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"Shakespeare? È il nome d’arte di John Florio" di Lamberto Tassinari

Giancarlo Calciolari
(8.07.2008)

“Shakespeare non è mai esistito. Tutte le sue opere sono state scritte da uno sconosciuto che porta il suo stesso nome”.

Alphonse Allais, Les Pensées, Le Cherche-Midi Éditeur, Paris, 1987, p. 23.

 

La questione della paternità delle opere di William Shakespeare è forse la questione di punta dell’ideologia inglese che è sorta poco prima con l’autocefalia ecclesiastica di Enrico VIII per le note ragioni. Già chiedersi chi sia il padre di qualcuno che è autore vale a scardinarlo come tale e a proporre un sostituto. Molto chiaramente, Enrico VIII si è sostituito al Papa cattolico apostolico romano creando la chiesa anglicana. È per questa sostituzione, per questa usurpazione di paternità (il re si autonomina capo della chiesa cristiana “già” esistente in Gran Bretagna) che per falso nesso viene posta in dubbio la paternità di Shakespeare, quando per lo più a corte si sapeva che l’autore dei drammi di Shakespeare era tal John Florio, autore delle magnifiche traduzioni in inglese degli Essais di Montaigne e del Decamerone di Boccaccio, curatore di un dizionario di italiano/inglese che ha arricchito la lingua inglese, che usciva allora dal medioevo, nello stesso modo in cui il rinascimento italiano è stato importato poi dallo zar di tutte le Russie che ha costruito l’Hermitage per conservarlo. Museo poi severamente vietato anche agli artisti durante la rivoluzione comunista.

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Hiko Yoshitaka, "Cellule di resistenza", cifratipo, 2008

Come a dire al pubblico e ai ricercatori: prima risolvete il problema della paternità delle opere di Shakespeare e poi affronteremo quello dell’origine poco edificante della religione anglicana. Successo assicurato. Nessuno si occupa della creazione della religione anglicana, come nessuno si occupa oggi della creazione di una stirpe araba in seno alla corona inglese che ha portato alla morte della principessa Diana. Wittgenstein regna: su ciò di cui non si può parlare occorre tacere. Questo aforisma potrebbe nominarsi “postulato di Enrico VIII”.

Verso la fine degli anni quaranta sono stati recensiti più di quattromila articoli e opere antistratfordiane (che non ammettono l’uomo di Stratford come Shakespeare, dal nome somigliante) e sono state valutate a circa sessanta il numero delle persone riconosciute come autori delle opere di Shakespeare, come indica Peter Gay in En lisant Freud, explorations et divertissements (PUF, Paris, 1995, “Freud et l’homme de Stratford”, pp. 5-56).

Il matematico Georg Cantor, l’inventore della teoria degli insiemi, non accetta il suo nome come funzione volante di falsa sutura (non ha inventato due potenze differenti di transfinito in quanto Cantor), pensando che lo pseudonimo, almeno nel caso di Shakespeare avrebbe resistito meglio. E si interroga sull’ipotesi allora in discussione della teoria Bacon-Shakespeare. In tre brevi scritti ritiene di dimostrare che il filosofo Francis Bacon è l’autore dei drammi di Shakespeare.

Ignatius Donelly, verso la fine del XIX secolo ha popolarizzato la moda di leggere Shakespeare come un gigantesco crittogramma in favore di Bacon, trasformando i versi in acrostici e in anagrammi.

Freud stesso era antistratfordiano. Lettore delle opere di Shakespeare, che citava lunghi passaggi a memoria, Freud ha messo in dubbio che l’uomo di Stratford fosse l’autore di Amleto, senza per questo pensare che fosse Francis Bacon. Nel 1926, dopo la lettura di un libro di J. Thomas Looney, egli adotta l’ipotesi che Shakespeare fosse lo pseudonimo di Edward de Vere, XVII conte d’Oxford, che era uno dei protettori di John Florio, l’esule ebreo italiano alla corte d’Inghilterra come lessicografo, tutore, traduttore. Freud ha letto un certo numero di opere su questo tema, e come per Mosè, di cui affermava che era egizio e che ce n’erano stati due, progetta di scrivere un’opera sull’identificazione di Shakespeare, ma non la scriverà mai.

Al poco noto John Florio e al padre Michel Angelo il ricercatore e scrittore Lamberto Tassinari ha dedicato un libro interessante e documentato, Shakespeare? È il nome d’arte di John Florio (Giano Edizioni, Montreal, 2008, pp. 380, € 23). Leggendo Michel Angelo e John Florio, Lamberto Tassinari si ritrova nella stessa lingua di Shakespeare. Le dimostrazioni le lascia alle corporazioni dei dimostratori e dei mostratori, che prezzolati conducono solo delle pseudo battaglie.

Per noi, acquisire la lezione che John Florio è l’autore dei drammi firmati con il nome d’arte di Shakespeare è l’introduzione ad altre questioni che ci poniamo e che poniamo a Lamberto Tassinari.

Per Lamberto Tassinari gli accademici inglesi hanno quasi il peso supplementare di un’associazione, che occuperebbe i più alti livelli culturali e possiederebbe il monopolio degli studi su Shakespeare.
A fianco dell’“ebreo errante” e dell’“inglese errante” citati dal matematico Georg Cantor, ecco l’“italiano migrante” di Lamberto Tassinari, filosofo di formazione. Più precisamente nel caso Michel Angelo e John Florio si tratta di “ebreo italiano errante”. Non “italiano di religione ebraica”, come poi avrebbe voluto ridurre la questione ebraica in Italia Gramsci. La conversione di Michel Angelo, prima cattolica e poi valdese, protestante (quando con la riforma i valdesi convergono nel protestantesimo per cercare rifugio dalla caccia che aveva fatto letteralmente sparire i catari tre secoli prima), sottolinea, al posto di camuffare sotto le spoglie di un marranesimo di facciata, l’istanza ebraica nella vita errante dei Florio.

L’incredulità di Tassinari faccia alla comunità accademica degli specialisti di Shakespeare – di cui non fa parte – è l’inverso della sua credenza in John Florio, migrante transculturale antelitteram. Come dice Borges, l’autore si crea i suoi precursori. La sobrietà del ricercatore linguistico Lamberto Tassinari non lo porta alla soglia dell’affermazione flaubertiana: Florio, c’est moi. Il tentativo c’è, proprio a partire dalla presunzione che solo un intellettuale migrante come Tassinari può riconoscere la lingua certa dell’intellettuale migrante John Florio, figlio di una biblioteca di nome Michel Angelo.

Qual è il metodo di Lamberto Tassinari? La lettura libera, senza totem né tabù. Leggendo John Florio e leggendo Shakespeare si accorge che si tratta della stessa voce, della stessa lingua, dello stesso ritmo, della stessa materia, della stessa cultura,... Opera una forzatura sul testo di Shakespeare e sul testo di John Florio? Non ci pare. Rimane la questione di da dove tragga la certezza Tassinari sulla verità della paternità delle opere di Shakespeare? Tra le poche appendici al suo lavoro, per altro ricchissimo di citazioni da Shakespeare e da Florio, in inglese nel testo, poiché in traduzione si perderebbe ogni riscontro, ci sono il testamento dell’uomo di Stratford e il testamento di John Florio. Sì, il poeta migrante, che ha forse paura di morire come il suo amico Giordano Bruno, è l’autore delle opere di Shakespeare, che è appunto il suo nome d’arte.
John Florio temeva di fare la fine di Bruno, come Descartes temeva di fare la fine di Galilei. Il lessicografo migrante si è accontentato, al punto da far scrivere sul suo ritratto “Chi si accontenta gode”.

Ammettere l’ipotesi che Shakespeare sia il nome d’arte di John Florio risolve quasi ogni quesito che si è posta la critica scespiriana, ma spalanca le porte a molte altre questioni.

Non abbiamo nessun interesse per l’accademia e per gli accademici di ogni paese del pianeta. Non abbiamo nessun interesse neanche per gli antiaccademici, che come orizzonte hanno l’accademia. Il sapere come causa. La gnosi. Le genealogie della conoscenza. In altri termini, il razzimo, con i suoi tre principi: di non contraddizione, d’identità, del terzo escluso.

Rispetto all’essenziale, all’originario, alla verità, chi si attiene all’accademia, anche nella forma di lotta contro l’accademia, accetta l’acefalia, l’assenza dell’istanza intellettuale. È questa la ragione per cui sono secoli che dalle accademie in quanto accademie non esce nulla di nuovo. Solo gli anomali accademici, non consoni all’accademia, possono dare l’impressione che qualche accademico produca qualcosa. Ma non la produce in quanto accademico, ma in quanto anomalo. Cantor, Gödel, Peirce... In breve, ci ripetiamo: nessun interesse per l’accademia.

Qual è la lezione da trarre dalla ricerca di Lamberto Tassinari? Che John Florio è il nome d’arte di Shakespeare. L’ideologia anglicana, sedimentata nella lingua inglese, e riprodotta attraverso un immenso apparato pedagogico-mediatico impiegherà centinaia d’anni ad acquisire l’autentica lezione di Lamberto Tassinari. La lista delle lezioni che gli umani non hanno ancora acquisito è lunga, e solo gli pseudo ingenui pensano che la verità trionfi.

Come insegna Tassinari, non rari sono coloro che nel porsi questioni attorno a John Florio come sorgente letteraria dell’uomo di Stratford sono giunti alla soglia dell’inevitabile conclusione da trarre, non ultima la grande Francis Yates. Una questione semmai è di precisare il funzionamento della macchina da guerra schierata contro l’ipotesi di Tassinari, che risulterà non letto per anni e anni dagli accademici, simbolici, immaginari o reali che siano.

L’ideologia anglicana è una macchina da guerra offensiva per la non accettazione del terzo, in questo caso l’ebreo italiano errante, che cerca di sfuggire a un’altra macchina da guerra offensiva, quella che ha bruciato l’amico Giordano Bruno, l’Inquisizione.
Pericoli immaginari? È del 1561 il massacro dei valdesi a Guardia Piemontese, in provincia di Cosenza.

Che cosa resta della teoria Bacon-Shakespeare di Georg Cantor? Era “solo” un’interpretazione delirante come risposta alla non assunzione della paternità della sua invenzione matematica, come scrive lo psicanalista Erik Porge, che ha pubblicato in traduzione francese i testi di Georg Cantor sulla paternità, introvabili in italiano?

Resta che ogni volta che del patronimico Shakespeare viene effettuata una traduzione parallela, in cui viene decomposta la parola secondo il senso (Shake-speare) al punto che il nome non ha più la sua funzione di referenza, la decomposizione si accompagna di un cambiamento di significazione (chiamata da Lacan, nell’unico scritto che ha fatto in tedesco: Bedeutung), e Shakespeare diviene Fiorio, tanto per riprendere la distinzione di Frege tra Sinn e Bedeutung.

Diciamo questo nel senso che anche nel caso di Shakespeare come nome d’arte di John Florio, John Florio non è più Shakespeare, e per altro non lo è mai stato. “Shakespeare è il nome d’arte di John Florio” richiede un’indagine sulla nominazione, anche la reintroduzione del Nome-del-Padre nella considerazione della scienza, come auspicava l’inventore del nomignolo di Dio, Jacques Lacan. In tal senso non possiamo ammettere la formulazione - che per altro non fa Lamberto Tassinari, che profetizza il mantenimento del nome Shakespeare – Shakespeare = John Florio; che tra l’altro farebbe passare come errore di riconoscimento quella che tutt’oggi è una strategia della galassia inglese.

Altri leggeranno la nostra ipotesi che il caso Shakespeare è il risvolto nella cultura del caso Enrico VIII nella religione? Il re diviene per autocefalia il capo della religione cristiana. Il padre della religione anglicana. Il re che voleva diventare padre di un maschietto. Il re che voleva trasmettere il suo nome come Nome-del-Padre. E di fatto gli succede, dopo un intermezzo infantile, un regno al femminile. Quello breve di Maria la Cattolica e quello lungo di Elisabetta I. L’ottavo non diviene zero, e gli succede un altro uno.
L’ottavo si era anche autonominato re d’Irlanda, anticipando di secoli la teorizzazione di Carl Schmitt: sovrano è chi decide nello stato di emergenza.

“Shakespeare” è la formalizzazione culturale (la digestione) della protesta teologico-politica di Enrico VIII.

Se Shakespeare è il più grande poeta inglese, che ha venduto senza guadagnare nulla più di quattro miliardi di copie di libri, è anche perché di facciata John Florio accetta l’ideologia anglicana. Accetta il Nome-del-Padre, anche nella forma del nome e cognome dell’uomo di Stratford, dal cognome così simile (Shakspere). Accetta l’ideologia anglicana, che ammette solo il genio locale, al punto da spacciare un commerciante teatrante come corpo dell’opera “Shakespeare”. William Shakespeare non è John Florio, perché l’opera non è l’autore. Quello che viene chiamato pseudonimo o nome d’arte è un’opera, una fiction. E funziona ancora.

Nessuno è sconvolto dall’apprendere che lo scrittore Philippe Sollers è il nome d’arte di Philippe Joyeux, o che Alberto Pincherle è il nome d’arte di Alberto Moravia, e che Stendhal è un pseudonimo...

La paura d’essere uccisi, non basta a giustificare l’uso del nome d’arte, nel caso di John Florio. Ci sono anche ragioni inerenti alla cultura e alla produzione di John Florio. Per questo aspetto ha ragione Lamberto Tassinari a mettere in risalto l’opera di John Florio come lessicografo e traduttore. John Florio ha firmato l’essenziale che voleva firmare. Quale altra ragione allora per non firmare se non con uno pseudonimo le opere teatrali e le opere poetiche? Ecco la nostra ipotesi: perché era un esercizio di stile. La ricchezza linguistica e il talento letterario di John Florio era tale, come indica Lamberto Tassinari, che poteva inventarsi più di uno shake-speare.

Shakespeare è la beffa di John Florio, è come sarà poi il ready-made di Marcel Duchamp. Shakespeare è il ready-made di John Florio. Questo noi lo leggiamo tra le righe del testo di Lamberto Tassinari, intellettuale migrante, che trova a Montreal “un laboratorio dove si aggirano invisibili shakespeares di ogni dimensione e colore, e non dissimile da quello di Londra di Florio di quattro secoli fa”.

Del resto, che è letteratura, e ci importa al sommo grado, noi ci siamo aggirati come invisibili shakespeares a Montreal, nell’estate del 1992, e forse nemmeno l’amico Lamberto Tassinari ci ha visto, se non con le dimensioni e il colore di un piccolo Bad Spencer. Ma questa distanza dall’attuale predispone alla vista ginecologica dell’origine del mondo di Shakespeare. Noi, che ci troviamo in condizione di accorgerci adesso della novità, non abbiamo nessun interesse per la questione dell’autore dei drammi di un altro, in un altro tempo.

Forse Lamberto Tassinari è il nome d’arte di Lamberto Tassinari, e come tale un suo esercizio di stile è questo libro su Shakespeare-Florio-Tassinari.

Lamberto Tassinari potrebbe scrivere altri bellissimi libri come questo, per esempio sull’identità e la storia di Kaspar Hauser, il mito dell’ideologia tedesca. E perché no su Dante che pur non avendo terminato la Commedia, noi la leggiamo nella sua versione “integrale”. Per Jacopo Alighieri è stato un esercizio di stile?

Ciò che diciamo come obiezione alle ricerce sulla paternità delle opere non sminuisce in nulla il lavoro di Lamberto Tassinari, che ha scritto una ricerca con una curiosità che gli accademici (e gli antiaccademici) riuniti non hanno. Semmai c’è l’esigenza di chiedere allo scrittore Lamberto Tassinari i suoi altri Fruites.






Lamberto Tassinari, laureato in filosofia a Firenze, ha vissuto a Roma, Milano e Torino. Nel 1981 si è trasferito in Canada dove ha insegnato lingua e letteratura italiana all’Université de Montréal e ha cofondato e diretto dal 1983 al 1997, la rivista transculturale “ViceVersa”. Nel 1985 ha pubblicato il romanzo Durante la partenza e nel 1999 una raccolta di saggi Utopies par le hublot. Un suo libro su Giacomo Leopardi, Insostenibile modernità, uscirà in Italia nel 2008. Attualmente sta lavorando alla “mise en scène” di The Tempest che sarà rappresentata a Napoli.




Giancarlo Calciolari, direttore di "Transfinito.eu" e di "Transfinito Edizioni"


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