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Il corpo tra mito e odio

Antonella Iurilli Duhamel

La divisione spirito corpo è originaria? Come ascoltare la musica difficile del corpo.

(2.09.2008)

La Scienza non sarà mai in grado di ridurre il valore di un tramonto in aritmetica, né l’amicizia ad una formula.
Gioia e amore, dolore e solitudine, bellezza e verità supereranno per sempre qualunque capolavoro scientifico.





Louis Orr


Sul banco della macelleria umana ridotto a pezzi, in bella mostra, lucidato per nascondere il rigor mortis, ripulito di ogni traccia di carnalità, reso innocuo feticcio con la funzione di affamare più che soddisfare gli incauti acquirenti da tempo abituati a tale falsità; il corpo naturale scompare giorno dopo giorno.

Più che mai i criteri che dominano il campo della bellezza fisica sono divenuti punitivi in generale, ma soprattutto nei confronti del corpo della donna.

Al grido di: alto, snello ed eternamente giovane, ci siamo fatte convincere a buttare nel cassonetto quelle parti di noi considerate un imbarazzante sovrappiù, pur di sentirci socialmente accettati abbiamo pagato un prezzo assai doloroso.

Purificato e denaturato del suo calore e della sua morbidezza, il corpo prima è stato tagliato in due, (la testa divisa dal cuore e dalla sessualità), successivamente è stato spezzettato dalla pubblicità per poi finire nella ricomposizione della chirurgia estetica. Un destino non molto diverso da quello di una arancia liofilizzata che all’occorrenza e con l’aggiunta di acqua, torna ad essere un bel succo di arancia appena spremuto.

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Antonella Iurilli Duhamel, "Enigma del desiderio", 2008, acrilico su tela, cm 70x90

Questo processo di snaturamento comporta una progressiva freddezza alla quale ci siamo abituati giorno dopo giorno. Veniamo al mondo in maniera sempre più gelida, non facciamo neanche in tempo a nascere che già siamo separati dall’intimità corporea delle nostre madri. Quando per sbaglio sfioriamo un nostro simile, la prima cosa che ci affrettiamo a dire è : “Pardon !”, quasi avessimo commesso un peccato mortale.

L’umanita dell’uomo ha sgomberato il campo, i corpi sono svuotati e trattati come utensili, sempre più bloccati da tensioni croniche che ne riducono vitalità, spontaneità e autentica bellezza.

Mascelle serrate, occhi vacui, toraci depressi, mani tremanti, pelvi eternamente infantili, pance congelate, piedi così arcuati da non toccare terra: corpi cronicamente irrigiditi oramai incapaci di qualunque vibrazione fisica ed emotiva: privi di sentimenti.

Il corpo può vibrare come un sofisticato strumento musicale e queste vibrazioni lo mettono in sintonia e in allineamento con le vibrazioni della natura e del cosmo. Sebbene si tratti di un movimento naturale e involontario in un corpo sano, integro, privo di blocchi, ma altamente demonizzato in una cultura dove i nuovi dèi si chiamano : Potere e Narcisismo.

Il corpo a differenza di quanto comunemente ci viene propinato, non è una realtà biologica passiva, ma il punto di partenza di un rapporto dinamico di scambio di forze. Un corpo naturale è il contrario della somatofobia, dell’odio per la naturalezza del corpo, la propria e l’altrui. La nostra società è terrorizzata dall’impuro, dall’animale,dalla condizione corporale, dall’inferiorità dai movimenti involontari, dalla vibrazione, sia sul piano fisico quanto su quello emotivo.

La somatofobia è la conseguenza della divisione dello spirito dal corpo e le prime tracce di questa divisione, dell’attitudine ad odiare il corpo sono già ravvisabili nel dualismo iraniano.

Le donna con tutta la pienezza del suo simbolismo si è fatta eliminare giorno per giorno e da una reltà originaria tridimensionale si è rassegnata a pesare quanto la carta velina.

Analizzando il mito della dea Venere scopriremo che non era precisamente una Barbie, non era il prototipo univoco e rassicurante che i media ci propinano senza sosta. Venere, l’antica dea degli animali, non era semplicemente la dea dell’amore e del sesso come si tende a vederla oggi; le sue qualità di dispensatrice di vita e di morte sono state gradualmente eliminate a favore di una visione del femminile più rassicurante ma ovviamente privo di forza e mistero.

L’aspetto ombra di Venere era considerato importante quanto l’aspetto luce. La valenza ombra prendeva corpo nel culto di Proserpina divenendo Libitina dea delle generazioni. Plutarco ci narra che la dea accompagnata dal suo consorte Adonis dal capo adornato di corna non era solo la dea dell’amore ma aveva in se anche il mistero della morte.

In un universo in cui tutto ha un inizio ed una fine Venere, come l’uroboro simboleggia la natura ciclica delle cose, l’eterno ritorno. L’uomo moderno tenta a suo discapito di sottrarre il proprio corpo a quelli che sono i limiti imprenscindibili ed universali della vita su questo pianeta, al di fuori di ogni logica di realtà lo condanna all’inesorabile perdita della sua identità.

La morte e la vecchiaia rappresentano la fine di una ciclo vitale ma anche l’inizio assoluto e primordiale dell’esistenza.

Dalla trasformazione di un metallo nasce un altro metallo, un’altra materia, e dalla morte di un’anima prende corpo una nuova visione delle cose.

E’ un dualismo che dualismo non è perché vita e morte sono un’unica cosa, un concetto filosofico ed univoco di esistenza.

Venere non ha amato solo il magnifico Marte ma è stata anche sposa del più sventurato tra gli dei: Efesto, scacciato da sua madre dall’Olimpo a causa della sua deformita. In questo modo è venuta a simbolizzare la complessità di luce ed ombra inerente all’amore e alla bellezza. Un’immagine colma di luce che si espande e ombra che si ritira come il fragile e potente respiro perché come dice Joan Wolfang Goethe :“Dove c’è molta luce l’ombra è più nera”.

Del corpo naturale come del culto di questa grande dea rimane ben poco, alcune tracce sono ravvisabili in Calabria, nel culto della santa Venerina, mai storicamente esistita ma flebile traccia del culto della grande Dea, viene tuttora invocata per protegger le relazioni.

Nei Balcani invece, esiste tuttora la consuetudine di invocare Santa Venere per ottenere un buon matrimonio.
Venere, Stella Maris, Maria stella del mare, tutti appellativi della dea. era sacra anche all’antica Venezia il cui nome viene da Venere.

Annualmente nel giorno dell’ascensione il Doge suggellava la discendenza dalla dea celebrando le nozze con il mare e un anello d’oro veniva lanciato elle due profondità, simbolo del grande utero da cui proviene ogni forma di vita.

Perché gli esseri umani si sono abituati a vivere delle esistenze così futili limitate e superficiali?
Perché un orizzonte colmo di possibilità fa paura, il mare della vita ci terrorizza, è molto più rassicurante, focalizzarsi sull’apparire,anche se è un modo sterile di esistere dal momento che non tiene presente chi o come amiamo, perché e in cosa crediamo, il riconoscimento e la responsabiità dei nostri talenti, del nostro piacere dei nostri valori spirituali, della nostra filantropia, di qualunque altra cosa eccetto di come possiamo apparire agli occhi degli altri.

Abbiamo dimenticato che la forma del nostro corpo naturale è influenzato dai geni, negare o odiare il nostro corpo naturale denota anche una mancata identificazione con con i nostri genitori, i nostri antenati, la nostra matrice.

Il corpo ci ricorda la nostra natura transitoria e questa è una musica difficile da ascoltare, tutto invecchia ed è soggetto a trasformazione, a dispetto di tutte le più avanzate tecniche chirurgiche invecchiamo e poi muoriamo, la negazine di ciò alimenta l’industrializzazione dei corpi venendo a creare una profonda miseria spirituale senza precedenti nel corso dell’evoluzione umana.


Antonella Iurilli Duhamel


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30.07.2017