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Il “maestro” nella "Commedia" di Dante

Fabiola Giancotti
(20.08.2009)

 Disporsi con umiltà a compiere il proprio viaggio nella Commedia. Tenendo conto che nulla sappiamo del viaggio di Dante, che per nessun motivo possiamo commentarlo e interpretarlo, che nessun tipo di esegesi può fornirci i dettagli di quanto opera e di quanto agisce nella scrittura e nella lettura di Dante nella sua Commedia e di Dante nella nostra lettura, nel modo cioè in cui ciascuno di noi la intende e ne restituisce il testo.

Ciascuna volta, il testo è assolutamente nuovo, la sua struttura più complessa, la sua scrittura più articolata. Nulla è naturale e casuale. L’artificio è pensato, strutturato, intelaiato come una costruzione a più strati dove i tratti, procedendo dalla verticale, si inviluppano a mo’ di spirale. Artificio linguistico dove interviene anche il disegno, la geografia, la cosmografia. E la complessità è la quantità infinita di cose semplici e difficili che costituiscono, terzina per terzina, verso per verso, parola per parola questa straordinaria parabola della scrittura dantesca, che propone una risposta alla domanda: come si scrive l’esperienza? E ancora: che cosa resta dell’esperienza? E, qual è l’esperienza che si scrive?

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Christiane Apprieux, "I battenti del paradiso", 2007, bronzo

Dante scrive la sua biografia? Sarebbe troppo facile. Egli ha la sua missione. Rispetto a questa missione, per la sua riuscita, occorre che s’inventi un dispositivo. Qual è l’artificio? La poesia, la scrittura, il viaggio. Nella sua difficoltà e nella sua semplicità. Ma lunga è la via della semplicità, ed è impossibile evitare la difficoltà: estrema e inassumibile. Il viaggio come dispositivo in cui si articola la difficoltà e in cui si scrive la semplicità. Come? Raccontando, scrivendo, esponendosi agli effetti della parola e della sua struttura.
Un viaggio irrimandabile, salvo perdere la vita. Tanto necessario quanto durissimo. E incomincia sul sentiero della notte, nello smarrimento, che è il modo con cui la via non è più né lineare né dritta né agevole.

Nel mezzo del cammin di nostra vita

mi ritrovai per una selva oscura,

ché la diritta via era smarrita (Inf. I, 1-3).

Solo di poco è più amara la morte di cui Dante, qui, non fa nessuna economia, nonostante la paura che si prospetta come mostro, come animale fantastico pronto a sbarrare il passo e impedire il cammino se mai egli si avventurasse da solo.
La decisione però è presa...

... e io sol uno

m’apparecchiava a sostener la guerra

sì del cammino e sì de la pietate,

che ritrarrà la mente che non erra (Inf. II, 3-6)

L’artificio comincia da qui, quando incomincia la ricerca, quando le cose incominciano a funzionare. Qui entra in scena Virgilio. Come poeta e come scrittore, qualità che Dante gli riconosce:

"Or se’ tu quel Virgilio e quella fonte

che spandi di parlar sì largo fiume?" (Inf. I, 79-80).

......

O de li altri poeti onore e lume,

vagliami ’l lungo studio e ’l grande amore

che m’ha fatto cercar lo tuo volume (Inf. I, 82-84)

ma a cui ora dà un altro statuto:

Tu se’ lo mio maestro e ’l mio autore,

tu se’ solo colui da cu’ io tolsi

lo bello stilo che m’ha fatto onore (Inf. I, 85-87)

introducendo il motivo del viaggio (la scrittura) e l’esigenza di non compierlo da solo. Ma, perchè questo viaggio incominci, interviene anche Dio tramite l’intercessione di tre donne, il cui messaggio è portato a Virgilio da Beatrice.

Impossibile il viaggio senza Dio, senza la fede, senza il pensiero: sarebbe un viaggio verso la città perduta. Sarebbe un viaggio nell’infernale. E, infatti, Virgilio:

Ond’ io per lo tuo me’ penso e discerno

che tu mi segui, e io sarò tua guida,

e trarrotti di qui per loco etterno (Inf. I, 112-114).

E Dante:

"Poeta, io ti richeggio

per quello Dio che tu non conoscesti,

a ciò ch’io fugga questo male e peggio,

che tu mi meni là dov’ or dicesti,

sì ch’io veggia la porta di san Pietro

e color cui tu fai cotanto mesti" (Inf. I, 130-135).

Questa la finzione: Virgilio maestro, Dante allievo. Nessuna relazione fra loro. Dante capisce che questa è la via. E che per compierla deve attenersi all’assoluto, deve permettere che Dio intervenga, deve disporsi all’ascolto. Deve esercitare la virtù dell’obbedienza:

Allor si mosse, e io li tenni dietro (Inf. I, 136)

Io ch’era d’ubidir disideroso (Inf. X, 43).

In più riprese, in più contesti, in più narrazioni, Dante si rivolge al maestro — quasi mai nelle tre cantiche ponendosi, lui, come maestro. Duca, signore, guida, pedagogo, consigliere, saggio, padre, il mio conforto e infiniti altri modi.

Or va, ch’un sol volere è d’ambedue:

tu duca, tu segnore e tu maestro" (Inf. II, 139-140).



E non sarà ignorato nelle questioni, nelle domande. Chiamato in causa, Virgilio risponde.

Ma la penna che scrive è quella di Dante. Dante narra, racconta, rinovella, scrive il suo romanzo.

Maestro, che è quel ch’i’ odo? (Inf. III, 32).

"Dimmi, maestro mio, dimmi, segnore" (Inf. IV, 46).

"Maestro mio", diss’ io, "che via faremo?" (Inf. IV, 36).

Trova’ il duca mio ch’era salito

già su la groppa del fiero animale,

e disse a me: "Or sie forte e ardito (Inf. XVII, 79-81).

lo duca mio, e io appresso, soli (Purg. IV, 23).

Lo mio maestro e io soli amendue

suso andavamo; e io pensai, andando,

prode acquistar ne le parole sue (Purg. XV, 40-42).

Sì, pareggiando i miei co’ passi fidi

del mio maestro, usci’ fuor di tal nube

ai raggi morti già ne’ bassi lidi (Purg. XVII, 10-12).

Maestro, il mio veder s’avviva

sì nel tuo lume, ch’io discerno chiaro

quanto la tua ragion parta o descriva (Purg. XVIII, 10-12).

Ma Virgilio interviene anche quando Dante non lo interpella, o meglio quando Dante ancora non sa di dovere interperlarlo.

Tu non dimandi

che spiriti son questi che tu vedi? (Inf. VI, 31-32).



E ’l buon maestro, sanza mia dimanda,

mi disse (Inf. XVIII, 82-83).

E quando il dubbio è troppo forte per essere enunciato, ecco come interviene Virgilio.

"Perché l’animo tuo tanto s’impiglia",

disse ’l maestro, "che l’andare allenti?” (Purg. V, 10-11).

"Perché pur diffidi?",

............

"non credi tu me teco e ch’io ti guidi?” (Purg. III, 22, 24).

Uscire dalla volgar schiera non è facile. Questa è però la promessa di Beatrice. Questo è il compito di Virgilio. Lui: signore, duca, maestro. Dante tributa un’altra eternità al maestro: quella dell’opera sua che egli restituisce nella Commedia anche così per voce di Beatrice:

"O anima cortese mantoana,

di cui la fama ancor nel mondo dura,

e durerà quanto ’l mondo lontana” (Inf. II, 58-60).

E la mano, intellettuale, che Virgilio gli porge, gli impedisce lo sbandamento:

E poi che la sua mano a la mia puose

con lieto volto, ond’ io mi confortai,

mi mise dentro a le segrete cose (Inf. III, 19-21).

Così che Virgilio potrà nominarlo secondo ("Io sarò primo, e tu sarai secondo".) nel viaggio, Dante accoglierà l’enunciato con umiltà, e con umiltà potrà poi dire, nell’incontro con Omero, Orazio, Ovidio, Lucano:

e più d’onore ancora assai mi fenno,

ch’e’ sì mi fecer de la loro schiera,

sì ch’io fui sesto tra cotanto senno (Inf. IV, 100-102).

Dante non si pone nella relazione sociale con Virgilio. La lettura delle sue opere, la sua ammirazione, l’idea dell’assoluto, che rende intoccabile e irraggiungibile Virgilio, provengono dalla esigenza linguistica di elegere come compagno di viaggio Virgilio. Dante astrae a tal punto il suo racconto che nessuna cosa risulta causa se non l’assoluto, e nessuna cosa è effettuale se non il senso, il sapere, la verità. Se il senso, il sapere e la verità fossero causa, egli non avrebbe bisogno di inventare un dispositivo per compiere l’itinerario, partirebbe da lì e la Commedia si volgerebbe in tragedia, senza nessuna possibilità del Paradiso.
Il giornale di bordo di questo viaggio raccoglie dettagli di vita di casi che s’incontrano per la via. Mai però casuali, mai isolati, ciascuna volta motivo di esperienza e di scrittura, anche quando sembrano intralciare il cammino. “Non ragioniam di lor, ma guarda e passa".

E a proposito del maestro, Dante è chiaro e irremovibile. È Virgilio, già uomo oltre mille anni prima. Non è Brunetto Latini, che pure è stato suo insegnante. Pochi i maestri, che divengono tali solo se l’allievo ne dà testimonianza, ne scrive l’itinerario, ne intende la necessità. Il maestro non esiste come entità in quanto tale. Si costituisce nel dispositivo in cui non il maestro, ma l’allievo ne dà conto. L’allievo, ossia chi introduce nel racconto il materiale della sua storia e lo conduce alla testimonianza, dunque all’aneddoto e al malinteso perché possa divenire materiale di un’altra storia. Chi si trova a udire ciò che sta dinanzi.
Dante a Brunetto Latini:

m’insegnavate come l’uom s’etterna:

e quant’ io l’abbia in grado, mentr’ io vivo

convien che ne la mia lingua si scerna (Inf. XV, 85-87).

Ringraziamento e riconoscenza per l’insegnante, per il pedagogo. Maestro, però, è non Brunetto ma Virgilio.

"O figliuol mio, non ti dispiaccia

se Brunetto Latino un poco teco

ritorna ’n dietro e lascia andar la traccia" (Inf. XV, 31-33).

E Dante:

I’ dissi lui: "Quanto posso, ven preco;

e se volete che con voi m’asseggia,

faròl, se piace a costui che vo seco" (Inf. XV, 34-36).

E Brunetto Latini:

"Qual fortuna o destino

anzi l’ultimo dì qua giù ti mena?

e chi è questi che mostra ’l cammino?" (Inf. XV, 46-48).

E Dante:

questi m’apparve, tornand’ ïo in quella,

e reducemi a ca per questo calle".

Ed elli a me: "Se tu segui tua stella,

non puoi fallire a glorïoso porto,

se ben m’accorsi ne la vita bella;

e s’io non fossi sì per tempo morto,

veggendo il cielo a te così benigno,

dato t’avrei a l’opera conforto (Inf. XV, 53-60).

Mancato maestro di vita ritrovato fra la perduta gente. Invischiato nel suo discorso, che gli ha compromesso ogni riuscita. Ma grande è il rammarico poiché, mentre si allontana, Dante riflette su quanto avrebbe potuto, Brunetto medesimo, disporre della propria vita e pensare al suo “Tesoro”, ai suoi scritti:

e parve di costoro

quelli che vince, non colui che perde (Inf. XV, 123-124).

È l’omaggio dell’allievo. Ma qui lo lascia, proseguendo il viaggio con Virgilio.

E in un altro artificio poetico e linguistico, in uno dei più bei canti dell’Inferno, Dante traccia la memoria di Virgilio e della sua scrittura, quell’opera mirabile che è l’Eneide. Qui il canto di Ulisse, di cui Virgilio, già narratore delle sue avventure, si fa portavoce. Quasi ne dà testimonianza, per un istante ponendosi lui come allievo.

"O voi che siete due dentro ad un foco,

s’io meritai di voi mentre ch’io vissi,

s’io meritai di voi assai o poco

quando nel mondo li alti versi scrissi,

non vi movete; ma l’un di voi dica

dove, per lui, perduto a morir gissi" (Inf. XXVI, 79-84).

E Ulisse dice del suo viaggio. Della orazion picciola che ha pronunciato a i suoi compagni:

"O frati", dissi, "che per cento milia

perigli siete giunti a l’occidente,

a questa tanto picciola vigilia

d’i nostri sensi ch’è del rimanente

non vogliate negar l’esperïenza,

di retro al sol, del mondo sanza gente.

Considerate la vostra semenza:

fatti non foste a viver come bruti,

ma per seguir virtute e canoscenza".

Li miei compagni fec’ io sì aguti,

con questa orazion picciola, al cammino,

che a pena poscia li avrei ritenuti;

e volta nostra poppa nel mattino,

de’ remi facemmo ali al folle volo,

sempre acquistando dal lato mancino (Inf. XXVI, 112-126).

Orazion picciola vale qui come qualcosa d’irrimandabile. Omero, Virgilio, Dante. Dante raccoglie l’eredità e tenta di dare a essa una dignità di scrittura, dignità che passa attraverso Virgilio, e che in qualche modo, riportata nell’Inferno come orazion picciola, diviene santa orazione nel Purgatorio e nel Paradiso. Quindi fede. Perché senza la fede: “perduto a morir gissi”.

Nell’Inferno e nel Purgatorio, lo statuto di maestro che Dante attribuisce a Virgilio è preciso. Virgilio:

Vien dietro a me, e lascia dir le genti:

sta come torre ferma, che non crolla

già mai la cima per soffiar di venti;

ché sempre l’omo in cui pensier rampolla

sovra pensier, da sé dilunga il segno,

perché la foga l’un de l’altro insolla".

Che potea io ridir, se non "Io vegno"? (Purg. V, 13-19).

Il va e il vieni, l’andare e il tornare, il dubbio e la questione. Provando e riprovando.

Senza l’Inferno e il Purgatorio nessuna intersezione, nessuna instaurazione della luce del crepuscolo.

Il viaggio attraverso l’Inferno si svolge nelle tenebre, nell’oscurità. Il viaggio nel Purgatorio, dall’alba al tramonto. Poteva Dante raccontare il suo viaggio senza le torsioni e le tensioni linguistiche, poteva non esporsi e non darci conto del godimento, del desiderio, della verità? Ma come dire: è questo? È ciò che infatti non dice, ma che si scrive attraverso l’invenzione del dispositivo e la scrittura dell’esperienza. Le cose si dicono, non sono mai dette, non sono mai scritte. Basta un cenno, uno sguardo, una parola perché la direzione sia quella e non altra. “Parlando cose che ’l tacere è bello”: questo verso ci racconta un’intera conversazione.

Scorrendo la Commedia in ciascuna fessura linguistica, con la nozione di maestro nella sua implicazione nell’esperienza, Dante ascolta ciascun dettaglio, racconta le infinite variazioni in cui il maestro parla. Nell’Inferno e nel Purgatorio anzitutto, e attraversa la ricerca fino alla sua scrittura. Vedremo poi, nel Paradiso, cosa accade.
Intanto, un altro omaggio al maestro, in un’esperienza in cui Dante è testimone, ma questa volta non protagonista. Nel Purgatorio, quasi al termine, quando Dante e Virgilio incontrano quell’anima bella che ha già compiuto il suo viaggio, e che è pronta a percorrere quella via di luce che la proietta per l’eternità nel Paradiso. Preambolo del congedo di Virgilio e scrittura della memoria. Nei canti XXI e XXII del Purgatorio interviene la figura di Stazio. Dante incarica lui di pronunciare quegli straordinari versi che consolidano, come impressione sulla pietra, il maestro. È sempre Virgilio il pretesto per raccontare questa storia e per definire per sempre la nozione di maestro in questa Commedia. Stazio non ha potuto mai incontrare Virgilio, e neanche Dante, se Dante non avesse inventato questo viaggio.
Dante vuole, insiste, onorare Virgiglio del suo omaggio più grande. Questa volta affida a Stazio le parole che certo anche lui vorrebbe pronunciare.

Stazio la gente ancor di là mi noma:

cantai di Tebe, e poi del grande Achille;

ma caddi in via con la seconda soma.

Al mio ardor fuor seme le faville,

che mi scaldar, de la divina fiamma

onde sono allumati più di mille;

de l’Eneïda dico, la qual mamma

fummi, e fummi nutrice, poetando:

sanz’ essa non fermai peso di dramma.

E per esser vivuto di là quando

visse Virgilio, assentirei un sole

più che non deggio al mio uscir di bando" (Purg. XXI, 91-102).

Non si era accorto, Stazio, della presenza di Virgilio. Gli occhi di Virgilio sembrano dire a Dante di tacere. Sarebbe grande la felicità di Stazio se sapesse, pensa Dante. Non sa che fare e ammicca un sorriso a Virgilio. Stazio se ne accorge, gli chiede perché ride di una cosa tanto importante. Dante sospira, e Virgilio:

"Non aver paura",

mi dice, "di parlar; ma parla e digli

quel ch’e’ dimanda con cotanta cura" (Purg. XXI, 118-120).

E Dante:

"Forse che tu ti maravigli,

antico spirto, del rider ch’io fei;

ma più d’ammirazion vo’ che ti pigli.

Questi che guida in alto li occhi miei,

è quel Virgilio dal qual tu togliesti

forte a cantar de li uomini e d’i dèi.

Se cagion altra al mio rider credesti,

lasciala per non vera, ed esser credi

quelle parole che di lui dicesti" (Purg. XXI, 121-129).

Inaspettato, incredibile, meraviglioso. Virgilio, maestro. Stazio avrebbe comunque dato qualsiasi cosa pur di avere l’onore di incontrare Virgilio, colui che ha guidato i suoi passi, che gli ha permesso di vivere, che gli ha dato la possibilità di percorrere la via del paradiso. E non vuole fare altro che toccare la sua veste, inginocchiarsi ai suoi piedi, manifestargli la sua riconoscenza.

Già s’inchinava ad abbracciar li piedi

al mio dottor, ma el li disse: "Frate,

non far, ché tu se’ ombra e ombra vedi".

Ed ei surgendo: "Or puoi la quantitate

comprender de l’amor ch’a te mi scalda,

quand’ io dismento nostra vanitate,

trattando l’ombre come cosa salda" (Purg. XXI, 130-136).

Racconta, Stazio, la sua esperienza. Avrebbe potuto essere catapultato nell’Inferno per aver ceduto alla prodigalità, l’altra faccia dell’avarizia. Avrebbe, senza speranza e senza fede potuto cedere al contrappasso. “La fede, sanza qual ben far non basta”. Ma ecco l’Eneide. Ecco la sua lettura del passo

’Per che non reggi tu, o sacra fame

de l’oro, l’appetito de’ mortali?’ (Purg. XXII, 40-41)

ed ecco la via.

"Tu prima m’invïasti

verso Parnaso a ber ne le sue grotte,

e prima appresso Dio m’alluminasti.

Facesti come quei che va di notte,

che porta il lume dietro e sé non giova,

ma dopo sé fa le persone dotte,

quando dicesti: ’Secol si rinova;

torna giustizia e primo tempo umano,

e progenïe scende da ciel nova’.

Per te poeta fui, per te cristiano:

ma perché veggi mei ciò ch’io disegno,

a colorare stenderò la mano (Purg. XXII, 64-75).

“Per te poeta fui, per te cristiano”: ecco quanto accade e quanto si scrive. Il lume di Virgilio ha indicato la via a Stazio. La parola ha effetti straordinari, e c’è chi si accorge, chi accoglie, chi ascolta. Se Virgilio adesso occorre che vada è perché il suo statuto nello specifico riguarda il dispositivo attraverso cui si scrive la ricerca, nella struttura del labirinto. Altro è il dispositivo del paradiso. Perciò incomincia il concedo:

Come la scala tutta sotto noi

fu corsa e fummo in su ’l grado superno,

in me ficcò Virgilio li occhi suoi,

e disse: "Il temporal foco e l’etterno

veduto hai, figlio; e se’ venuto in parte

dov’ io per me più oltre non discerno.

Tratto t’ho qui con ingegno e con arte;

lo tuo piacere omai prendi per duce;

fuor se’ de l’erte vie, fuor se’ de l’arte (Purg. XXVII, 124-132).

Non aspettar mio dir più né mio cenno;

libero, dritto e sano è tuo arbitrio,

e fallo fora non fare a suo senno:

per ch’io te sovra te corono e mitrio" (Purg. XXVII, 139-142).

Ora occorre intendere, trovarsi in un altro statuto che non è più quello dell’allievo. Inventare un altro dispositivo in cui le cose procedendo dalla libertà giungano al piacere. Dante può, a questo punto, provare a scrivere quanto ha acquisito nel viaggio. Lo scriverà in forma di assioma, non più come teorema. E proverà a intendere la sua missione:

Se mai continga che ’l poema sacro

al quale ha posto mano e cielo e terra,

sì che m’ha fatto per molti anni macro,

vinca la crudeltà che fuor mi serra

del bello ovile ov’ io dormi’ agnello,

nimico ai lupi che li danno guerra;

con altra voce omai, con altro vello

ritornerò poeta, e in sul fonte

del mio battesmo prenderò ’l cappello (Par. XXV, 1-9)

dirà più avanti. Ma, intanto, Virgilio ha pronunciato il suo commiato e stabilito la sua eredità. Non va via subito. Accompagna ancora per un po’ Dante e Stazio. Non si accorgeranno della sua assenza fino all’incontro con Beatrice quando Dante, percosso da tale apparizione, tenta di comunicare con Virgilio...

... ma Virgilio n’avea lasciati scemi

di sé, Virgilio dolcissimo patre,

Virgilio a cui per mia salute die’mi (Purg. XXX, 49-51).

Tre versi conclusivi di saluto, ma che non si soffermano a rimpiangere Virgilio.

Dante proseguirà esponendosi ora alla violenza, alla scissura, allo squarcio che nei vari racconti del Paradiso interverranno, e le cui voci saranno quelle di Beatrice, Cacciaguida, Giovanni, Giacomo, san Pietro, san Bonaventura, san Tommaso, san Domenico e le innumerevoli e infinite combinazioni che si scrivono in questi versi immemoriali.
Può ancora Dante attingere all’eredità di Virgilio e scrivere una riflessione sul maestro quando dice:

Sì come il baccialier s’arma e non parla

fin che ’l maestro la question propone,

per approvarla, non per terminarla (Par. XXIV, 46-48)

dove la conclusione spetta a ciascuno, che non ha evitato l’assoluto e il rischio.

Ecco ora l’approdo. Non si può più non intendere.

Apri la mente a quel ch’io ti paleso

e fermalvi entro; ché non fa scïenza,

sanza lo ritenere, avere inteso (Par. V, 40-42).

Il viaggio nel Paradiso è l’artificio con cui Dante si prepara a lasciare risposte, a dare indicazioni a formulare domande neppure pensabili senza aver prima compiuto questa traversata. Può rischiare questa scrittura perché “fami, freddi o vigilie” gli consentono “forti cose a pensar mettere in versi”.

E quel che mi convien ritrar testeso,

non portò voce mai, né scrisse incostro,

né fu per fantasia già mai compreso (Par. XIX, 7-9).

La Commedia è la scrittura dell’esperienza dantesca:

Fai come quei che la cosa per nome

apprende ben, ma la sua quiditate

veder non può se altri non la prome (Par. XX, 91-93).

“Altri”. Il maestro. Ciascuno può inventare questo dispositivo. Si inaugura così la scrittura dell’esperienza.

Quale straordinaria formalizzazione se poi si giunge a scrivere la Commedia!







Fabiola Giancotti, Milano. Ricercatrice presso l’Università del Secondo Rinascimento a Milano. Redattrice e responsabile dei libri e dei cataloghi d’arte della casa editrice Spirali.



* Una versione di questo testo fu letta nel 2002 da Vittorio Vettori al convegno “Lectura Dantis“ a Firenze. Una è stata pubblicata nel n. 5/2004 di “Corposcritto”. Un’altra nel n.1/2005 di “Plumelia”. Questa è una nuova versione (2006).



Prima pubblicazione su Transfinito: 20.5.2008


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