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Leggere Imre Hermann

Giancarlo Calciolari
(6.11.2009)

Nicolas Abraham nell’introduzione al libro L’istinto filiale di Imre Hermann, nel 1972, pubblicato da Denoël nello stesso anno, così scrive dell’autore:
“Come presentare Imre Hermann? Il discepolo più segreto e, con Melanie Klein, il più profondo di Ferenczi, figura come un’eminenza grigia: senza mai essere stato in primo piano, ha segnato la psicanalisi dell’ultimo mezzo secolo. Da Balint a Spitz, da Bowlby a Szondi, come da Winnicot a Hartmann o da Roheim a Lacan, non c’è pensiero d’ispirazione psicanalitica che non gli debba un’idea direttrice, un’orientazione particolare.”

Può risultare facile oggi non leggere più i lavori di Imre Hermann, liquidando il suo contributo alla psicanalisi a partire dal titolo dell’opera sua più nota, L’istinto filiale, quando si obietta sulla sua stessa esistenza di istinto, invece di cogliere il palinsesto in cui si dispiega la sua elaborazione.

Imre Hermann (1889-1984), dopo un corso di studi in matematica, termina gli studi di medicina a Budapest nel 1913. La sua prima pubblicazione scientifica è in data 1911. Si interessa alla psicanalisi in un gruppo diretto da Sandor Ferenczi. È stato in analisi prima con Erzsébet Révész, una discepola diretta di Freud, e poi con Vilma Kovacs. Diviene membro della Società ungherese di psicanalisi nel 1919, dopo la prima guerra mondiale. Molti viaggi effettuati in occasione di vari congressi, lo portano in Germania e in Austria dove incontra Freud. Lavorava in stretta collaborazione con la moglie, Alice Hermann. Nel 1938 Hermann scampa alla deportazione lavorando come medico (1). È grazie a lui e a sua moglie che la psicanalisi non è completamente sparita in Ungheria, come invece è stato il caso della Russia. Nel dopoguerra è attorno a Hermann che si ricostruisce per un breve periodo di tempo la psicanalisi, sino al 1948 quando viene proibita definitivamente sull’esempio di Mosca. E così i suoi adepti furono costretti alla clandestinità. Per i suoi 80 anni, Lilian Rooter ha detto di lui che “possiede la mirabile caratteristica del ricercatore, che consiste a lavorare durante i terremoti, a lavorare nell’isolamento, a lavorare nel silenzio, senza eco”.

Nel 1973, Jacques Lacan, su interessamento dello psicologo Ferenc Mérei, molto attento alla cultura francese, e allo stesso insegnamento della psicanalisi di Lacan, incontra Imre Hermann a Budapest, sulla scia della sua lettura dell’opera di Ferenczi.

Qualche tempo dopo, Éric Laurent, psicanalista dell’ECF, che all’epoca era membro dell’École freudienne, interpella l’ungherese Eva Füzesséry, in formazione come analista con Lacan, per valutare l’ipotesi di tradurre il lavoro di Hermann sul matematico ungherese Bolyai. Eva Füzesséry va a trovare Hermann a Bustapest, nel 1975, e gli propone di tradurre e di fare pubblicare il suo libro su Bolyai in Francia. Hermann dà a Füzesséry la sua opera intitolata János Bolyai, la nascita di un pensiero. Il libro esce da Denoël nel 1980, con il titolo di Parallelismi(2), e contiene anche altri scritti, tradotti dall’ungherese e dal tedesco, da Eva Füzesséry e da altri membri dell’EFP. L’introduzione è del matematico Jean Petitot-Cocorda, che delinea il panorama in cui è sorta la geometria iperbolica di Bolyai.

Parallelismi è un libro che raccoglie alcuni testi editi dal 1927 al 1965 dedicati alla vita e alle opere di alcuni intellettuali, in buona parte matematici: Bolyai, Darwin, Fechner, Cantor, Hilbert, Russel... Una raccolta di “patografie”, come le chiama Hermann, nelle quali non si tratta di vedere l’applicazione della psicanalisi alla biografia, e nemmeno una presunta apertura alle questioni fondamentali riguardanti l’epistemologia della psicanalisi, bensì una prima lettura psicanalitica di questioni fino allora lasciate alla psichiatria e alla psicologia. Certamente la parola stessa “patografia” indica il compromesso con questi saperi, ma la ricerca di Imre Hermann è molto più libera di quello che parrebbe da alcune formulazioni di “compromesso”. E forse non si tratta nemmeno di compromesso, ma di una ricerca che non si è fermata di fronte a nessun pregiudizio, anche perché allora rarissimi erano coloro che potevano porre qualche obiezione al suo itinerario intellettuale.

Parallélismes non è mai stato tradotto in italiano. A suo tempo sono stati pubblicati in italiano: L’istinto filiale, Psicanalisi come metodo, Psicanalisi e logica e il breve Perversione e musicalità, solo volume ancora nel catalogo degli editori.

Il testo su Bolyai si occupa proprio del V postulato, o XI assioma, di Euclide, quello delle parallele. Con una libertà infinita, della quale non gode nessun psicoqualcosa, che con un millesimo della curiosità di Hermann può diventare un barone universitario, l’indagine sulle parallele e sul parallelismo tra l’opera e la vita del matematico si avventura in un territorio non ancora esplorato da Freud. Come dal generale si giunge al singolare e viceversa.

Il parallelismo è l’ipotesi stessa dell’esistenza di un rapporto tra due, non solo linee rette, ma anche “persone”. Infatti Imre Hermann s’accorge fin da subito che Bolyai s’interroga sulla vita delle persone quando teorizza su quella di nozioni astratte come quella di punto, linea, superfice, dimensione...

E il parallelismo più forte non è quello tra psicanalisi e logica matematica, che permetterebbe la lettura psicanalitica della logica matematica, e nemmeno quello tra il caso singolo e la serie di casi, ma quello tra la teoria del matematico e la sua vita.

I “parallellismi” istituiti dalla psicanalisi di Hermann indicano che i parallellismi istituiti dalla matematica non sono confinabili nella questione dell’assioma delle parallele di Euclide, che peraltro pone già il problema di ogni parallelismo. A questo proposito, Herman cita D’Alembert (1717-1783) che diceva: “La definizione e le proprietà della linea retta, oltre a quelle delle parallele, sono lo scoglio e per dire così lo scandalo degli elementi della Geometria”.

Hermann non evita lo scoglio, non lo supera: lo scoglio è l’ostacolo, ciò che sta dinanzi, l’oggetto della parola, e risulta condizione della ricerca.

Analizzando le geometrie non euclidee, a proposito di quella di Bolyai, ma anche quella di Lobatchevski, Hermann si pone la questione del riferimento “reale”, che risulta “semantico”. Trova appunto che l’assiomatica geometrica possiede una semantica canonica e assoluta con lo “spazio reale”. Ma cos’è lo spazio reale? È lo spazio “localmente” euclideo. E ai suoi estremi ci sono i paradossi. Il punto di partenza e il punto di arrivo, il meta zero e il meta infinito.

Non a caso, Farkas Bolyai, il padre di János, ritiene che “il percorso di un essere superiore può essere calcolato così bene come la traiettoria di una stella filante” (21). Non è un caso che Bolyai padre legga “il padre, la madre, il bambino” come “una bella trinità terrestre” (22). E Desargues, citato da Hewrmann, insegna che all’infinito la retta è un cerchio. Niente è più ideale della retta e del cerchio, per non parlare della quadratura.

Si può leggere in altro modo l’affermazione: “Il numero immaginario puro è una formazione ideale. E così la geometria assoluta si apre su una serie di mondi ideali” (43). Idealità o finzione o abduzione? L’ipotesi abduttiva è l’ipotesi non più ideale, ovvero l’ipotesi pragmatica è l’ipotesi che si scrive, e che non esisteva prima. Si tratta ciascuna volta della questione della scrittura dell’esperienza, e non della scrittura del discorso, che è quella nella circolarità, che tanto ingombra la matematica e la semiotica.

Leggendo Hermann nella sua analisi dell’approccio di Darwin, si nota che sia il preformismo (l’ipotesi teologica) che l’epigenesi (l’ipotesi atea) sono due fantasie sul cominciamento, sulla funzione di rimozione, sul lievito, sulla crescita.

Va letto anche il rischio della patografia psicanalitica in Hermann, ma si tratta del suo “discorso”, della zavorra da leggere, non della sua pratica di parola originaria.

Occorre cominciare come indica Peirce: con i pregiudizi a disposizione, che sono “l’apparenza” dei filosofi e talvolta il diavolo, ovvero il dio mentitore che non inganna Descartes. Così l’analogia, la connessione, il rapporto, la parallela, il gruppo di omologia sono esche per un’ipotesi di ricerca, di lavoro.

Prima di leggere quali sono i parallelismi che “tengono” per Imre Hermann, citiamone alcuni aspetti. Ecco il parallelismo tra psiche e spazio : “Lo psichico e lo spazio sono certamente delle categorie affatto eterogenee: tuttavia si può concepire di rendere conto di certe analogie con l’aiuto di procedimenti di rappresentazione. Ci è sembrato utile di caratterizzare alcuni fenomeni psichici facendo corrispondere loro dei fenomeni spaziali (96).

Hermann distingue poi tra la curva come proprietà dell’inconscio e la linea retta come proprietà del pensiero cosciente (97); e identifica nella storia della geometria una lotta per la supremazia tra la retta e la curva (98).

Imre Hermann s’interessa alla spirale più che al cerchio (99), non a caso “lo spazio euclideo corrisponde al temperamento umorale normale. [...] Il sistema inconscio si muove in uno spazio monodromico e a spirale (103).

Quello che Lacan definirà “un certo ordine rotatorio”, e che lo spingerà per uscirsene a annodare borromeanamente in tre cerchi il simbolico, l’immaginario e il reale, è identificato da Hermann: “La struttura circolare delle dimostrazioni logiche più complesse si conforma alla natura delle rette nello spazio sferico: fanno ritorno su di esse stesse (104). Questa è anche la lezione di Desargues, che non sfugge a Hermann.

In ciascuno degli altri casi letti da Imre Hermann si trovano spunti molto interessanti.

La psicofisica di Fechner formula una equazione per la grandezza della sensazione. La psicofisica è algebra della semiotica, che renderebbe segno matematico la rottura del segno in psiche e fisica,e ne offre la ricomposizione.
Fechner che disquisisce sull’anima delle piante, passa dall’analogia all’identità: tra lo psichico e il fisico la relazione è biettiva e totale.

A proposito di Charles Darwin, Imre Hermann analizza il totemismo: “Gli animali sono, come sappiamo, animali totem, sono là al posto del padre (forse anche del fratello unico)” (205). Non ci risulta che attualmente ci sia tra i lettori di Darwin chi ne legga anche il compromesso con il totemismo. Nemmeno tra i suoi presunti avversari.

Affermando che le specie non sono immutabili, Darwin, nell’autobiografia, scrive di provare l’effetto di confessare un crimine (207). In tal senso Gödel passa all’implicazione successiva, ovvero teme di essere avvelenato per il colpo portato allo spirito del tempo dai suoi teoremi di incompletezza.

Rispetto all’inventore del transfinito, Hermann annota che “prima dell’elaborazione della teoria degli insiemi, Cantor parlava non di insieme ma di serie numeriche” (229). E in effetti l’ipotesi del continuo indaga il varco tra un numero e l’altro.

Hermann ha consultato i documenti della clinica universitaria di Halle, luogo dei ricoveri di Cantor. Ha letto inoltre i testi, irreperibili in italiano, sulla paternità di Shakespeare e sulla paternità di Gesù. Hermann cita l’opera breve Ex Orient Lux che Cantor ha pubblicato nel 1904 con lo pseudonimo di Leo Gadbe. Ricerca dell’origine che è l’unico modo “canonico” di porsi la questione dell’originario, che comporta invece l’assenza di origine e di parallelismo.

“In effetti, alcune delle idee deliranti [di Cantor] riguardano il problema delle origini in generale” (237).

Sia nei testi matematici che in quelli ispirati sulla paternità, secondo Hermann, Cantor distingue l’apparenza che è illusoria dal reale e dalla verità.

La biiezione tra numero e insieme, tra elementi del continuo, tra elementi delle genealogie (nei casi di Shakespeare, di Gesù, e dello stesso Cantor) è lo stesso gruppo di omologia creato da Galois, e perseguito da Grothendieck.

Hermann indaga il palinsesto del caso Cantor, e reperisce anche gli strati sociali e non solo quelli individuali. In tal senso, “Il pensiero di Cantor fu ingluenzato da tre movimenti sociali ben precisi” (239): il socialismo, l’unione degli Stati tedeschi nel 1870, il raggruppamento degli scienziati per discutere dei fondamenti di una teoria generale. E a questo proposito, Hermann cita Lenin e non un matematico.

Talvolta Hermann identifica con semplicità il “parallelismo” in atto nella teorizzazione di un autore. Nel caso di Bolzano, il suo assioma logico più noto, detto “Principio in sé”, era una conseguenza diretta delle sue preoccupazioni verso l’immortalità, trasposte nell’universo specifico della logica matematica (242).

Molto interessante è lo scritto “Le antinomie della teoria degli insiemi e il loro tentativi di risoluzione” (243-278). Molto chiaramente, per Imre Hermann, il logicismo di Russell, l’intuizionismo di Brouwer e il formalismo di Hilbert sono “tentativi”. Ovvero il paradosso di Burali-Forti, meglio noto come paradosso di Russell, non ha trovato una effettiva risoluzione. Come non ha trovato una effettiva risoluzione nella metamatematica l’incompletezza, enunciata da Gödel.

A più riprese Hermann precisa il suo metodo psicanalitico di lettura. “Il metodo d’approccio che mettiamo in opera è fondato su studi psicopatologici comparativi. Attraverso varie comparazioni è possibile determinare il tipo psicopatologico al quale appartiene un certo movimento di pensiero teorico” (245). Si tratta sempre di una ricerca delle invarianti, che non si sazia di semplici analogie.

Esiste un parallelismo tra due domini? Che Russell nella sua logica delle relazioni tra insiemi di numeri applichi le relazioni sociali, che cosa implica per i numeri? E che cosa implica il rivolgimento delle relazioni tra numeri in quella tra umani? La questione non è risolta neanche dall’approccio matematico all’inconscio, tale quello di Lacan.

Quale lezione trarre dalla connessione dell’assiomatica di Russel con la sua fede e il suo desiderio (253-4)? Non tanto che la reazione logicista al traumatismo scatenato dalle contraddizioni matematiche sia di tipo isterico e fobico (254), quanto una indicazione a chiedersi quale sia la matematica senza più patologia e senza più pathos. Nel linguaggio di Hermann la questione si pone così: “Come accade che la riflessione teorica si lasci influenzare dalla costituzione e dalla struttura psichica?” (277).

Hermann annota di Russell che per primo s’accorge che le antinomie sono dovute alla natura circolare di un modo di pensare la cui caratteristica è di fare ritorno al suo punto di origine (275).

“A proposito della nascita della teoria degli insiemi, abbiamo potuto già sottolineare l’importanza dei fattori sociali e potremo dimostrare tranquillamente l’influenza diretta dei fatti politici e sociali sulla storia del principio del tertium non datur. Ma questo andrebbe oltre la cornice del nostro lavoro” (276). ci sembrerebbe quasi di avere già letto prima questa bella lezione di Imre Hermann quando abbiamo scritto, più di dieci anni fa, che il principio del terzo escluso si compie anche nelle camere a gas.

Ecco il parallelismo che “tiene” Hermann: “L’inconscio fa parte del campo esplorato dai matematici della teoria degli insiemi” (280). “La teoria degli insiemi riflette perfettamente le leggi dell’inconscio”. “L’inconscio è costituito di insiemi quasi infiniti” (281). Dalla “riflessione perfetta” passiamo alla “costituzione”. Le parallele sono una sola linea retta. E la trovata di Desargues per noi risulta un paradosso.

Imre Hermann ha il bandolo della matassa nella sua lettura del principio della scelta, che trova connesso anche al razzismo, cosa che per noi oggi è chiara.

Hermann riprende Hilbert che formula il principio matematico della scelta nella sua forma logica generale: a ogni proposizione A corrisponde un ך A tale che A vale per ogni elemento di un insieme se vale per ך A (283). L’assioma è quello del rapporto sessuale tra A e ך A.

Fränkel, citato da Hermann, afferma che è possibile giungere all’assioma della scelta utilizzando la regola del terzo escluso (283). Quindi il rapporto erotico, più che sessuale, se esistresse, si fonderebbe sul terzo escluso. In altri termini, l’esclusione del terzo comporta l’erotismo del tempo, l’ipnosi. La folla. La scelta e la prescelta. Il “buon esempio”, in tutto il suo principio d’universalità, che vale per tutti meno che per l’escluso. “Tutti i tedeschi, meno gli ebrei”: questo è il nazismo. La formula più generale: tutti meno gli altri. Tutto meno l’altro.

Hermann cita un suo libro, non ancora tradotto in italiano o in francese: Psicologia dell’antisemitismo, del 1945. “Il principio della scelta gioca un ruolo estremamente importante nella nascita dei fantasmi collettivi. L’odio e la diffidenza nei confronti di un popolo o di una razza straniera affondano le loro radici nella paranoia” (290).

Ecco altri passi in cui Hermann precisa a quali “parallelismi” si espone il principio della scelta, che è una riformulazione del gruppo di omologia di Galois.

“La genesi di questo principio della scelta è anche l’espressione di tendenze politiche e sociali obiettive dell’epoca in cui sono state create” (291).

“La dimensione collettiva della funzione della scelta” (303).

“Il carattere collettivizzante della funzione della scelta” (304).

Hermann compie un passo importante enunciando la logica individuale particolare (285), ovvero non cercando più nessuna generalità, nessun parallelismo, trovando i materiali e gli strumenti dellla sua lettura lungo la stessa ricerca, approdando a risultati che dopo Lacan sono stati conseguito solo da Armando Verdiglione.

Hermann affronta il testo di Aristotele e lo sollecita in un modo inedito anche per Lacan, e prima ancora per Peirce.

“I tre assiomi fondamentali della logica aristotelica, ovvero:

A=A

A ≠ non-A

e anche l’assioma del “terzo escluso” possono essere considerati come le proiezioni intellettuali dell’interdizione dell’incesto” (286).

“Ogni cosa è o A o non-A: non ci sono altre possibilità” (286).

L’interdizione dell’incesto come la trasgressione dell’incesto sono aspetti della credenza nell’incesto, nel rapporto erotico, quello che Lacan nel chiamarlo “sessuale” ne afferma l’inesistenza.

I tre postulati della logica di Aristotele sono la versione matematica dell’incesto. E l’endogamia deve escludere l’esogamia e vice versa.

I tre monoteismi introducono elementi di un’altra logica, non dovendo rendere omaggio al paganesimo formalizzato.

“Le due persone legate da una relazione d’amore sono il padre e il non-padre, ovvero la madre. Nessun posto è possibile per una terza persona, il figlio” (286). E questo accade nella logica aristotelica. Questa è la presunzione del rapporto sessuale, e anche la presunzione dell’etica pagana. Non a caso “le ipotesi, nella logica matematica sono, in un certo modo, dipendenti dalle esigenze etiche” (287). “Gli assiomi della logica matematica riflettono perfettamente la realtà obiettiva” (287). Nel senso della realtà degli “errori tecnici”, nella realtà del così fanno tutti, che non impressiona più di tanto Frege, che scommette sul caso unico di verità, in una distanza infinita da Tarski.

Ecco un’annotazione di matematica dell’inconscio difficile da leggere altrimenti:
“Al posto di una scelta d’oggetto soddisfacente si costituiscono delle serie infinite. E sono infinite perché ogni sostituto fallisce, per sua natura, a offrire la soddisfazione sessuale primordiale desiderata” (287). E qui Hermann cita Freud, Contributo alla psicologia della vita amorosa. Questa è la clinica psicanalitica, che si confronta con il cerchio magico e ipnotico della ripetizione: tolto l’originario e la serie compiuta (e non “finita” come presume Turing) resta la ricerca dell’origine nelle sue infinite copie, senza nessuna soddisfazione che non sia secondaria. Il sostituto o il supplemento (teorizzato da Derrida) è la serie della serie. La serialità.

La questione si può formulare oggi così: come cessa l’infinito potenziale e come s’instaura il transfinito? Ovvero, secondo Imre Hermann: come in ciascun caso la logica è particolare?




(1) Eva Brabant-Gerö, Ferenczi et l’école hongroise de psychanalyse (Paris, L’Harmattan, 1993).

(2) Imre Hermann, Parallélismes (Paris, Denoël, 1980).

Alcuni elementi della storia dell’incontro tra Lacan e Hermann si trovano in Eva Füzesséry, Le Tango de l’Archange. De Budapest au 5 rue de Lille (Ramonville Saint-Agne, Érès, 2006).





Un grazie particolare e infinito alla psicanalista Eva Füzesséry per averci donato Parallélismes e Psychanalyse et logique di Imre Hermann, che sono divenuti introvabili all’acquisto.




Giancarlo Calciolari, direttore di “Transfinito.eu”



Prima pubblicazione. 27 maggio 2008


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