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Mel Gibson ha da fare delle obiezioni a Dio

"La passione di Cristo" di Mel Gibson

Fiorella Marini

Nessuna algebra dell’atrocità comunemente ammessa dal cinema mondiale (tanatofilo e scatofilo) che serva per non porsi la questione della macelleria umana sbandierata da Mel Gibson con il suo film.

(13.05.2005)

Dire se il film La passione di Cristo di Mel Gibson sia bello o brutto vale a mancarne la lettura. Chiedersi se il film
sia fedele o meno al testo dei Vangeli, pure.

Il regista non chiude la porta al messaggio di Cristo? Semplicemente pare non aver letto le testimonianze, le novelle, i vangeli, per impiantare una fiaba gnostica, più vicina al fantasma, come copia di copia, che lo riguarda, che alla via intellettuale. Le musiche tonitruanti e l’uso insistente del ralenti sono dettagli della vivisezione del male per giungere al bene tagliando il taglio e bucando il buco.

Nessuna algebra dell’atrocità comunemente ammessa dal cinema mondiale (tanatofilo e scatofilo) che serva per non porsi la questione della macelleria umana sbandierata da Mel Gibson con il suo film.

Nessuna comparazione tra il corpo umano manipolato come oggetto e trattato come immondizia della società, e dei media in particolare, e il corpo flagellato e crocefisso di Cristo.

Mostrare l’orrore in faccia affinché non si ripeta? Mostrare il male, mostrare il diavolo e il figlio del male, l’anticristo?

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Alessandro Taglioni, "Primavera", olio su tela, 2003

La rappresentazione della violenza non significa la presenza del male, che se ascoltato, ma sopra tutto visto, potrebbe stoppare la sua stessa proliferazione. E in effetti il male prolifica, per chi ci crede e per chi miscrede.

Satana è proposto come madre dell’anticristo, che sfila davanti a un Cristo che sopravvive di ricordi: questi sono i flashback che punteggiano il calvario.

Gibson porta a significazione l’insignificabile: il mito di Cristo. Ogni goccia di sangue parrebbe avere un perché, una ragione, mentre invece il sangue è indice del tempo e non dell’imbarbarimento.

Sicuramente Mel Gibson conduce l’operazione onestamente e sinceramente, cioè bara sull’essenziale. Persino le tentazioni scivolano dal deserto sul calvario.
Il film non è antigiudaico, ma antinomenclaturistico: contro i dottori della legge, ritenuti responsabili del massacro.

E in quanto antinomenclaturistico, il bene cristo gibsoniano si candida per l’ultimo massacro necessario del male affinché regni il bene, per l’appunto mondato dal male, che però se la ride sulla bocca infante dell’anticristo.

La macelleria umana. Maria e Maddalena che asciugano il sangue sono le conferme che è stato versato, che l’ironia "prendete e mangiate (simbolica) nasconde il massacro reale. E permette a Mel Gibson di sguazzare nel suo Getsèmani.

Il messaggio di Cristo non emerge dal film di Mel Gibson, seppellito com’è da una coltre di sangue, che chiama sempre l’ultimo sangue purificatore e necessario, perché le madri e le non madri, Afrodite e Atena, come Maria e Maddalena (già Eva e Lilith) nemmeno pulendo con le loro vesti e con i loro corpi possono cancellare il sangue versato di Cristo.

I Vangeli, quindi la lezione di Cristo, giungono come compimento dell’Antico Testamento. È essenziale leggere i Vangeli con la Torah, e non dimenticare l’albero della vita.
L’albero della vita è al di là del bene e del male. L’albero della vita non è l’albero del bene e del male senza più il male.

E se i migliori autori mantengono almeno aperto lo spiraglio che dà sull’albero della vita, nel film di Mel Gibson c’è solo il male assoluto e Cristo non è più il figlio dell’altissimo ma l’agente del bene che ha perso ogni contatto con Dio. E anche la resurrezione è parziale: il corpo è stanco, seduto, non in gloria; e le ferite dei chiodi non sono stigmate ma buchi.

Il bene assoluto, il bene supremo, come insegnano i più noti colpi di stato, ancora più noti come rivoluzione francese e rivoluzione d’ottobre, si realizzano come massacro. In nome del bene vengono massacrati gli ultimi rappresentanti del male. I nemici.

Amici e nemici sono appesi all’albero della conoscenza del bene e del male, ovvero alla tentazione del serpente, quella di girare in tondo, magicamente e ipnoticamente.
La passione di Cristo è un film profano o spirituale?

Tale è un’altra pseudo questione. Perché anche lo spirituale è senza lo Spirito, e risulta un modo del mentalismo che manca sempre la questione intellettuale, come nella new age.

Allora, quasi per caso, è un film intellettuale? Qual è il messaggio? Che il messaggio di Cristo non viene ascoltato perché la nomenclatura religiosa ebraica ha cercato d’impedirlo nel modo più accanito? Il tutto confermato dal vanesio Erode e dall’umanissimo Pilato?

Se esistessero la mistica e la sua negativa, la schizofrenia, il film sarebbe solo la fantasticheria dell’autovivisezionista Mel Gibson che si prende per un povero Cristo, e ognuno sa che non è vero. E non esistendo nell’originario, queste fantasmagorie richiedono che il regista s’interroghi in modo intellettuale sulla materia che non può semiotizzarsi come schizofrenica o mistica.

Il film è gnostico. Che cosa vuol dire? Che si fonda sulla conoscenza del bene e del male, ovvero sull’albero della conoscenza. E la lezione parrebbe che solo conoscendo in profondità il male - che gli umani malefici fanno all’uomo -allora si volgeranno al bene. Eccetera.

Certamente La passione di Cristo è raccontata attraverso la via del realismo, togliendo il pragma, togliendo l’ipotesi abduttiva che non va mai nella direzione deduttiva di nessun umano.

Il realismo senza l’eventualità di un’altra verità come effetto è l’idea del soggetto, di chi si getta sotto la delega a Dio, ovvero all’immagine di Dio, tagliando corto con l’insegnamento della Bibbia che è l’uomo a essere fatto a immagine di Dio, e per questo irrappresentabile, come Dio.

Mel Gibson ha da fare delle obiezioni a Dio, che ha abbandonato prima Cristo e ora anche lo stesso Mel Gibson.
Curioso come pare intervenire un’impossibile e lodevolissima identificazione di Mel Gibson con Cristo, in questo osservante della imitatio Christi.

Ma molto più difficile è l’impossibile identificazione con Giuda. I trenta denari per i film inintellettuali non risultano mai inaccettabili, sebbene in altri modi ognuno perda la testa, e non solo nel settore del cinema.

Fiorella Marini, nata nel 1962 a Siena, è poeta. Dal 1993, quando era residente a Parigi, ha avviato una lettura inedita degli scritti di Armando Verdiglione. Risiede a Buenos Aires dal 1996. Collabora a "Transfinito" dalla sua fondazione.

Prima pubblicazione: giugno 2004


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