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Ipotesi sull’amore

"Closer" o sul massacro dell’amore

Moira Bruni

Questo film, Closer, mi ha lasciato un incredibile malumore.

(24.12.2004)

Non so se mi son sentita più amareggiata o indispettita, quando sono uscita di sala.
È vero che ero rimasta fino alla fine dei lunghissimi titoli di coda per scoprire chi cantasse la bellissima canzone che fa da tema.

È vero che, giusto quando iniziavano a scorrere i titoli dei brani, hanno chiuso baracca e burattini lasciandomi lì, come un’allocca.
Fatto sta che questo film, Closer, mi ha lasciato un incredibile malumore.

Hiko Yoshitaka, "Cattivi maestri", 2004, acrilico su tela, cm 200x100

È amaro, per quel sapore di incompiuto che ti lascia in bocca. È eccessivo, qualche volta, quando Julia Roberts si cimenta in porniloqui che su di lei stonano vistosamente. È cinico quando mostra quanto i sentimenti di oggi siano preda di pressappochismo e mancanza di consistenza.

Non si può dire che il film sia brutto o fatto male. Tratto da una pièce teatrale londinese di Patrick Marber (autore anche della sceneggiatura del film) che dal 1997 miete successi, è diretto da Mike Nichols (Il laureato, Cartoline dall’Inferno, ecc) che sa fare il suo lavoro e non mostra nulla di falso.

Nemmeno sugli attori si può dir niente, specie su Clive Owen, il perverso della situazione, che sfodera ad ogni scena un paio di occhi così assatanati da rendere il suo personaggio almeno il più risoluto fra i quattro. Dieci e lode al corpo pieno di grazie imperfette di Natalie Portman e alla sua incantevole esuberanza. Entrambi giustamente candidati come migliore attore ed attrice non protagonisti.

Jude Law e Julia Roberts, passivi e deboli, mossi appena nell’attimo dell’innamoramento, sembrano due marionette inebetite nelle mani di chi, almeno, sa il fatto suo.
Il tema del film: le bugie e i sotterfugi salvano o annientano l’amore? E poi: si può vivere accettando con rassegnazione che la debolezza degli altri interferisca sulla vita di qualcuno sino al punto di piegarla?

Soprattutto: esiste ancora qualcuno che è capace di amare per più di un quarto d’ora, oggi? O, se vogliamo: esiste qualcuno che sa individuare, sentire e coltivare amore e non solo emozione fugace e disimpegnata?

Quello che traspare è che l’equilibrio, seppur precario, che si mantiene con la menzogna è più stabile di qualsiasi verità.

In questo film, alla fine, vince ed ottiene quello che vuole, chi ha mentito e sa quanta forza abbia una debolezza ben orchestrata. Chi sa amare, sa anche pagare per i propri sbagli e, di solito, ha la sensibilità (dalle mie parti si usa il termine coglioneria) necessaria per mettersi al servizio di chi non ha questa capacità e la vive di riflesso.

Mi intristisce rendermi conto che ciò che si mostra di questo film sia la cruda realtà di molti e vorrei che fosse un po’ meno facile trovare e spendere semplici emozioni distogliendo lo sguardo da qualcosa di più difficile: si rischia di pensare che amare equivalga solo ad impiegare energie inutili.

Bellissimi, testo e musica del brano "The blower’s daughter" che apre e chiude il film. La voce senza sesso di Damien Rice ripaga il senso di vuoto lasciato dagli sguardi sfrontato o spento delle nostre due eroine, nelle scene finali.

Moira Bruni, poeta, lettrice d’arte e di cinema. Vive e lavora a Lamporecchio, Pistoia.


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23.01.2019