel 1972. Risiede a Ceglie Messapica (BR).

Avvocato, si è laureata presso l’Università degli Studi di Bari, discutendo una tesi sulla pedofilia.

Membro del direttivo del circolo “Pinuccio Tatarella” di Alleanza Nazionale a Ceglie Messapica, ivi riveste la qualifica di Responsabile Cultura.

Ha pubblicato il romanzo “Venere, io t’amerò” per i tipi della Giulio Perrone editore (Roma, 2005). Sue liriche sono presenti in qualificate antologie.

Due e-books (l’antologia poetica “Dea della caccia” e la sua tesi di laurea “Le condotte pedofile”) sono pubblicati su:
www.kultvirtualpress.com e scaricabili gratuitamente dall’apposita sezione.

Ha prefato sillogi poetiche e romanzi.

Collabora come critica letteraria alla rivista “Il Cavallo di Cavalcanti” (Azimut Editore, Roma), nonché su varie riviste on line (www.transfinito.net, www.kultunderground.org e www.kultvirtualpress.com ; www.lucidamente.com ) e cartacee (come il trimestrale “Sud-Est”, dove si occupa di editoria indipendente e cura il premio letterario “Storie a Mezzogiorno”). Non si è sottratta ad interventi di critica letteraria anche su giornali “dell’opposizione”.

Suoi interventi di saggistica giuridica si trovano su www.diritto.it


Gli altri articoli della rubrica Diritto :












| 1 | 2 | 3 |

30.07.2017