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Eleonora Bellini, "Il rumore dei treni"

Giancarlo Calciolari

L’esperienza della cifra poetica di Eleonora Bellini. La poesia originaria.

(12.08.2008)

La poesia è ritmo, musica, aritmetica, e si basa sul numero, la logica della vita. Che cosa spinge nel titolo di una raccolta di poesie la parola “rumore”? Il rumore dei treni. Così titola Eleonora Bellini un’esperienza di cifra della sua vita. Siamo nell’onda lunga instaurata da Arthur Rimbaud in poesia e da Marcel Duchamp nell’arte. Tra il rovesciamento dell’esperienza e la beffa. Tra una stagione all’inferno e il ready-made.

Per giungere al rumore dei treni ci sono volute anche più rivoluzioni: la rivoluzione semiotica, la rivoluzione linguistica, la rivoluzione psicanalitica e la rivoluzione cifrematica. Non c’è nessuna significazione dell’elemento linguistico che non sia un pregiudizio. La parola rumore può fare rumore ma anche essere silenziosa. La parola rumore può uccidere più del rumore o può splancare la porta della vita originaria. Il secondo caso è quello di Eleonora Bellini, che ne Il rumore dei treni narra la saga della sua vita e ammette, non senza talvolta lutto e dolore, ciascun elemento come originario, poetico, a partire appunto dal rumore dei treni. Dal padre ferroviere al chiasmo ferroviario di un amore assoluto, ciascun elemento entra nella poesia. Non nel senso antirivoluzionario che ogni elemento è poetico e basta che chiunque lo raccolga per fare il poeta e definirsi poeta. Si tratta forse della necessità d’una modificazione così leggera della logica canonica classica (o della vita quotidiana di tutti) che un foglio di carta trasparente ce ne separa?

Sì, la poesia autentica toglie quel foglio di carta trasparente che ci separa dalla vera vita, quello strato di sostanza che anestetizza i sensi degli umani, sino a spingerli a sostanze più forti, droghe e farmaci, per avere ed essere un surrogato di vera vita.

La poesia si occupa della nuda vita, senza orpelli, che il pregiudizio chiama erroneamente poetici. La forza della poesia di Eleonora Bellini è una costante, da cui procede la crescita, il movimento, la capacità, la verità, il viaggio.
Certo, il rumore dei treni è metafora del viaggio nel moderno. Viaggio originario. Non viaggio alla ricerca dell’origine che offre la secondarietà per i benefici primari delle agenzie.

“Il rumore dei treni è la mia casa”. Non è il rumore da togliere come terzo escluso per realizzare la felicità nel bunker insonorizzato e isolato. Qui c’è la differenza tra il silenzio e il tacere. E rarissimi hanno notato che nella sua celebre frase Wittgenstein parla del tacere, non del silenzio. Non c’è vita originaria nell’omertà.

E nell’originario la bellezza si staglia come proprietà di ciascun elemento poetico. Rainer Maria Rilke ne aveva la percezione come di qualcosa di terribile. Il movimento della parola non va dal senso (buon senso, consenso, senso comune) al controsenso, o senso sessuale come lo chiama Freud. Il movimento è del contro senso, della bellezza nel suo stagliamento; e quello che è preso come senso canonico, quasi un pregiudizio, nella sua erranza acquista un nuovo senso, un senso abduttivo, non deduttivo, che non c’era prima. Anche “c’era una volta” diviene l’altra volta, la volta altra, la volta ciascuna volta originaria. La volta di Eleonora Bellini.

C’era una volta la mano di un bambino,

tracciava i segni e i colori del paesaggio

sull’album da disegno, dov’erano

perfetti il lago, l’albero dei cachi,

la casa e la sua grata. Nulla

lasciava presagire in quel momento

la porta chiusa, il focolare spento.

Le cose tante e infinite spingono al fare. Mentre anche togliere la perfezione al lago, all’albero dei cachi... consegna all’inanità, anche nella sua forma dell’affaccendarsi. La porta chiusa è ossimoro, ironia della vita, altra apertura, senza più l’ombra di un dio garante, per altro fatto a immagine e somiglianza dell’uomo.

E nella mezzanotte, disertata

da ogni forma di divina provvidenza

e avara anche di misericordia umana,

io so contare

ad uno ad uno errori e fallimenti,

loro si pietra d’angolo

e chiave di volta dei miei anni.

Quando è la festa della parola, come nel caso di Eleonora Bellini, il tono pare assertivo, ieratico, dogmatico, e irritante per il relativismo ambiente. Invece la parola della poetessa è emula in forza e bellezza della parola incompromessa, libera, audace.

Nessuno risorge

in questa pasqua di vittime e di vecchi

in questa pasqua feroce

di guerre, giuste e sempiterne.

Impossibile scambiare l’autorità della parola con l’autoritarismo, che nega la parola. La bellezza non si lascia confondere con la bruttezza dell’autoritarismo e dell’anti autoritarismo (il primo è tragico, il secondo è comico).

C’è bellezza e autorità persino nelle domande che non chiedono risposta.

Dov’è il posto dell’amore in tutto questo

vortice e marasma di materia organica?

E si tratta di una poesia dal titolo Madre e figlia.

Leggere il palinsesto della vita di Eleonora Bellini nella sua cifra Il rumore dei treni è l’occasione per interrogarsi sul proprio progetto di vita. Questo è anche il frutto insperato inseguito dall’artista Francis Bacon. Un’arte che vada dritto al cervello. In tal senso, la poesia di Eleonora Bellini mira al cervello di vita, e non manca il bersaglio.


Eleonora Bellini, Il rumore dei treni, Book Editore, 2007, pp. 122, € 12.

Notizia



Nata a Belgirate (Verbania), laureata in filosofia all’Università degli Studi di Milano, Eleonora Bellini ha insegnato per alcuni anni nelle scuole medie ed è attualmente direttrice di una biblioteca pubblica in provincia di Novara.

Ha pubblicato le raccolte di poesia: Metadizionario, Lalli, 1980; Note a margine, Seledizioni, 1980; Tracce, Sabatelli, 1993; Agenda feriale, Premio “Rhegium Julii”, 1997; I nemici svegli, ArtEuropa, 2004.

Narrativa: I sei giorni del sole. La spedizione di Carlo Pisacane a Sapri nel racconto di un bambino, Laser 2000; Fuori dal nido, Nonsoloparole, 2003.

Traduzioni: J. Daniélou, Diari spirituali, Piemme, 1998; A. de Lamartine, Ditemi il vostro segreto. Carteggio con Giulia di Barolo, San Paolo, 2000.

Cura laboratori di poesie per bambini e ragazzi (Una scatola piena di treni, margherite, triangoli, I fiori di campo, 2002; rist. 2006) e testi di storia letteraria di interesse locale e di biblioteconomia.
Vive a Borgo Ticino (Novara).





Giancarlo Calciolari, direttore di “Transfinito.eu” e di “Transfinito Edizioni”


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