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La fata bruciata

Antonella Iurilli Duhamel
(18.10.2009)

Se le porte della percezione fossero terse,

ogni cosa apparirebbe per quello che è:

Infinita.




William Blake




Jeanne d’Arc : molto è stato scritto su di lei e la sua storia è ormai famosa. Come è noto Jeanne d’Arc fu inizialmente utilizzata da Carlo VII nella sua battaglia contro gli inglesi, dopo data in pasto agli stessi che avevano corrotto intellettuali ed alti prelati francesi per riuscire a fare di una Francia ormai agonizzante la loro provincia. Il tradimento e l’abbandono da parte di Carlo VII era stato da tempo atteso dalla Chiesa. Jeanne proveniva dalla Lorena; in questa regione, cento anni prima, il sinodo di Tréves aveva espresso una dura condanna nei confronti di ogni forma di magia e stregoneria. Le divinazioni sui voli degli uccelli, l’astrologia, l’osservazione delle stelle e cose simili furono severamente bandite; le donne non poterono più padrone identificarsi con alcuna dea, ogni rituale di trasformazione a loro collegato fu condannato al rogo assieme alle sue sacerdotesse.

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Jeanne d’Arc bronzo a cera persa di Antonella Iurilli Duhamel

Jeanne d’Arc aveva il cognome della madre: retaggio di antichi costumi matrilineari. La sua prima visione le fu rivelata proprio in un rituale nell’ambito del culto ferico presso l’albero delle tre fate a Bourlemont. La sua religiosità era a cavallo tra i santi cristiani ed il culto della Natura: a metà strada tra le Fate e l’arcangelo Michele che, insieme a santa Caterina e santa Margherita, le indicavano di volta in volta la strada della sua missione per ricondurre la Francia alla pace.

Come l’antica leggenda aveva profetizzato: "una donna rovinerà la Francia, una vergine la salverà", dopo la visione presso il grande faggio di Bourlemont, Jeanne seppe di essere colei che avrebbe posto fine ad una guerra che durava ormai da cento anni.

I successi militari di Jeanne sono risaputi, ma è importante ricordare che per i soldati pagani che facevano parte del suo esercito lei era una Dea capace di infondere un tale ardore da non temere la morte. Molti secoli prima che la Chiesa cambiasse il suo parere, le popolazioni l’avevano già divinizzata, attribuendole ogni sorta di potere, compreso quello di ridare la vita ai morti.

Dopo circa cinque secoli la Chiesa si ravvide e nel 1920 decise di canonizzarla. Erano anni difficili; il popolo francese aveva bisogno di un nuovo simbolo per trovare forza e coraggio e la Chiesa non temeva più l’immagine di Jeanne, anzi la sua figura poteva essere utile; alla Francia, dopotutto, aveva già portato fortuna.
Le passate diagnosi di schizofrenia, narcisismo, isteria ed eresia erano ormai storia passata. Si sa quanto gli esseri umani abusino degli dèi e dei santi facendoli salire o scendere giù dai loro piedestalli, secondo i favori ricevuti. Dopo cinquecento anni di Inquisizione, dopo essere stata vilipesa e immolata alla causa della distruzione dell’anima femminile, ora l’immagine di Jeanne veniva recuperata, epurata dei suoi elementi rivoluzionari e destabilizzanti.

Per comprendere come tutto ciò sia potuto accadere abbiamo bisogno di considerare lo sviluppo della mentalità europea ed i sentimenti condizionati dalla religione cristiana di quel periodo. La migliore interpretazione a riguardo ci è data da Michel Foucault nelle sue due opere: "Storia della Follia in età classica" e "Sorvegliare e punire". Sebbene Foucault non sia da considerare un femminista, è senza dubbio un superbo analista di come il corpo, la sua energia e il suo ritmo, divennero l’oggetto della volontà di dominazione perpetuata dalla Chiesa.

Roma era stato il primo grande esempio di potere imperiale e l’Europa ne divenne la prima colonia. La macchina patriarcale organizzata dai romani trovò nella religione cristiana la migliore complice per assoggettare menti, corpi ed anime.
Nel far ciò, la Chiesa seppe abilmente appropriarsi di tutte le energie migliori e della capacità di operare di uomini e donne. Roma non avrebbe potuto controllare per sempre con le armi le popolazioni, doveva assoggettarle in maniera stabile e definitiva; per questo si servì egregiamente della cristianità come mezzo di condizionamento delle risorse umane.

Una vita di rinuncia e penitenza erano elementi fondamentali per ottenere la salvezza eterna. Gradualmente lo sfruttamento del lavoro smise di essere un ciclico rituale di partecipazione alla vita ma una giusta condanna per il fatto di essere nati in peccato. I più poveri dovettero piegare la schiena fino a spezzarla, con esse la vitalità del corpo e il potere del femminile.

Un altro mezzo di controllo fu l’utilizzo delle malattie mentali e le misure di contenimento e castigo.

Nelle culture shamaniche le persone considerate ’pazze’ avevano uno scopo ed una utilità; spesso essi erano a servizio dei bisogni della comunità grazie alle loro qualità psichiche. Dal Medioevo in poi la pazzia fu considerata una espressione del diavolo, della bestialità; le donne furono ritenute le portatrici di questo oscuro male e quindi le prime da eliminare.

La Chiesa, che già era divenuta un potere religioso- economico –politico, finì con il creare povertà e follia per poi punire sia i poveri che i pazzi. Proibirono alle donne il controllo sul proprio processo riproduttivo e se ne resero padroni assoluti. Ancor prima dell’Inquisizione l’umanità aveva cominciato ad introiettare una rigida repressione dell’estasi sessuale, dell’epifania emozionale, mentale, della gioia e della piena vitalità. Questa era l’Europa prima della piaga dell’Inquisizione: la tortura e la danza della morte erano diventati uno degli spettacoli di intrattenimento più popolare; tutte le città erano provviste di luoghi di processo e di tortura. Quando la vita non fu altro che peccato, pazzia ed errore, la Chiesa si pose definitivamente come il mezzo di correzione per eccellenza.

Jeanne non poteva avere un destino diverso; essa era contraria ad ogni forma di compromesso. Al suo cospetto il re appariva inerte e nonostante il suo analfalbetismo persino gli intellettuali erano a disagio di fronte al suo acume. Troppo potere per una donna: troppo intelligente e sicura di sé, e per di più inflessibile con i suoi avversari e carismatica nei confronti di quei soldati pagani che vedevano in lei la resurrezione delle antiche divinità della terra: la possibilità di ritorno ad una vita pacifica e dignitosa, la fine della schiavitù perpetrata dalle istituzioni con il benestare della Chiesa.

Jeanne d’Arc ha personificato il mito del visionario di colui che grazie alle propria chiarezza può condurre l’umanità attraverso momenti bui, alla ricerca della luce. Secondo Jung, “L’immagine archetipica del saggio, del salvatore giace dormiente nell’inconscio umano sin dagli albori della nostra cultura si attiva ogni qualvolta i tempi denotano un forte squilibrio in relazione a gravi errori […] Queste immagini primordiali cercano di ristabilire l’equilibrio psichico dell’epoca e si attivano istintivamente giungendo ad illuminarsi nei sogni delle persone e nelle opere degli artisti quando la coscienza diventa unidimensionale ed è pervasa da false attitudini”.

Jeanne riceveva i sui messaggi direttamente dall’inconscio; le sue conoscenze provenivano da una sorgente misteriosa attraverso immagini, sogni, voci interiori, sensazioni fisiche come in stato di trance. Questo tipo di donna fu definito da Toni Wolf: ‘mediale’; totalmente immersa nell’inconscio collettivo e spesso a servizio dell’umanità.

Purtroppo questo tipo di donna spesso è demonizzata e può facilmente trasformarsi in un capro espiatorio su cui vengono proiettate le ire di chi non ha la capacità di vedere o sentire; è quanto accadde a Jeanne d’Arc, sebbene avesse donato ai suoi contemporanei la speranza e fosse divenuta icona e simbolo di salvezza.


Antonella Iurilli Duhamel

BIBLIOGRAFIA


C. G. Jung, Modern Man in Search of a Soul, Routledge and Kegan Paul, London, 1933.

Michel Foucault, Storia della follia nell’età classica, BUR, 1998.

Michel Foucault, Sorvegliare e punire. Nascita della prigione. Torino, Einaudi, 2005.

Prima pubblicazione: 29 luglio 2008


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