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Normalità e follia

Antonella Iurilli Duhamel
(19.05.2009)



" Esiste in ogni pazzo un genio incompreso le cui idee spaventano le persone e il cui delirio è l’unica soluzione allo strangolamento che la vita ha in serbo per lui"




Antonin Artaud, "Van Gogh, the Man Suicided by Society"




















Non c’è parola che ha mietuto più vittime della parola “Normalità”; in suo nome, i suoi detentori, si sono spessissimo arrogati il diritto di umiliare, saccheggiare, distruggere, eliminare e persino uccidere. In natura non troveremo mai un albero uguale ad un altro; persino tra le sue foglie non ne troveremo mai una che sia perfettamente identica ad una sua consimile; l’unicità è l’elemento di base che contraddistingue la vita della Natura sul nostro pianeta.

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Antonella Iurilli Duhamel, "Blog", 2008

La Natura è provvista di una sorta di intima bontà che si traduce in una incessante ricerca di equilibrio e non di conformismo, ma quando il problema dell’intima bontà è condotto sul terreno della natura umana, le questioni diventano innumerevoli, specie alla luce delle immense calamità che l’uomo ha inflitto alla sua specie e all’intero pianeta.

Freud ha postulato che l’essere umano è nato con un istinto di morte difficile da sradicare e una certa predisposizione nei confronti della violenza; 
tuttavia, questa interpretazione non tiene conto delle teorie proposte circa l’esistenza del Sé.

Secondo queste interpretazioni l’essere umano è anche potenzialmente dotato di empatia; una particolare forma di sensibilità che non gli consente di fare ad altri quello che non vorrebbe fosse fatto a se medesimo.

Nel momento in cui, un bambino comincia a non percepire più i sentimenti positivi dei propri genitori nei propri confronti e al contrario ritrova nella condizione di sostenere il carico del rispecchiamento della loro immagine per tenere in piedi il loro precario senso di identità; a quel punto, inizia l’inevitabile processo del tradimento del Sé: un processo di adattamento alle dinamiche di potere familiare in primo luogo, e secondariamente a quelle sociali.

Il bambino percependosi escluso dall’Eden, affettivamente isolato da se stesso e dal resto del mondo, perde inevitabilmente la capacità di coniugare azioni e motivazioni e si rassegna a vivere in un costante stato di deprivazione dell’intimità e della fiducia. Questa grave perdita darà l’avvio alla costruzione di un falso Sé, una falsa identità conforme ai criteri di accettabilità della famiglia e della società ma spesso assai dissimile dalla sua intima realtà emotiva e dalla sua reale identità.

La compulsività nel soddisfare il copione inconscio prende il sopravvento sull’empatia, sulla capacità di essere radicati in se stessi e identificati con le proprie emozioni, lasciando via libera a distruttività e sopraffazione, alimentando costantemente un insaziabile bisogno di controllo e potere.

Su questo pianeta l’essere umano sembra essere l’unico ente capace di perpetrare una distruzione fine a se stessa; Sigmund Freud come sappiamo, attribuisce tale distruttività ad un a priori istinto di morte, ma molte altre teorie psicologiche mostrano una stretta correlazione tra il tradimento del Sé, il tradimento del corpo e il bisogno compulsivo di acquisizione di potere.

Viviamo in una cultura in cui furbizia, manipolazione e tradimento sono divenuti modi consueti di adattamento alla realtà, il paradosso è che molto spesso chi non riesce a sopportare la mancanza di valori umani è considerato "fuori luogo", un "disadattato", mentre coloro che hanno tagliato le radici con il proprio Sé e quello collettivo sono considerati "normali", anzi, è proprio nelle mani di questo tipo di persone di successo che mettiamo le nostre vite e il nostro futuro.

Abbiamo insignito questi individui, della capacità di rapportarsi in modo ideale con la realtà, ma il cosiddetto adattamento alla realtà non è necessariamente un criterio di salute, è solo la conseguenza della nostra incapacità di chiederci che valore hanno i sentimenti in un mondo che privilegia il tornaconto dei pochi a scapito dei più, in cui la natura è costantemente saccheggiata e tutto può essere venduto e comprato.

Siamo giunti a rigettare il nostro Sé a favore di una vita all’insegna dell’acquisizione di potere in cui i sentimenti di rivalsa diventano il nostro pane quotidiano e persino l’amore si tinge di dolore costante. Un Sé dissociato non si rende conto della sua sottomissione e collaborazione e proprio in virtù di tale dissociazione è possibile convincersi che persino il dolore inflittoci da bambini dai nostri genitori è un atto d’amore.

Grazie a questo genere di confusione a questo particolare tipo di amore paternalistico sono poste le basi di potere e controllo sulle persone. Quando la manipolazione diviene la modalità più consueta di rapportarsi l’un l’altro, il modo con cui una persona appare ha più valore della sua interiorità, le parole e soprattutto le promesse diventano più importanti dei gesti e dei fatti; ma fino a che non attiveremo una relazione intima e duratura non potremo accorgercene.

Siamo totalmente mediati e sedotti dalla vista a discapito di tutti gli altri sensi che invece potrebbero fornirci indicazioni ben più specifiche rispetto a chi abbiamo di fronte e chi veramente siamo, dal momento che dietro facce sorridenti spesso vengono celati i peggiori propositi.

Lo sviluppo umano può prendere due strade: una mediata da una vita interiore in grado di preservare una ferma connessione con il mondo esterno, ed un’altra diretta dall’esterno, assecondata dalla rinuncia della percezione del proprio mondo interiore. Se la modalità esterna riconosce solo obbedienza e conformismo non prestando più orecchio al dolore interno, il risultato finale sarà un comportamento esplosivo e distruttivo.

La biforcazione tra la modalità interiore e quella esteriore ci chiarisce non solo la differenza tra due diversi tipi di organizzazione del Sé ma ci indica anche, due stati dell’essere autoannullanti : Il potere e l’amore.

Tutto sommato sono due diverse forme di disfunzione, una è la consueta modalità esistenziale dei nostri giorni, l’altra invece è sintomo di protesta nei confronti di un mondo e di un modo di vivere divenuto insopportabilmente doloroso.

Nel nostro tipo di cultura, il primo è considerato realismo, il secondo, patologia. 
Secondo questa visione uno psicopatico è una persona realista che sa ben tirare l’acqua al proprio mulino; uno schizofrenico è un disgraziato che ha perso il controllo della propria vita.

Il mondo dell’arte, per fortuna, può tuttora costituire una possibilità di salvezza se ci mette in contatto con artisti che non hanno smarrito la loro connessione con i bisogni umani e le loro motivazioni, perché pur andando contro la corrente dell’omologante conformismo sono ancora in grado di parlare una lingua che è in grado di considerare la globalità dell’esperienza umana nella sua totalità e profondità.

La tendenza attuale è quella di limitare o eliminare l’apporto umano, la naturalezza del suo esistere a favore di un atteggiamento epurato mentale, schizoide, nascosto dietro la maschera della salute e della normalità.


In realtà, questa tendenza ci conduce verso l’eliminazione totale della nostra umanità a favore di idee vuote, devitalizzate; di categorie e compartimenti che servono ad aumentare ulteriormente i dubbi sulle nostre identità e sui nostri sentimenti indebolendoci.

Ne consegue una ulteriore perdita, dal momento che in questo modo neghiamo che l’essenza della nostra unita ed integrità giace nei nostri sentimenti e nella voce del nostro cuore. 
La lingua del cuore si muove dall’intimo bisogno di calore e amore che vorremmo dare e ricevere, la nostra civiltà ci ha reso ansiosi e vergognosi ogni qualvolta ci troviamo in una posizione di vulnerabilità.

Il linguaggio della “realtà” ci promette un alleggerimento dal peso dei nostri bisogni spingendoci a tradire e negare le nostre intime percezioni, ecco perché il linguaggio del cuore è l’unica via d’uscita. La nostra integrità non può essere raggiunta mediante l’acquiescenza ad una realtà di compromesso tesa all’accumulo costante di controllo e potere, anzi richiede lo sviluppo della nostra facoltà di provare compassione, di sperimentare dolore ,gioia e tutta la gamma dei possibili sentimenti umani.




Antonella Iurilli Duhamel


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30.07.2017