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Da una lettura de "Il capitale della vita" di Armando Verdiglione

"Il capitale della vita" e il suo messaggio ai giovani

Carlo Marchetti
(5.08.2009)

Nel suo scritto del 1878 Anti-Dühring Engels confutò le tesi esposte dal filosofo e economista tedesco Georg Dühring il quale, nella sua Storia critica dell’economia politica e del socialismo e nel "Corso di economia politica e sociale" da lui tenuto all’Università di Berlino, aveva criticato la teoria di Marx sull’origine del capitale, attribuendogli l’affermazione che il capitale, in una fase storica iniziata nel secolo XVI con l’esordio del mercato mondiale, nascerebbe dal denaro. Engels in questo scritto coglie l’occasione per ribadire che, soprattutto per l’aspetto storico, per Marx il capitale si contrappone, viceversa, alla proprietà fondiaria, anche a quella intesa come patrimonio in denaro, capitale mercantile e capitale lavoro. Il denaro, piuttosto, si trasforma in capitale attraverso la sua circolazione, e la forma nella quale il denaro circola come capitale è il rovesciamento di quella in cui circola come equivalente generale delle merci. La circolazione delle merci, per Marx, è dunque il punto di partenza del capitale, benché questa tesi non sia stata una sua invenzione. Infatti era stata sostenuta anche da Adam Smith, da Stuart Mill e, pur con assunti anche molto differenti tra loro, dagli altri esponenti della scuola scozzese.

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Christiane Apprieux, "Corpo in gloria", 2007, bronzo a cera persa

Nel corso dei secoli il discorso occidentale ha fatto sempre più del capitale una questione di sostanza, relativa a una quantità che, lungi da essere una premessa, innanzi tutto logica, alla qualità e al suo perseguimento, è stata indirizzata alla circolarità, con esiti molto spesso uroborici: il capitale divora se stesso.

Nella maggior parte delle università e degl’istituti di studi superiori del pianeta viene tuttora insegnato che la circolazione del denaro, pur nella ripartizione tra valore d’uso e valore di scambio, è basata sul soddisfacimento di bisogni materiali immediati e di bisogni cosiddetti morali o superflui intesi rispettivamente come tali nelle varie culture e nelle varie epoche. Si compra con denaro per bisogno, si vende ricevendo denaro per soddisfare questo bisogno: quanto resta è l’utile. L’ottenimento dell’utile, per Bentham, è ciò che spinge gli umani a fare in direzione del piacere e della felicità, quantificando l’etica con l’applicazione di principi propri dell’algebra: quelli che saranno poi chiamati principi di algebra morale, a partire dai quali lo stesso Bentham arrivò a teorizzare persino la soppressione d’individui asociali, se questa dovesse portare a un utile più generale per la società.

Dunque, come Armando Verdiglione nota con precisione e costanza nei suoi testi, l’economia e i principi filosofici applicati a essa, fino dai tempi di Platone, sono sorti in occidente come discipline della circolazione e come tentativo di prevedere dove, in ciascuna epoca e, se possibile, in ciascun momento storico, questa circolazione ci può portare. Economia del bisogno e dell’utile retta da principi algebrici e geometrici che, tuttavia, prevedono sempre lo scarto. Ciò che non è in grado di soddisfare quelli che vengono considerati bisogni sanciti di volta in volta dall’epoca o che non porta all’utile economicamente inteso, quello che risulta straniante rispetto all’idea di società che si presume garantire l’economia nella tranquillità, va scartato, ridotto alla marginalità, al controllo statale o sociale e allontanato, anche quando si tratta d’individui in possesso di apparenti diritti formali di cittadinanza. Il gran parlare di circolazione, nell’economia di mercato e nella politica, nelle istituzioni e nella pretesa pianificazione delle esistenze individuali ha fatto sì che alcuni abbiano iniziato a interrogarsi su cosa c’entra tutto ciò con la vita; tra questi lo stesso Marx, che tuttavia ritenne che fosse più importante interrogarsi sulla ricerca di un’origine, quella del capitale.

Interrogarsi in tale modo sul capitale - inteso sempre come capitale sostanziale - ha avviato un discorso sull’origine che a sua volta ha prodotto, a partire dal diciannovesimo secolo, un corollario sempre più ricorrente nella storia dell’occidente: c’è qualcuno che ha avviato questo processo e che, in qualche modo, lo regola e continua a regolarlo, oppure dobbiamo considerarlo procedere da sé, meccanicisticamente o naturalisticamente? È alla criticità, ma anche all’impostazione ideologica di questa domanda, che Armando Verdiglione rivolge da anni molte obiezioni radicali, avendone indicato il limite e arrivando a porsi, e a porre a ciascuno, questioni altre, che trovano un loro compimento significativo nella stesura, e nella lettura, del libro Il capitale della vita: "Da dove procedono le cose? Da dove vengono? E dove vanno? A che cosa si rivolgono? La parola è originaria. La vita stessa. Quali sono i dispositivi di vita? Quale la rotta? E quale la bussola? In quale direzione le cose procedono? Quali ipotesi dell’avvenire? La vita è di scienza: la vita nella sua particolarità, nel suo specifico e nella sua cifra, ossia nel suo valore, nel suo capitale".
Il discorso sul capitale come forma prevalente di economia, quella di mercato, ha avuto almeno un altro critico in Arturo Labriola, che, nel 1910, nella sua Storia dell’economia aveva già notato come il capitalismo trova nella circolazione e nella circolarità come ritorno all’origine il suo limite storico.

Dunque, Marx compì indubbiamente un avanzamento rispetto alle posizioni dell’economicismo naturalista e utilitarista, scoprendo e rivalutando nozioni come quelle di capitale mercantile e di capitale lavoro, e, come Armando Verdiglione ha notato nel libro Processo alla parola, indicando che le merci possono esistere e entrare in una funzione senza animazione, senza compagnia, senza demonizzazione. Interrogandosi sull’origine delle varie forme di capitale, che solo in seguito per lui sarebbe stato individuato come circolante, Marx postulò tuttavia un’ultima demonizzazione, un ultimo male, il capitalista, colui che riteneva detenere in esclusiva la possibilità di portare le merci al mercato, cioè di potersi arricchire e di continuare così a vivere secondo capitale. Ma, nella pretesa di chiudere definitivamente quest’interrogazione, ha tralasciato, come ha fatto finora gran parte del discorso occidentale, la portata del gerundio, premessa indispensabile al costituirsi di un capitale di vita. Anche per questo la sua proposta di arrivare alla dissoluzione del capitalismo a partire da quella degli stati che ne erano espressione per potere liberare forze di vita, relative anche al lavoro, al fare e al desiderare, mantenendosi all’interno della diade platonica che prevedeva una risposta corretta a un’interrogazione considerata ugualmente corretta non ha trovato i riscontri attesi. La stessa questione del commercio, come nota Armando Verdiglione, non può andare senza la questione dell’equivoco e dell’avvio dell’industria della parola, premesse indispensabili per parlare di un capitale che sia anche capitale di vita.

Il suo libro, soprattutto nei capitoli “Sanitas atque salus”, “Il dispositivo immunitario” e “Una questione di salute”, s’interroga anche su quanti e quali limiti abbia posto all’istanza del capitale di vita e alle stesse istanze di salute il discorso occidentale che, pur nelle sue espressioni cosiddette scientifiche, in particolare in quelle applicate alla salute, ha mantenuto a lungo la stessa circolarità rilevata a proposito dell’economia. Nota come la maggior parte degli autori occidentali si trovino ancora, in gran parte, all’interno di quello stesso ragionamento che molti secoli prima aveva contribuito a delimitare e circoscrivere qualunque ricerca sulla vita a un "discorso sulla vita". Gran parte di noi, e in particolare gli studiosi e i ricercatori del campo, continua ancora ad avvalersi di molte categorie positivistiche, riguardanti soprattutto una certa idea di scienza che confonde vita e natura, mutuate e provenienti dal pensiero greco, soprattutto da quello di Aristotele.

Ancora ai tempi della Magna Grecia la scienza antica era chiamata Physica, parola che in greco significa natura. L’uomo veniva considerato parte integrante della natura e pertanto quanto oggi definiamo studio della biologia (da bios, vita) era già da allora connaturato alla scienza fisica e del tutto inserito in essa.

Nell’idea che il cosmo fosse animato e quindi partecipasse alla vita, la nozione di vita cominciò a rappresentare per il pensiero occidentale un ordine di complessità maggiore dell’universo che la conteneva. Da qui, la necessità di esperti, di nuovi sacerdoti che sapessero e potessero interpretarla, e questi nuovi esperti si avvalsero di tassonomie filosofiche all’inizio in gran parte aristoteliche. Superando la precedente logica animistica, di più antica tradizione concettuale, la scienza ai tempi della Magna Grecia dette il significato fondamentale alla nozione di scoperta scientifica, correlandolo a metodologie di ricerca che trovavano nella physica-biologia la loro espressione più significativa, ma che si allontanarono, e fecero allontanare la scienza, dalla questione del "come vivere" correlato alla questione della salute e all’essenzialità di quest’aspetto per la vita di ciascuno. Armando Verdiglione lo ha fatto. Ha notato che la questione del "come vivere" è preceduta da due altre questioni, imprescindibili dal registro intellettuale della parola: la questione aperta, anche come questione di vita o di morte, e la questione della nominazione. Come vivere? Il gerundio procede dalla questione aperta, secondo la nominazione, secondo la logica singolare triale: questo, in una restituzione del testo della civiltà, nella stessa materia del testo. La psicanalisi, la linguistica, la filosofia del linguaggio, la medicina, l’astrofisica, la semiotica, la poesia, il diritto, tutto ciò che è stato assorbito dal canone occidentale, sprovvisto tanto della questione aperta quanto della questione della nominazione, è stato interrogato e interpellato in altro modo: il modo dell’interrogazione come modo dell’apertura. Nel Capitale della vita Armando Verdiglione rileva come ciascuna di queste discipline e di queste dottrine si amministri, si gestisca, si distribuisca, si dosi anche attraverso i cosiddetti dispositivi sociali, applicati alla politica, alle istituzioni, alle aziende, alla scuola.

Il cosiddetto studio oggettivo della scienza applicato all’idea di natura e di naturalità, iniziato con Aristotele e proseguito con la scuola alessandrina, e lo studio scientifico dell’uomo quale artefice di conoscenza, che ha condotto alla formulazione dell’idea di soggetto, hanno portato a postulare la costituzione di scienze della vita basate su ipotesi riduzionistiche e settoriali, che si applicano a manifestazioni di vita ma che le allontanano da molte questioni radicali poste, nel tempo, da queste. Dal diciassettesimo secolo, la scienza della vita per antonomasia è divenuta la biologia, significante coniato dalla scuola alessandrina, espressione di una scienza sempre più applicata e limitata a trarre conclusioni e novità da un’osservazione empirica e sperimentale, correlata al più a modalità di pensiero di tipo algebrico e geometrico, statistico e predittivo, in cui l’analisi è sempre premessa di una successiva sistematizzazione. In tutto ciò il fare è preso sempre meno in considerazione, così come il desiderare, il percepire, l’intraprendere, l’imparare, il formulare progetti e programmi che siano progetti e programmi di vita, in direzione, questo sì, della felicità e della riuscita. Il fare diviene campo dell’economia, che tuttavia, a sua volta, marca il fare stesso. Economia e biologia sono sempre più spesso assimilate come modalità e forme di pensiero, e non a caso hanno conosciuto una sorta di nuova Atene comune, che è la Scozia, con il suo pensiero illuministico e con la pratica di ricerca dei suoi istituti, che hanno trovato una loro applicazione e una loro valorizzazione sia nell’impresa sia nella clinica occidentali.

Senza nulla togliere agli effetti di tale pensiero e di tale modalità d’indagine, che interessano tuttora la nostra esistenza e di cui abbiamo imparato ad avvalerci, la vita non può essere spiegata, né limitata, né sistemata, né sistematizzata, né standardizzata, né semiotizzata da nessuna forma di pensiero. La vita non è standard, come titola un capitolo tra i più significativi del Capitale della vita di Armando Verdiglione, e il capitale non è sostanziale. Le occorrono il viaggio, l’inatteso, l’insolito, l’ospite, la sessualità, le donne, gli amici, l’intrapresa, anche con i corollari del rischio e dell’azzardo, le occorrono etica e clinica, le occorrono l’Altro e il suo diritto. Il capitale della vita non è quello di accumulo, già caro all’etica protestante e messo in discussione dalle teorie socialiste, ma non è neanche quello d’investimento, caro alla finanza odierna. È ciò cui si giunge, attraverso il valore, la valorizzazione, la valorizzazione della vita stessa, la valorizzazione della memoria: come la memoria può divenire capitale, secondo quanto sottolinea Armando Verdiglione nel suo testo. In questa valorizzazione è essenziale la politica come politica dell’Altro, dell’apertura, dell’altro tempo che non finisce. Il pensiero positivista e borghese del diciannovesimo secolo aveva lasciato la politica fuori dalle sue sistematizzazioni a vantaggio della morale. Ma l’istanza della politica è ritornata, in modo spesso violento e immediato, confuso, con Sorel, con il pensiero anarchico, con Marx, partito, non a caso, da un’analisi del capitale considerato fino allora un elemento naturalistico e affrontato abitualmente nei termini del diritto naturale.

Prima di Armando Verdiglione nessuno aveva finora parlato di capitale della vita, perché nessuno aveva mai compiuto un’elaborazione della questione del capitale attraverso la scrittura dell’esperienza e della vita. Il capitale della vita è un libro sorto dall’esperienza e dall’elaborazione costante di questa, dall’elaborazione della vita come unicum e, come in ciascun libro precedente, dalla lettura dei testi di coloro che più si sono avvicinati alle questioni, sempre radicali, poste da Armando Verdiglione, ma che si sono fermati, il più delle volte, alla soglia. Il libro è strutturato in un’introduzione e in quaranta capitoli. Essendo frutto di un’esperienza originaria e di una scrittura che tiene conto dell’assoluto, ciascun capitolo si trova nel viaggio dell’intera opera, pur affrontando argomenti apparentemente distanti.

Il capitale della vita è, come gli altri di Armando Verdiglione, anche un libro di clinica, con una scrittura che giunge al semplice proprio perché non toglie nulla alla piega e all’infinito.

È, in particolare, un libro d’insegnamento e di educazione, nell’accezione, indicata già nel Giardino dell’automa, di "educazione che va dal sembiante alla cifra della parola entro un itinerario che trascorre fra l’insegnamento e la tradizione, fra l’arte e l’invenzione".
È un libro che può essere proposto alla lettura di ciascuno, ma in particolare a chi sta intraprendendo quel particolare tratto del viaggio della vita che solitamente s’incontra nel secondo e nel terzo decennio, quando l’istanza di apprendimento è forte, quando si studia molto ma quando lo "studium", da solo, risulta sempre più insufficiente a dare e a fornire risposte soddisfacenti via via che ci s’inoltra in esso, quando le questioni radicali della vita vengono sempre più abbandonate in nome di un’economia di vita, quando l’intendimento, senza il labirinto, sembra allontanarsi, quando la sessualità sembra non trovare sbocchi. In ciascun capitolo c’è un messaggio che è avvertito sopra tutto da chi è giovane o da chi è ancora felicemente in grado di continuare a interrogarsi con decisione e intelligenza sulle questioni nodali della vita.

Nel capitolo intitolato “L’intendimento” Armando Verdiglione pone una questione: "Qual è la via per intendere? Non è facile. È la via che possa evitare l’enigma, che possa aggirarlo, che possa farne a meno? Questa diventerebbe una via misteriosa, una via piena di complicazioni, di fraintendimenti. La via per intendere, la via dell’intendimento è la via del malinteso. La via del malinteso è la via pragmatica. Come si enuncia la via del malinteso? Con il racconto, con il sogno e la dimenticanza. Il malinteso è proprietà del fare, proprietà della struttura dell’Altro. La sua arte è l’intelligenza, arte poetica. E anche la sua cultura è sempre cultura poetica, pragmatica." E arriva ad affermare: "Oggi, la questione è quella dell’intendimento: ciò che si ode si piega e si scrive. Ciò che si fa si ode, si piega, si scrive, perciò s’intende. L’intendimento segue alla semplicità. Ma è la politica dell’ascolto quella che trae all’intendimento e diviene quindi, anche, politica dell’intendimento, non è la politica della visione del mondo o la politica del visibile, dell’osservabile, oppure la politica secondo cui tutto è visibile e ciò che non è visibile e chi non è visibile è assente".

C’è un’altra questione, la questione donna, che Armando Verdiglione accosta a quella della modernità, sorta con il rinascimento. La questione donna è sorta anch’essa con il rinascimento, con la donna come artista e come maestra d’arte, con la donna viaggiatrice e insegnante, interlocutrice di governanti e di "sapienti", scrittrice e lettrice, ambasciatrice, nel caso frequente di donne italiane, anche del valore dell’Italia. Artemisia Gentileschi di Roma, Lavinia Fontana ed Elisabetta Sirani di Bologna, soprattutto Sofonisba Anguissola di Cremona, e molte, molte altre, attraverso la valorizzazione del viaggio, dell’insegnamento e dello stile di vita, con lo strumento del messaggio culturale e artistico e con l’intellettualità, facendo cose di cui si occupavano gli uomini più illustri del loro tempo, in particolare gli artisti, hanno dimostrato che, anche partendo dalla provincia, si può non soggiacervi, entrando a far parte del patrimonio culturale dell’Europa. Hanno dimostrato che della vita è possibile fare capitale e che non esistono diversità di genere o di gusto né stereotipi o standard precostituiti cui la donna deve uniformarsi o che è costretta ad accettare, né nella rappresentazione di sé come Atena o come Giunone, come vergine o come madre, come chi la sa lunga sul sesso o come chi non ne vuole assolutamente sapere. Le grandi donne del rinascimento, anche attraverso la lettura che Armando Verdiglione ne sta facendo, divengono così un paradigma molto efficace per le più giovani, in quanto sono le migliori testimoni che la vita, soprattutto quella di qualità, non va accettata come standard e che la modernità, senza le donne, senza l’arte e senza l’invenzione, resterebbe il significante denotativo di un’ennesima epoca, nella serialità e nella circolarità propria alle altre. La macchina, da sé, non fa la modernità, se non ci sono le donne e se non c’è l’industria, in particolare quella della parola. Armando Verdiglione dedica esplicitamente tre capitoli del Capitale della vita alla modernità. "Nessuna modernità, senza la questione donna. L’atto di parola, infatti, è anzitutto atto di autorità. Auctoritas.
L’incominciamento, l’aggiunta, l’aumento, la crescita. Togliere la questione donna è togliere anche il padre. Togliere la questione donna è togliere il padre e, da qui, le strutture parentali, le strutture della paternità e del paternalismo, da qui la religione del padre. Sull’idealizzazione, una volta morto il padre. Togliere la questione donna significa anche togliere il figlio e, da qui, le strutture della filiazione". Prosegue Armando Verdiglione: "Sull’infanticidio. Il figlio morto. La religione del figlio. Allora, togliere la questione donna significa togliere anche l’Altro: apparentemente, sarebbe il trionfo della madre, ma è proprio il caso in cui la madre è la morte, quindi, la padronanza. Matricidio, regno della padronanza: nessun malinteso. Allora, il nome. Il nome: donna è indice dell’anonimato, fino alla legge. E padre è indice dell’innominabile. Anonimato del nome, innominabile del nome. Nome funzionale, nome innegabile lo zero, la funzione di zero. Togliere questa funzione vale a istituire strutture autoritarie: e, così, un dio guerriero, geloso del suo popolo".

La negazione della questione donna, il regno della paura, le strutture parentali, la genealogia sociale e politica ruotano attorno alle metamorfosi dell’androgino. Il principio dell’androgino è il principio dell’uguaglianza sessuale, con l’assunzione della maschera creduta sessuale e, quindi, con l’obiettivo dell’uguaglianza sessuale. Il diritto dell’Altro viene sostituito dal diritto della persona, ovvero della maschera sessuale, sociale e politica.
Nel capitolo “La questione donna e il ragionamento sessuale”, Armando Verdiglione afferma che "La questione donna è la questione della struttura della parola, la questione dell’itinerario, tra cammino e percorso. Non è la quaestio del discorso inquisitorio, non è la donna sottoposta alla tortura, perché serva l’interrogazione chiusa". "La questione donna non è la questione Was will das Weib: che cosa vuole la donna? Anziché esaltare l’isteria, pure affiorata con il cristianesimo, con la questione donna non c’è più isteria. Questione donna come questione dell’annunciazione".

Tra i capitoli più significativi del libro c’è “Il dispositivo di vita”, che tratta di come, in direzione della salute, non vi debba essere nessuna rappresentazione di sé o dell’Altro. Riprendendo il celebre scritto di Kierkegaard Il padre e il figlio, Armando Verdiglione sottolinea con decisione come non ci sia empatia, non possa esservi identificazione in qualcosa, in nulla di ciò che porterebbe all’identità. Nessuna identificazione nel sintomo, nella persona o nel tratto. Il figlio non può essere mai uno specchio in cui il padre si guarda, né, giammai, per il figlio il padre ha da essere uno specchio in cui vede se stesso come sarà un giorno: il figlio, in tal caso, non avrà scelta o, peggio, avrà solamente, davanti a sé, scelte obbligate. È un grande brano, un grande capitolo di clinica, su cui molti, che praticano psicanalisi, sono tenuti a interrogarsi, ma è anche un messaggio per ciascuno, per iniziare un viaggio in direzione del capitale della vita, della salute e della qualità.






Armando Verdiglione, Il capitale della vita, Spirali, 2007, pp. 680, € 30,00



Carlo Marchetti. Bologna. Cifrante, segretario dell’Associazione Culturale Progetto Emilia Romagna, responsabile a Bologna della Cooperativa Sociale "Sanitas atque Salus"

Prima data di pubblicazione: 29 marzo 2008


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