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Quale restituzione in qualità del testo poetico di Dino Campana?

Le carte vaganti di Dino Campana

Paolo Pianigiani

Una storia infinita o quasi, quella dei testi di Dino Campana, rifiutati, lui vivente, dai principali editori, pubblicati da tipografi di paese, perduti nei traslochi, ricomparsi dai cassoni, rubati alle amanti e battuti alle aste. Testi che appaiono e scompaiono...

(12.02.2005)

Riportato alle cronache popolari da un film, discutibile e discusso, Dino Campana è tornato a far parlare di sé, come forse non aveva fatto mai, da quando era morto, nel lontano 1932, sembra, per setticemia, procuratasi scavalcando un filo spinato. Questa morte trovata oltre un filo spinato, è quanto mai sintomatica: la sua vita è stata una continua fuga, oltre i fili spinati. Il suo libro, i Canti Orfici, dopo mille traversie editoriali e non, è tornato a diffondersi nelle librerie, edito da diverse case editrici, essendo scaduti i mitici diritti acquistati da Vallecchi dal primo editore, Bruno Ravagli tipografo in Marradi. In un romanzo, uscito nel 1984, La notte della cometa, Sebastiano Vassalli ci ha raccontato le vicende di Dino, facendoci rivivere la sua vita tormentata. Comunque non una biografia, mancando i necessari riscontri a qualche notizia data di fantasia, e supportato magari da un suo “personalissimo immedesimarsi” con il poeta.

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Giampaolo Fanini, "Paesaggio"

Questo romanzo è stato scandagliato impietosamente da Franco Scalini, nel suo Aspetti comici del romanzo “La notte della cometa” e osservazioni sui falsi contenuti. Risposta a Sebastiano Vassalli dal paese di Dino Campana, edito nel 1998.
Con le necessarie polemiche, che ne sono derivate, immancabili.
Dino ci avrebbe riso di gusto, e la sua risata che era, ci dicono i biografi e amici che lo hanno conosciuto, assolutamente esplosiva, avrebbe fatto sobbalzare i tranquilli avventori delle Giubbe Rosse fiorentine o del Caffè San Pietro a Bologna.

Franco Scalini è uno degli animatori a Marradi del Centro Studi Campaniani “E. Consolini”, ed è autore anche di una attenta Bibliografia Campaniana, estesa fino al 2002.
Parlando di Marradi, il paese natale, c’è da dire che con la fondazione del Centro Studi si è iniziata una vivace attività editoriale, che comprende fra l’altro due edizioni anastatiche dei Canti Orfici originali, quelli editi (in 1.000 copie) da Ravagli nel 1914. L’ultima, recentissima, rigorosamente in 1.000 copie, basata su quelle che vengono definite le “bozze”, donate da Campana stesso a Paolo Toschi. Il Presidente dell’Associazione, Rodolfo Ridolfi, nell’introduzione, ci racconta di come lo stesso Campana donasse le bozze all’amico Paolo Toschi, non potendo regalare il libro, “tanto fra i poeti non si fanno complimenti”.

Ridotte a poche varianti le possibili interpretazioni dei Canti Orfici (una per tutte quella del titolo della poesia Barche amorrate, virata in Barche amarrate a partire dalla seconda edizione, la prima Vallecchi del 1928 e in seguito accolta dal Falqui nelle successive), gli studiosi adesso indirizzano il loro interesse verso i Taccuini e gli scritti sparsi ritrovati dopo la scomparsa del poeta...

Come è noto, a parte i Canti Orfici ed alcune poesie apparse su riviste, di Campana ci rimangono alcuni manoscritti dispersi fra diversi fondi e fondazioni, di difficile se non impossibile accesso per gli studiosi, pubblicati in edizioni rare e ormai introvabili.
Le copie, fotocopie e quant’altro relativo ai testi, mal sopperiscono alle necessità, e sarebbe auspicabile una raccolta critica di tutto quanto è ancora rintracciabile.
Come è stato fatto ad esempio per le lettere, scovate dovunque fossero, con meravigliosa capacità e assoluta dedizione, dal grande studioso di Campana, l’argentino Gabriel Cacho Millet (Souvenir d’un pendu, Napoli 1985).

Ma vediamo da vicino questi testi, che Dino ha scritto su taccuini di viaggio, su fogli sparsi che frequentavano le sue tasche immense, di grande viaggiatore.
Primo documento importante il Quaderno, ritrovato dai familiari di Campana in una vecchia cassa.
Contiene quarantatre testi, secondo Fiorenza Ceragioli (alla quale dobbiamo la splendida edizione commentata dei Canti Orfici, uscita nel 1985) da collocarsi entro la prima metà del 1913.

Il Quaderno fu pubblicato da Enrico Falqui nel 1942 in un volume della Vallecchi, intitolato Inediti.
Da questo volume le successive edizioni dei Canti Orfici, pubblicate da diversi editori e con diversi curatori, riprenderanno la lezione di alcune poesie, ma per leggerne le varianti occorre consultare un altro libro di Falqui, pubblicato sempre da Vallecchi nel 1960: Per una cronistoria dei Canti orfici, (con la “o” di Orfici scritto minuscolo, come, chissà perché e sbagliando, Falqui ha sempre riportato). L’originale del Quaderno, donato da Manlio Campana, fratello del poeta, allo stesso Falqui, è scomparso ormai da anni: restano quattro foto di pagine di questo manoscritto, pubblicate insieme agli Inediti.
Come documento ante Canti Orfici, occorre naturalmente citare il celeberrimo Il più lungo giorno, consegnato con tante speranze da Campana a Papini e da questi consegnato a Soffici, nel 1913.

Soffici in un trasloco lo perse, costringendo il poeta (che ha sempre dichiarato, bluffando, quello scritto l’unica copia di cui disponeva delle sue poesie) a un lavoro di rielaborazione che in pochissimi mesi portarono ai Canti Orfici come sono stati pubblicati. Ritrovato fra le carte di Soffici dai familiari nel 1971, il manoscritto campaniano è stato studiato a fondo, con la conclusione che la perdita da parte di Soffici costrinse e impose a Campana una rielaborazione, in pochi mesi, su testi sparsi che conservava (alcuni, per esempio, nel succitato Quaderno), che lo porterà alla sintesi ultima e più matura dei Canti Orfici.
Recentemente, nel 2002, il critico d’arte Luigi Cavallo ci ha informato di come il famoso manoscritto era stato da lui intravisto fra le carte di Soffici (scomparso nel 1964) già nel 1965, conservato in posizione privilegiata insieme alle lettere di Mussolini. Quindi, non un ritrovamento, quello del 71, ma una scelta di opportunità dettata da chissà quale insondabile motivazione. Purtroppo in questa operazione di restituzione ritardata al mondo del prezioso manoscritto, fu coinvolto un altro grande poeta, Mario Luzi, che divenne il divulgatore ufficiale della notizia del ritrovamento, sulla prima pagina del Corriere della Sera.

Rimasto per anni in casa Campana a Palermo, il manoscritto è stato recentemente messo all’asta e, grazie all’intervento di una banca, dovrebbe finalmente trovare fissa dimora fra le silenziose sale del fondo manoscritti della biblioteca Marucelliana a Firenze. Il dovrebbe è di rito perché, interpellati direttamente, i responsabili della biblioteca non assicurano che si giunga a questa conclusione, pure dichiarata cosa fatta dalla stampa più accreditata. Comunque, anche in questo caso, incertezza e instabilità, per le carte superstiti.
Dopo i Canti Orfici occorre parlare del Taccuino Matacotta, edito nel 1949.

Nel 1916, in agosto, ha inizio la storia d’amore fra Dino e Sibilla Aleramo, di cui ampiamente ha trattato il film Un viaggio chiamato amore. A storia finita, con Dino rinchiuso per sempre a Castelpulci, a Sibilla rimase un quadernuccio a quadretti, a lei dedicato, dove Dino aveva appuntato alcune varianti da fare in una eventuale prossima pubblicazione dei Canti Orfici, e una serie di testi che in qualche modo rendono l’idea di dove la sua poesia, se non fosse stata fermata dall’arrivo della malattia, sarebbe andata.

Franco Matacotta era un giovane studioso che, durante la sua relazione decennale con Sibilla Aleramo, ebbe diretto accesso alle carte campaniane, che la scrittrice custodiva nell’ormai mitico baule, insieme al carteggio, amoroso e non, di tutta la sua vita (si parla di circa 30.000 lettere, ora custodite presso la fondazione Gramsci, a Roma). Nel 1949 pubblicò quello che adesso è conosciuto come il Taccuino Matacotta, che comprende anche altri testi, come le quattro poesie che Campana aveva dedicato a Sibilla.

In seguito viene pubblicato il cosiddetto Taccuinetto faentino, da Domenico de Robertis (1960), un altro libretto ritrovato da Manlio Campana e il Fascicolo marradese, mazzetto di fogli piegato in due, riportato alla luce da una cugina di Campana e pubblicato da Anna Ravagli nel 1972.

Del Taccuino Matacotta e del Taccuinetto Faentino ci ha reso una versione critica Fiorenza Ceragioli, nella sua edizione dei Taccuini (Scuola Normale Superiore di Pisa, 1990), curatissima e con testo fotografato a fronte.

Una storia infinita o quasi, quella dei testi di Dino Campana, rifiutati, lui vivente, dai principali editori, pubblicati da tipografi di paese, perduti nei traslochi, ricomparsi dai cassoni, rubati alle amanti e battuti alle aste. Testi che appaiono e scompaiono, come i barattieri nella pègola bollente di Malebolge, scampati ai raffi di Calcabrina e compagni, nel nulla crudele delle cose dimenticate.

Articolo uscito con qualche modifica sulla rivista "Il segnalibro", numero 19, Dicembre 2004.

Paolo Pianigiani, artista, scrittore, redattore di "Transfinito".


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30.07.2017