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Rose is a rose

Antonella Iurilli Duhamel
(2.06.2008)

Rose is a rose, is a rose, is a rose...



Gertrude Stein



"Una rosa, è una rosa, è una rosa." Scrisse Gertrude Stein nel 1913 nel suo poema Sacred Emily.

Molto spesso è stata intesa come: “Le cose sono quello che sono” ma, considerando la posizione della Stein nei confronti dell’arte e della vita, la suddetta interpretazione appare alquanto improbabile. Accanto a questo significato ne è stato attribuito un altro: "…anche il più semplice nome può dare luogo ad una serie di associazioni di immagini e di emozioni”.

L’inconscio, alla stregua dell’anima, si esprime in maniera simbolica e la psicanalisi ci ha insegnato ciò che la saggezza popolare conosceva dalla notte dei tempi e cioè che miti, fiabe e sogni hanno un linguaggio comune.

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Opera di Antonella Iurilli Duhamel

L’uomo moderno nella sua folle corsa verso forme di potere sempre più efficaci e raffinate ha guardato sempre meno alla natura simbolica della sua anima,l’inaridimento che di pari passo ne è derivato ha assunto conseguenze drammatiche sul piano umano. Complici la cosiddetta cultura che privilegia solo certe qualità dell’uomo a discapito di altre, l’educazione scolastica che ne ha smarrito il valore, la stessa psicologia che, a disagio su questo terreno sottile, preferisce concetti netti al fluttuante ed ambiguo popolo dei sogni e delle fiabe.

L’uomo moderno ha smarrito la pienezza dell’immagine nel vuoto della parola, il rapporto con l’inconscio, il contatto con l’anima, causando a se stesso e al pianeta danni gravissimi.

L’interesse che si manifesta ovunque per il sacro, il simbolo e le immagini del profondo, ci parlano di questa sofferenza e del bisogno di riconciliazione con le visioni attraverso le quali l’anima del mondo si è espressa e nelle quali l’umanità si è riconosciuta da migliaia di anni. È necessario dunque ritrovare queste immagini, presentarle nella loro forza e vitalità, collegarle le une alle altre e tutte alla cultura, per comprendere meglio la nostra storia di uomini.

Le fiabe, i miti, i sogni, l’arte, hanno da sempre avuto la funzione di aiutare l‘uomo a comprendere se stesso e il mondo circostante. Tale necessità non si è ancora esaurita; essa risulta ancora estremamente importante per l’avvenire della nostra umanità. Sebbene l’uomo abbia conquistato la luna, la nostra psiche è tuttora codificata mnemonicamente dagli stessi simboli ed archetipi dei nostri avi; i nostri corpi sono nondimeno composti dagli stessi elementi e funzioni dei corpi dei nostri più antichi predecessori.

I nostri bisogni materiali e spirituali fondamentali non sono cambiati affatto. Sebbene ci si trovi sempre più a vivere in una condizione di torpore culturale indotto dai media che ci inducono ad ingurgitare ogni sorta di pietanza.

Malgrado le comodità materiali e l’accesso globale all’istruzione, ci smarriamo nelle tenebre di un bosco come in Cappuccetto Rosso, sogniamo l’amore con la ‘A’ maiuscola come in Cenerentola, sopportiamo dolori ed ingiustizie da parte di madri matrigne come in Biancaneve e persino finiamo nella bocca della balena come in Pinocchio; ma soprattutto, come nel finale di numerose fiabe, desideriamo vivere felici e contenti.

I miti e le fiabe sono come gli antichi trattati di alchimia, offrono il modo di trasformare il piombo in oro, di rendere la propria vita un’opera di magia. Tuttavia questi vecchi trattati richiedono una traduzione.

Le fiabe ed i miti, alla stregua di questi trattati, sono scritti in un linguaggio duplice; uno corrente, di ogni giorno, l’altro simbolico. Pertanto necessitano di sottile interpretazione.

L’impresa è tutt’altro che facile, richiede maturità e creatività. Per aprirci ai significati che ci conducano oltre i nostri angusti orizzonti abbiamo bisogno anche di una certa sensibilità spirituale. La comprensione è come un sottile filo d‘oro. L’abilità di attribuire un senso al racconto è un’arte particolare. I significati inizialmente sono oscuri e incomprensibili; ma se li interpretiamo con acume e conoscenza possono riservarci piacevoli e significative sorprese.





Antonella Iurilli Duhamel



6 aprile 2008


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