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La doppia vita di John Florio, traduttore e poeta

L’uomo che inventò Shakespeare

Lamberto Tassinari
(28.09.2009)

For genius like Shakespeare’s is not born

among labouring, uneducated, servile people.

It was not born in England among the Saxons

and the Britons.


Virginia Woolf, A Room of One’s Own, 1928.



[…] Shakespeare es –digamolo asi – el menos ingles de los escritores ingleses. Lo tipico de Inglaterra es el understatement, es el decir un poco menos de las cosas. En cambio, Shakespeare tendia a la hyperbole en la metafora, y no nos sorprenderia nada que Shakespeare hubiera sido italiano o judio, por ejemplo.

Jorge Luis Borges, Borges oral, 1979.



The life of Shakespeare is a fine mystery, and I tremble every day lest something should turn up

Charles Dickens, 1847.




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Christiane Apprieux, "L’arbre du silence", 2008

Il giorno tanto temuto da Charles Dickens, è arrivato e Shakespeare sta per assumere la sua verà identità, quella di uno straniero. Uno straniero come John Florio però, nato a Londra nel 1553 e vissuto nell’Europa continentale con il padre, dai tre fin verso i vent’ anni. Rientrato a Londra all’inizio degli anni ’70 ha lavorato, aggiungendo nel 1591 al proprio nome l’appellativo di Resolute, entro la cerchia degli aristocratici più in vista e infine a corte. Determinato a offrire alla nuova amata patria, allora culturalmente arretrata, un’opera letteraria assoluta, Florio ha deciso di scrivere teatro con l’aggressivo pseudonimo di Shake-Speare dove spear sta, ovviamente, per penna. Un nome che si è trovato a coincidere foneticamente con quello di un indigeno William Shakspere o piuttosto Shakspear, o Shexpir figlio di un guantaio e attore, poi proprietario terriero, impresario teatrale, usuraio, che ne ha approfittato. Qualche anno dopo, la produzione teatrale e poetica dello pseudonimo autore che spesso si firmava Shake-speare, è stata fatta coincidere con la vita insignificante di quell’ attore sconosciuto. Di quest’operazione nazionalistica, Ben Jonson è stato il primo e determinante architetto. Alcuni dei drammi non erano mai stati rappresentati, altri mai stampati, altri infine erano anonimi, tutti sono stati rastrellati sul mercato teatrale e editoriale e pubblicati, col titolo di Works, sette anni dopo la morte dell’uomo di Stratford, nel First Folio del 1623. Ma dietro quelnom de plume c’è John Florio, non l’uomo di Stratford. È questa l’ipotesi che fa veramente tremare l’Istituzione che ha deciso di respingerla con tutte le sue forze. Certo, alla costruzione di un fittizio William Shakespeare e alla propria sparizione come drammaturgo, John Florio ha fatto da complice, agevolando l’operazione con il contributo del padre, per una complessa serie di motivi. Sia perché John era uno straniero troppo in vista e dunque invidiato e odiato per presentarsi ufficialmente anche come l’autore delle opere di Shake-speare. Sia perché il padre Michel Angelo, che aveva avuto l’Inquisizione alle costole e era stato protagonista di uno scandalo verso la fine del suo primo soggiorno londinese nel 1554, non si sentiva al sicuro nemmeno nella nuova patria protestante, e aveva deciso di vivere in clandestinità. Sia perché John, da “aristocratico” come si sentiva, rifiutava di mostrarsi autore di teatro, attività per lui italiano, certo di grande valore ma minore e di nessun prestigio letterario nell’Inghilterra di allora. Infine, e fondamentalmente, perché si era dato come missione di elevare, in incognito, la lingua e la cultura inglesi al di sopra di tutte. La motivazione dell’offerta anonima, oltre a trovare fondamento nella storia delle lettere rinascimentali, possiede senso anche in sé come ha mostrato W.H.Auden in una bella introduzione alle opere di Shakespeare, quando scrive “it should be borne in mind that most genuine artists would prefer that no biography be written.” Che è proprio il caso di Florio, il quale avrebbe voluto che Shake-speare restasse quello che era, un nom de plume. E c’era quasi riuscito, non fosse stato per l’appropriazione da parte dello Shakspere di Stratford e per il processo di fabbricazione dell’“Autore William Shakespeare”, immediatamente sostenuto dal milieu guidato da Ben Jonson e Francis Bacon e poi, un secolo più tardi, sancito dall’istituzione e garantito dall’immenso potere dell’impero britannico.

* * *



Quando ho cominciato a occuparmi di Shakespeare due frasi mi hanno colpito in modo particolare e mi hanno convinto a affrontare apertamente la questione. Quella citata in exergo di Charles Dickens “The life of Shakespeare is a fine mystery, and I tremble every day lest something should turn up” e un’altra di Henry James che si è espresso così “ I am ‘a sort of’ haunted by the conviction that the divine William is the biggest and most successful fraud ever practised on a patient world. The more I turn him around the more he so affects me. But that is all – I am not pretending to treat the question or to carry it any further. It bristles with difficulties and I can only express my general sense by saying that I find almost as impossible to conceive that Bacon wrote the plays as to conceive that the man from Stratford, did.” Mi sono chiesto a che pensasse davvero Dickens, a che tipo di sconvolgente rivelazione si riferisse quando scriveva quelle parole, e perchè James la definisse addirittura “una frode”. Ma a vantaggio di chi? E ai danni di chi? Chi è o chi potrebbe essere l’ autore a cui viene negata con tanta ostinazione la paternità dell’opera? Perché l’Istituzione – sì, proprio nel senso orwelliano e foucaultiano di sistema di sorveglianza e punizione dove poliziotti e professori si danno man forte – difende così rigidamente questo dogma accademico? Perché gli universitari dall’Ottocento al Novecento hanno continuato, senza batter ciglio, a prender atto dell’impressionante quantità di contraddizioni, di incongruenze che affliggono la biografia dello Shakspere di Stratford? D’accordo, Shakespeare era necessario all’Inghilterra nella sua ascesa e nella costituzione dell’impero e l’identità del suo maggiore scrittore doveva apparire solida e irrefutabile per incutere rispetto e timore. Ma complementare a questa necessità di potere e di ordine c’è stata l’assunzione “religiosa” da parte degli scholars della missione di studiare l’opera. L’opera li obbligava ad accettare l’autore, quanto insoddisfacente e falso potesse e possa anche apparirgli. Così Shakespeare è stato visto solo come Scrittura, l’Opera senza l’uomo. Una pacchia per l’immaginazione critica. Shakespeare è stato il risultato di un’invenzione praticata nell’interesse dell’ istituzione e dei suoi sudditi. Un mito imposto al mondo della gente letterata affascinata da quest’idolo, il Grande Scrittore disincarnato. Anche un critico del livello di Harold Bloom si abbandona con delizia e compiacimento al mistero di quest’Autore che si perde nella propria opera e arriva a cancellare, nella scrittura, ogni traccia della propria identità. Bloom descrive quella che chiama “that Shakespearean procedure” in questo modo



is as though the creator of scores of major characters and hundreds of frequently vivid minor figures wasted no imaginative energy in inventing a persona for himself. (…) At the very center of the Canon is the least self-conscious and least aggressive of all the major writers we have known.



che è, il primo, un pensiero artificioso, di surreale comicità e il secondo un’inconsapevole battuta ironica quando si conosce, di Florio, la volontà di nascondere quella parte di sé. Oggi le biografie di Shakespeare sono diventate insopportabili romanzi, cinici tentativi di tradurre l’opera in esistenza, libri che somigliano sempre più al dinosauro di Mark Twain, poche ossa e una tonnellata di gesso!. Funzionano per chi le scrive e per quei lettori che vogliono “credere” a tutti i costi, perché così conviene, in qualche modo, anche a loro. Il tutto, un inganno intricatissimo di parole, un sistema che vive di vita propria e così si sostiene. Ma l’entropia vince: il gioco di parole non tiene più. Shakespeare anche se nom de plume voluto all’origine dall’ autore, da John Florio, doveva cadere. Oggi, infine, si può dire che l’Authorship question è stata l’estenuante saga provocata dal rifiuto di ammettere un’identità inaccettabile, quella di uno straniero.

* * *

Ma chi è l’uomo che frantuma questa montagna di ideologia e di falsità?

Chi è John/ Giovanni Florio? Al tempo in cui è apparsa l’ opera di William Shakespeare, John Florio viveva e operava a Londra, figlio di un pastore protestante italiano in esilio tra il 1550 e il 1554 nell’Inghilterra pre-elisabettiana. Un erudito di sentimenti aristocratici, maniaco della parola, grande conoscitore delle sacre Scritture, animato da una straordinaria passione per le lettere e dotato di una inventività linguistica pari solo a quella di…Shakespeare. Uno scrittore “reale”, coinvolto per oltre quarant’anni, dal 1578 al 1619, in una fittissima rete di contatti letterari e aristocratici personalissimi e tutti storicamente confermati, l’opposto di ciò che accade con l’incerta presenza di William Shakespeare. Basti dire che prima di essere per sedici anni a corte come groom of the privy Chamber, segretario particolare della regina Anne, precettore del principe Henry, selezionatore dei musicisti e responsabile dei Masques, Florio era stato maestro, amico e protetto degli stessi supposti mecenati di Shakespeare. Di Henry Wriothesley Earl of Southampton a cui è dedicato nel 1598 il dizionario The Worlde of Wordes e di William Herbert Earl of Pembroke, anche lui suo allievo, amico e protettore al punto che Florio lo nominerà esecutore testamentario affidandogli in eredità parte della biblioteca, i suoi “Italian, French and Spanish bookes, as well printed as unprinted, being in number about Three hundred and Fortie”. Come scrittore, lo stile di John Florio (unico elisabettiano straniero) quale si rivela nelle opere di lessicografo e di traduttore in inglese di due capolavori della letteratura mondiale come gli Essais di Montaigne e il Decamerone di Boccaccio, è straordinariamente shakespeariano. Basta leggerlo per constatare che lui e William Shakespeare scrivono in modo identico. La stessa ampollosità, lo stesso uso esagerato di metafore, tutte le stesse figure retoriche, lo stesso spirito (wit, puns), lo stesso senso poetico, lo stesso uso estensivo dei proverbi. Inoltre formano le parole nello stesso modo. Quando traduce, John Florio dimostra di essere uno scrittore grande, un poeta vicinissimo a Shakespeare. Se si tiene conto del fatto che Florio scrive “in prosa”, questa vicinanza equivale a una coincidenza. Per T.S. Eliot la traduzione di Montaigne è un classico delle lettere inglesi. Quando apprende che John Florio ha tradotto i Saggi di Montaigne e il Decamerone di Boccaccio, il lettore colto-comune non ne realizza subito l’importanza. Dovrebbe rifletterci. Ma o non ha tempo o è paralizzato dalla dittatura dell’Opinione. E poi, un erudito non è un poeta…e il traduttore è oggi un mestiere come un altro. Ma se leggesse le traduzioni di Florio, il lettore colto-comune capirebbe che si tratta di un’opera eccezionale. Non solo per l’“idea” missionaria di tra-durre in Inghilterra, in un momento così cruciale, queste opere fondamentali per lo sviluppo della cultura inglese che è in sé un fatto straordinario, ma soprattutto per la qualità della scrittura di Florio.

A questo punto, la domanda che nasce spontanea e a cui dovranno rispondere gli storici e i critici è: come mai un contemporaneo di Shakespeare, portatore al più alto livello di caratteristiche eminentemente elisabettiane è stato così sottovalutato dalla critica letteraria? Perché John Florio, il maggiore diffusore in Inghilterra di quella cultura italiana che è stata la conditio sine qua non del rinascimento inglese e che, tutta la critica ortodossa lo riconosce, è stata saccheggiata da Shakespeare, è sconosciuto alla stragrande maggioranza dei lettori e ignorato dalla critica? . Se non bastasse, gli specialisti lo riconoscono a denti stretti, il Bardo ha preso in prestito da Florio idee e centinaia, forse migliaia di parole. Allora perché nessuno ha studiato a fondo le opere di John Florio?

La risposta è una sola. Prima, logica. Poi, dopo aver letto e studiato le opere di John Florio, filologica e storica: perché conoscere a fondo Florio, approfondire le ricerche su di lui equivale a dimostrare che è lui a aver scritto le opere attribuite allo Shakspere di Stratford.

* * *

Cominciamo con il lavoro di lessicografo di John Florio. Secondo Frances Yates il suo dizionario italiano-inglese, possiede un valore incalcolabile per tutti gli studiosi del sedicesimo secolo. A Worlde of Wordes è il primo, autentico dizionario moderno italiano-inglese pubblicato nel 1598 ma già ricevuto allo Stationer Register nel 1596. È lo stesso Florio a informarci che aveva in progetto la redazione, già ben avviata anche se mai portata a termine, della parte inglese-italiano che sarebbe stata davvero invaluable poiché ci avrebbe offerto un’esposizione diretta e illuminante di tutte le parole di Shakespeare tradotte in italiano! Il dizionario è un’opera straordinaria per ricchezza di termini, oltre 46 000 parole italiane nel 1598 e circa 74 000 nel 1611, e trattamento lessicografico. Qualcuno ha parlato di “asymmetry of the Worlde of Wordes” quando i sinonimi inglesi subissano i termini italiani, in altre parole, il Dizionario è una immensa raccolta di oltre 150 000 parole di lessico elisabettiano e Florio ne era, ovviamente, consapevole tanto che nell’Epistle Dedicatorie scrive

If in these rankes the English out-number the Italian, congratulate the copie and varietie of our sweete-mother-tongue.

Quest’espressione di sincero, profondo affetto verso la lingua inglese, our sweete-mother-tongue, appare, da sola, quasi la manifestazione dell’identità shakespeariana di Florio!

Michael Wyatt, dopo i parziali calcoli di André Koszul negli anni 1930, ci fornisce le cifre dell’exploit di Florio

John Willinsky has demonstrated Florio’s importance as a source for some 3,843 English words in the second edition of the OED [Oxford English Dictionary]. Of these, Florio is responsible for the earliest appearances of 1,149 words .


Al primo posto c’è Chaucer con 2012 prime apparizioni, secondo Shakespeare con 1969 e terzo Florio con 1149. Così Michael Wyatt conclude, sulla linea di Longworth Chambrun, G.C.Taylor, Matthiessen, Koszul e Yates,

These statistics provide a striking picture of the manner in which Florio’s work both registered and contributed to the development of English, a further indication of the multi-directional consequences of his philological stewardship.

Malgrado tale riconoscimento, il bravo Wyatt, non dice nemmeno una parola sul malinconico destino toccato a questo straniero, grande arricchitore della lingua inglese e sul quale, praticamente nessuno aveva più scritto da settant’anni! E pensare, come lo stesso Wyatt aveva già fatto notare in un testo del 2002, che il vocabolario italiano-inglese di Florio è, nell’edizione del 1611, assai superiore per quantità a quello prestigioso della Crusca pubblicato a Firenze un anno dopo, nel 1612, e che conteneva 28000 parole. A differenza del vocabolario fiorentino che si affida quasi esclusivamente al lessico delle tre corone (Dante e, in maggior misura Petrarca e Boccaccio), l’opera dell’espatriato Florio copre tre secoli di cultura italiana, apertissima com’è a decine e decine di contributi letterari, scientifici e tecnici da Dante a Giordano Bruno.

In apertura dell’edizione del 1611 ben quattro pagine di poemi omaggio. C’è un sonetto in italiano dell’amico giurista Alberico Gentili dedicato alla madrina dell’impresa, la regina Anne e anche il medico e amico fraterno Matthew Gwinne “Il Candido”, gli dedica un sonetto anche questo in italiano. Lo stesso fa, in inglese, l’amico e cognato, il poeta Samuel Daniel in onore del suo “deare friend and brother”.

Il dizionario appare come un autentico capolavoro dimenticato dell’epoca elisabettiana

The number, variety and picturesqueness of the English equivalents which Florio manages to collect for each Italian word are remarkable. This task brought home to him the wealth of English (...) The collection of so many English equivalents for each word must have involved at least as wide a reading in English as in Italian. To have found time in a busy life of teaching for such a vast and valuable work predicates in Florio an unwearying industry and an absolutely genuine devotion to letters. (Yates)

Dunque un vasto programma di letture in inglese almeno altrettanto vasto di quello in italiano. In effetti, Florio ha letto “tutto” anche in inglese, dalle origini ai suoi tempi, non solo di poesia e storia, letteratura religiosa e teatro ma di scienze, tecniche e passatempi. Quelle tracce di strane letture riscontrate in Shakespeare che hanno sorpreso i critici, increduli di fronte a tanta curiosità e voracità dell’ attore, scrittore e affarista, trovano finalmente spiegazione nel programma di letture di John Florio. Sappiamo che Florio leggeva e scriveva in italiano e inglese ma anche in francese, in spagnolo e in latino: che sono poi le lingue a cui ricorre frequentemente Shakespeare. Non è solo in occasione della preparazione per il dizionario che l’inglese di Florio diviene così ricco e articolato. I First e i Second Fruites , due finissimi manuali di conversazione, offrono ampiamente la prova delle capacità linguistiche, stilistiche e lessicali di John tra il 1578 e il 1591 che sono appunto gli anni della “formazione” di Shakespeare. Il dizionario per Yates è assai più che una lista di nomi, addirittura l’espressione dell’intera conoscenza di un’epoca oltre che un’autorità per la lingua italiana (Yates, 273). Ma ovviamente, anche per la lingua inglese, se la stessa Yates riconosce che Florio possiede “the wealth of English”. Nelle due edizioni l’autore fornisce la lista dei libri in italiano letti per la preparazione del dizionario: 72 opere lette per la prima edizione e 252 per quella del 1611. Tra questi libri italiani si trovano le opere, la cui traduzione inglese ancora non esisteva, universalmente riconosciute come fonte di alcune commedie di Shakespeare. Si tratta della Civil Conversazione (1575) e dei Dialoghi piacevoli di Stefano Guazzo la cui influenza è diffusa in tutto il teatro di Shakespeare; degli Epitia e Ecatommiti di Giovambattista Giraldi Cinzio all’origine di Othello; de Il Pecorone di Ser Giovanni Fiorentino fonte di The Merchant of Venice, etc.etc. Tutte letture che imbarazzano i biografi shakespeariani i quali non riescono a spiegarsi come il Bardo potesse essere così abile conoscitore e lettore, nell’originale, di opere della letteratura italiana, lui, che non ha lasciato traccia né di viaggi in Italia, né di studi di lingua. A parte, forse, scrive qualcuno: la sua amicizia con Florio! Per Longworth Chambrun, Taylor, Yates, Koszul e Matthiessen invece non c’era dubbio, Shakespeare aveva letto, studiato, addirittura saccheggiato le opere di John Florio. Del dizionario Yates scrive

It is very probable that Shakespeare had sometimes occasion to study this dictionary (Yates, 268).

* * *

Che dicono gli specialisti dell’inglese del Bardo? Un recente dizionario di N.F. Blake ha questo significativo titolo Shakespeare’s non-standard English. Il dato è certo per tutta la critica: l’inglese di Shakespeare, entro il contesto elisabettiano, appare particolare, strano, non-standard. Per Simon Palfrey

In many ways his language remains strange and difficult no matter how familiar we became with it.

Ancora una volta Jorge Luis Borges ha colto con grande intuito la specificità della lingua di Shakespeare. Parlando della traduzione, scrive “ A short time ago someone told me: ‘It’s impossible to translate Shakespeare into Spanish.’ And I answered him: ‘As impossible as it is to translate him into English.’ Because if we were to translate Shakespeare into an English which is not the English of Shakespeare, a great deal would be lost.”

Numerosi specialisti hanno storto il naso di fronte al modo in cui Shakespeare forma le parole. Se Florio aveva esattamente la stessa passione e competenza linguistica del divino William, cerchiamo ora di capire se siamo di fronte anche a un’identica creatività lessicale. In uno studio del 1970, Vivian Salmon rileva che molti hanno criticato le innovazioni lessicali di Shakespeare, giudicate bizzarre e eccessive. Un giudizio analogo è stato espresso da George C. Taylor, Frances Yates, André Koszul e Felix Otto Matthiessen sulle creazioni floriane. Così Salmon cita l’opinione di un linguista per cui certi neologismi shakespeariani erano “strange and shapeless, fashioned for argument rather than delight” e annuncia la necessità di compiere uno studio sistematico in grado di spiegarci finalmente la funzione dei neologismi di Shakespeare e di contribuire così a una migliore comprensione del suo stile. Quasi quarant’anni dopo questo lavoro non è stato compiuto e persiste, per riprendere le parole di Salmon, “the lack of any reasoned account of the principles directing Shakespeare’s lexical creativity”. Sempre secondo Salmon c’è un altro elemento della differenza e dell’originalità di Shakespeare rispetto al contesto locale inglese: egli è stato il primo tra gli Elisabettiani a usare con una certa frequenza, il suffisso –ment per soggettivare un concetto precedentemente usato solo come verbo. A differenza di Shakespeare, gli altri Elisabettiani hanno scelto piuttosto la forma autoctona inglese in –ing tralasciando gli altri suffissi di origine romanica –ment, -ure e –ance (-ence). Perché, si chiedono i linguisti, Shakespeare ha fatto la scelta opposta? “The actual choice of suffix – risponde la Salmon – depended on aspectival and no doubt phonetic considerations, although what the latter were has not yet been explained.” (Salmon, 83) Per ragioni estetiche, certo, per imprecisate ragioni fonetiche! Quando traduceva, Florio sperimentava, provava, creando numerosi termini in –ment, -ure e –ance (-ence) come: credence, disnature, eminence, enticement, magnificence, prescience, tenure, etc. Un confronto sistematico, con tanto di analisi computerizzata, tra le due opere complete, naturalmente, resta da fare ma già i risultati ottenuti indicano un uso esteso di questi termini da parte di Florio. Ciò che conta, per ora, è sottolineare che rispetto agli scrittori suoi contemporanei Shakespeare si comporta “altrimenti”, fa strane scelte esotiche proprio come lo straniero Florio. Il genio campagnolo e sedentario di Stratford (non c’è traccia di nessun viaggio fuori dal percorso Londra-Stratford), sceglie i suffissi stranieri. Scrive Salmon “Shakespeare also tried annexment instead of the existing annexion (...)”, a differenza degli scrittori suoi connazionali. Ma quando la poesia era in gioco prosegue la studiosa

When Shakespeare’s lexical creativity was directed towards genuinely poetic or dramatic ends, they were outside the requirements of normal Elizabethan speech. At the simplest level, his neologisms are invented for metrical reasons. (Salmon, ibid.)

È il caso di citare il giudizio di Diana Price su questi impagabili critici shakespeariani che “suppose all sorts of things rather than conclude the obvious”! Dove l’ovvio è, ovviamente, che Shakespeare venga da fuori, abbia un altro retroterra linguistico e culturale e per questo usi i suffissi di origine romanica! La differenza di Shakespeare è apparsa tale a tutti quei critici che, pur non arrivando a ipotizzare la sua origine straniera, hanno indicato la sua originalità radicale, assoluta come espressivamente mostra la metafora di Shakespeare come il “King Kong” delle lettere inglesi proposta da Stephen Booth

Shakespeare is our most underrated poet. It should not be necessary to say that, but it is. We generally acknowledge Shakespeare’s poetic superiority to other candidates for gratest poet in English, but doing that is comparable to saying that King Kong is bigger than other monkeys. The difference between Shakespeare’s abilities with language and those even of Milton, Chaucer, or Ben Jonson is immense.

L’assenza di dialetto nel teatro di Shakespeare appare alla critica ortodossa come un altro dato insolito, difficile da spiegare: It seems to me that one of the most striking things about Shakespeare’s treatment of language is the lack of comment on, or representation of dialect. Mention Henry V and Merry Wives, and an exchange in King Lear and we have listed almost all of the available data. Elsewhere, there is no sustained examination of dialect. Invece, questa assenza è un dato assolutamente naturale e logico quando si sa chi c’è “dentro” Shakespeare. John Florio, da espatriato di alto livello, frequentatore dell’aristocrazia inglese e della corte, non poteva che aver fatto propria la lingua alta e avere, nei confronti dei dialetti un interesse e una sensibilità molto ridotti.

* * *

Come quella di Shakespeare, la scrittura di Florio è altamente metaforica, a cominciare dai titoli: First Fruites , Second Frutes, Gardine of Recreation, A Worlde of Wordes... Con i due manuali ci troviamo di fronte alla assai ricorrente metafora agreste, tanto più significativa quanto allusiva del nome stesso di Florio e sulla quale hanno giocato tanti dei suoi contemporanei amici e ammiratori nelle dediche alle varie edizioni dei suoi libri e nella corrispondenza. Il livello della scrittura di John Florio e le corrispondenze tra questa e numerose opere di Shakespeare hanno valore dimostrativo della forza creativa di Florio. Prendiamo il titolo del secondo manuale di John pubblicato nel 1591: “Florios SECOND FRUTES To be gathered of twelve Trees, of divers but delightsome tastes to the tongues of Italians and Englishmen.To which is annexed his Gardine of Recreation yielding six thousand Italian Proverbs”. Si tratta di una metafora pregnante, invadente. Ecco, scrive John, i secondi prodotti della mia campagna colti a dodici alberi/capitoli. Lingue e parole come frutti diversi ma dai gusti deliziosi. E per finire, un grande ricco giardino per la ricreazione dello spirito. Il 1591 è l’ anno in cui Florio, a sei anni dalla partenza di Giordano Bruno, lascia Oxford e torna a Londra, due anni prima, ennesima curiosa coincidenza, che il nome Shakespeare cominciasse a circolare, all’epoca in cui l’incerta cronologia ortodossa situa la rappresentazione della seconda parte di Henry VI.

To the right worshipfull, the kinde entertainer of vertue,

and mirrour of a good minde Master Nicholas Saunder of Ewel,

Esquire, his devoted John Florio congratulates the rich reward

of the one, and lasting beautie of the other, and wisheth all felicitie els.

Sir in this stirring time, and pregnant prime of invention when everie brable is fruitefull, when everie man is busilie working to feede his own fancie; some by delivering to the presse the occurences & accidents of the world, newes from the marte, or from the mint, and newes are the credite of a travailer, and first question of an Englishman. Some like Alchimists distilling quintessences of wit, that melt golde to nothing, & yet would make golde of nothing; that make men in the moone, and catch the mooneshine in the water.

Le ultime tre righe anche se non trovano corrispondenza precisa in Shakespeare, nondimeno mi sembrano altamente poetiche.

Some like Alchimists distilling quintessences of wit, that melt golde to nothing, & yet would make golde of nothing; that make men in the moone, and catch the mooneshine in the water.

Non sono, questi, versi degni del divino William?

I could not chuse but apply myself in some sort to the season, and either proove a weede in my encrease without profit, or a wholesome pothearbe in profit without pleasure. If I proove more than I promise, I will impute it to the gracious Soile where my endeavours are planted, whose soveraine vertue divided with such worthless seedes, hath transformed my unregarded slips to medcinable simples.

Dove John Florio dà prova di una capacità retorica, di un High Style che appare identico a quello del Bardo, con quel riferimento alla ricchezza del suolo ossia, si direbbe, del contesto britannico e della lingua inglese, che hanno permesso ai suoi semi di generare così buoni frutti.

Manie sowe corne, and reape thistles; bestow three yeares toyle in manuring a barraine plot, and have nothing for their labor but their travel: the reason why, because they leave the lowe dales, to seeke.thrift in the hill countries; and dig for gold on the top of the Alpes, when Esops cock found a pearle in a lower place. For me, I am none of their faction, I love not to climb high to catch shadowes; sufficeth, gentle Sir, that your perfections are the port where my labors must anchor, whose manie and liberall favours have been so largely extended unto me, that I have a long time studied how I might in some sort gratefully testifie my thankfulness unto you.

Stile spigliatissimo, sicuro, denso di riferimenti mitologici quello di John e animato da una vena poetica assolutamente shakespeariana “I love not to climb high to catch shadowes”…

Una nota particolarmente significativa sulle capacità creative e poetiche di Florio la fornisce Matthiessen quando ci rivela che una delle immagini shakespeariane più potenti utilizzata in King Lear, “marble-hearted” è stata creata da John Florio. Scrive Matthiessen

(...) for example, “marble-hearted” coming upon which, in Lear’s speech to Goneril, one would have thought it a certain stroke of Shakespeare’s genius (Matthiessen, 125)

si ritrova invece prima nel Montaigne di Florio, traduzione di “des âmes si farouches”, II,123. A me è capitato invece di scoprire (ma certamente chiunque abbia letto Florio lo avrà notato) che il Sonetto 94, in particolare il famoso verso e concetto

Lilies that fester smell far worse than weeds

non solo, come è noto, è identico a un verso dell’anonimo Edward III, ma ha un antecedente, una prima prosaica versione nel dodicesimo capitolo dei Second Frutes del 1591

And whitest Lillies from a stinking weede

Incredibile, vero? Ma questo non è Shakespeare, il solito plagiario. È semplicemente John Florio, il drammaturgo clandestino, che plagia se stesso!

Addirittura, tra le espressioni di John che Matthiessen segnala, si ritrova lo shakespeariano “the world as a stage” sottoforma di “on the theatre of this world”. Che, senza dimenticare il biblico “totus mundus agit histrionum”, è un’espressione formulata da Giordano Bruno negli Eroici furori pubblicato tra il 1584 e il 1585 quando viveva a Londra in compagnia di John Florio

Che tragicommedia, che atto, dico, degno più di compassione e riso può eserne ripresentato in questo teatro del mondo, in questa scena delle nostre coscienze.

* * *


Dei numerosi testi in prosa e in versi che precedono la traduzione degli Essais di Montaigne tra cui un poema di Samuel Daniel consideriamo To the curteous Reader. Si tratta di uno scritto così denso e bello che meriterà, altrove, un commento puntuale, uno studio approfondito e una vasta discussione. Scrive John Florio


from translation all Science had it’s of-spring. Likely, since even Philosophie, Grammar, Rhethorike, Logike, Arithmetike, Geometrie, Astronomy, Musike, and all the Mathematikes yet holde their name of the Greekes: and the Greekes drew their baptizing water from the conduit-pipes of the Egiptians, and they from the well-springs of the Hebrews or Chaldees. And can the wel-springs be so sweete and deepe; and will the well-drawne water be so sower and smell?

Trivium (logica, grammatica, retorica) e Quadrivium (geometria, astronomia, aritemetica, musica), insomma tutto il nostro sapere, dice Florio, ci viene dai Greci, via Egiziani e Ebrei: brillante, straordinariamente shakespeariana immagine-pun dell’acqua battesimale via acquedotto dai pozzi dei Caldei!

Il seguente brano, con le riflessioni sulla diffusione del sapere, mostra che è John Florio lo Shake-speare che shooke the spear, come scrisse di lui Ben Jonson, contro l’ignoranza nell’Inghilterra elisabettiana!

Why but Learning would not be made common. Yea but Learning cannot be too common and the commoner the better. Why but who is not jealous, his Mistresse should be so prostitute? Yea but this Mistresse is like ayre, fire, water, the more breathed the clearer; the more extended the warmer; the more drawne the sweeter. It were inhumanitie to coope her up, and worthy forfeiture close to conceale her. Why but Schollers should have some privilege of preheminence. So have they: they onely are worthy Translators. Why but the vulgar should not knowe at all. No, they can not for all this; nor even Schollers for much more: I would, both could and knew much more than either doth or can. Why but all would not be knowne of all. No nor can: much more we know not than we know: all know something, none know all: would all know all? they must breake ere they be so bigge. God only; men farre from God. (…) Why but let Learning be wrapt in a learned mantle.
 

Nell’estratto che segue, sempre da To the curteous Reader, c’è più che una traccia dell’ ‘illuminismo’ Bruniano e dunque del pensiero e dell’etica sottesi al lavoro teatrale di Shakespeare

Obscure be he that loves obscuritie. And therefore willingly I take his worde, though wittingly I doe mistake it, Translata proficit. Why but who ever did well in it? Nay, who ever did well without it? If nothing can be now sayd, but hath beene saide before (as hee sayde well) if there be no new thing under the Sunne. What is that that hath beene? That that shall be: (as he sayde that was wisest) What doe the best then, but gleane after others harvest? borrow their colors, inherite their possessions? What doe they but translate? perhaps, usurpe? at least, collect? if with acknowledgement, it is well; if by stealth, it is too bad: in this, our conscience is our accuser; posteritie our judge: in that our studie is our advocate, and you Readers our jurie. (…)

Why then againe, as Terence, I have had helpe. Yea, and thanke them for it, and thinke you neede not be displeased by them that may please you in a better matter. Why but Essayes are but mens school-themes pieced together; you might as wel say, several texts. Al is in the choise & handling. Yea mary; but Montaigne, had he wit, it was but a French wit ferdillant, legier, and extravagant. Now say you English wits by the staydest censure of as learned a wit as is among you.

Il rapporto alla tradizione, i criteri di scelta delle fonti e la necessità e legittimità di ispirarsene sono invece proprio gli argomenti e i problemi letterari che Florio poteva solo sfiorare o affrontare indirettamente nella sua opera poetica e drammatica diffusa con lo pseudonimo di Shakespeare e che sono invece discussi apertamente nelle sue opere di traduttore e lessicografo.

Oggi, per riprendere l’espressione di Daniel Swift “Shakespeare has escaped the grounds of the academic institutions and is now at large in the community”. Per questo, dalla secolare questione dell’Authorship emana il nervosismo, l’imbarazzo e a volte l’angosciosa tensione di una cultura, l’anglosassone, a cui la diaspora del Sud ha inaspettatamente regalato questo frutto straordinario divenuto, nei quattro secoli dalla morte di Shakespeare, uno degli elementi fondatori della identità inglese e poi britannica e che ora sta per sfuggirgli di mano. Ecco, come diceva Henry James, perché il mondo è stato così “paziente” con questa frode. Ha avuto interesse ad esserlo!




22 luglio 2008

Lamberto Tassinari vive in Canada dal 1981. A Montreal, dove ha insegnato lingua e letteratura italiana all’Université de Montréal, ha cofondato e diretto dal 1983 al 1997, la rivista transculturale ViceVersa. Nel 1985 ha pubblicato il romanzo Durante la partenza e nel 1999 una raccolta di saggi Utopies par le hublot. Questo testo è tratto da Shakespeare? È il nome d’arte di John Florio pubblicato a Montreal nel febbraio 2008 da Giano Books. L’edizione inglese è di prossima pubblicazione.


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