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La favola del gerundio. Non la revoca di Agamben

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Pierre Legendre. Ipotesi sul potere

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François Fejtö. Intervista con la Storia

Giancarlo Calciolari
(20.08.2009)

Com’è arrivato alla constatazione, nel suo libro "Dieu, l’homme et son diable. Méditation sur le Mal et le cours de l’Histoire" (Buchet/Chastel, Paris, 2005, pp. 244, € 18) che i dittatori si pongono come vittime che difendono una causa? Anche Hitler si presenta come vittima.



Il caso di Hitler: sottolineamo dappprima che non è tedesco, ma austriaco. In seguito, annotiamo che è un uomo estremamente complicato, con complessi di ogni sorta. Aveva condiviso il senso dei tedeschi che il popolo tedesco, in quanto tale, con il suo alto livello intellettuale, economico, e di organizzazione politica, aveva subito un’immensa ingiustizia per il fatto d’avere perso la Grande guerra, nonostante fossero i migliori in tutto, disponendo dell’esercito più organizzato, composto di soldati formati molto bene. I tedeschi fecero allora l’amara constatazione che senza l’aiuto dell’America, che spalleggiava gli alleati, non avrebbero perso la guerra. (Cosa che si è ripetuta anche nella seconda guerra mondiale.)

Qualcosa continuava a persistere nel profondo della coscienza tedesca. Dopo la Grande guerra, si erano persuasi – e non dico che fosse giusto – che avevano ragione di ribellarsi contro l’ordine mondiale dettato dall’America e dagli stati europei, facendo prova di una profonda ingiustizia nei confronti della Germania, perché la Germania non aveva avuto nel mondo il posto che merita. Allora proprio questi sentimenti hanno reso revanscisti i tedeschi.

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Opera di Hiko Yoshitaka

Adesso, che cos’è mai “essere revanscista”...? Pure i francesi erano revanscisti, perché non si rassegnavano d’aver perso l’Alsazia e la Lorrena. I francesi avevano deciso sin dall’inizio della guerra di riprendersi l’Alzazia e la Lorrena. Secondariamente, Hitler sapeva che la Germania, in quanto potenza mondiale, di più in più era vincente in rapporto all’Inghilterra sul fronte economico e dello sviluppo industriale, perché era più dinamica. Quindi i tedeschi, dopo Waterloo, erano i padroni dell’Europa, poiché la più grande potenza, la più attiva, la più antica, e di conseguenza il loro Stato, aveva la migliore amministrazione e una eccellente diplomazia, e non poteva essere che superiore in molti domini...
A mio avviso, la prima guerra mondiale è stata diplomaticamente preparata meglio dall’Inghilterra: l’alleanza con la Francia ha reso l’Inghilterra più potente. Per quanto riguarda l’America, c’era una fortissima minoranza tedesca vivente negli Stati Uniti che aveva contribuito molto allo sviluppo del paese. I tedeschi contavano sulla politica americana, fra i cui tratti maggiori c’era la tendenza alla decolonizzazione, essi contavano sulla neutralità degli Stati Uniti. Ma hanno commesso errori enormi attaccando la marina mercantile americana. Con questo hanno facilitato le manovre del Regno Unito ben ambizioso, perché l’Inghilterra voleva da una parte mantenere il suo impero – che era ancora dominante nel mondo – e da un’altra parte s’interessava al potenziale militare dei tedeschi, che stava divenendo il più avanzato, anche in mare, con i loro sottomarini.

Per gli inglesi, sin dall’inizio della prima guerra mondiale, la vittoria sulla Germania implicava una distruzione per decine d’anni della potenza tedesca. Per loro, questo era l’obiettivo principale della guerra, rischiando di implicarci per via diplomatica la Russia e la Francia...

Ricordiamoci che in occasione della prima guerra, la Germania non aveva come solo alleata che l’Austria-Ungheria, alleata tanto più fedele che Francesco-Giuseppe era convinto che senza la Germania il suo impero non poteva sopravvivere.

Alla fine della guerra, c’era una profonda delusione e una rivolta in seno del popolo tedesco rispetto a una guerra per la quale avevano fatto tanti sacrifici. Ed è questa profonda delusione, e un sentimento d’umiliazione, che aveva preparato il terreno per il nazismo e il suo trionfo per la maggioranza dei tedeschi.

Secondo me, lo dico anche ai miei fratelli ebrei*, il razzismo contro gli ebrei era subordinato, infine, a questa strategia motivata e condotta dall’odio per l’Occidente, e alla necessità di questa propaganda per mettere in valore la superiorità.

Ecco quello che costituisce la tela di fondo della seconda guerra mondiale. Non dico che questo sfondo giustifichi chissà cosa, né della prima né della seconda guerra e della sua fine, ma sono convinto che la seconda guerra non sia stata provocata dai tedeschi se non perché si sentivano in misura di prendere la loro rivincita, potevano quindi disfare la strategia inglese sostenuta dalla Francia e alla quale l’America aveva dato il suo sostegno. Questa volta erano decisi di operare con il massimo della propaganda – che era molto importante per Hitler – grazie a Goebbels, questo eccellente tecnico della propaganda.

Questo non giustifica nulla, ma spiega meglio perché i tedeschi hanno potuto aderire per patriottismo al nazional-socialismo. Il nazionalismo designava il nemico al di fuori della Germania nell’Occidente che gli era in effetti ostile. Uno storico e sociologo ungherese, Ödön Màlnàsy, è stato il primo a spiegare in un libro scritto nel 1937, che data la mentalità germanica del momento, una sola convinzione univa la maggioranza del popolo tedesco, e sopra tutto delle élite: i tedeschi dovevano prendere la loro rivincita attraverso una conquista mondiale.

A quel punto, l’odio dell’ebreo è da situare dapprima nell’antisemitismo cristiano in Germania, precisamente nella Chiesa cattolica che ha voluto conquistare religiosamente gli ebrei, la loro religione essendo una minaccia per il cattolicesimo in quanto unica via della salvezza nel mondo. In seguito, l’odio del giudaismo era presente dappertutto, nell’Occidente, tanto in Inghilterra quanto negli Stati Uniti e in Francia. Ma questo odio contro gli ebrei era secondario per i tedeschi, era un affare di propaganda, accidentale in rapporto all’odio che si dirigeva realmente contro l’Occidente. Se si legge attentamente il Mein Kampf lo si nota bene.

Dalla lettura del Mein Kampf ne esce un paganesimo puro.

Sì, il paganesimo, perché sostituiva il cristianesimo con una ideologia dell’odio. Il cristianesimo d’altronde non ha sempre realizzato i suoi principi, anzi al contrario... Lo spirito cristiano presuppne la tolleranza, la pace, ecc. Mentre i tedeschi hanno sostituito questo con una « religione » di odio e di razzismo. Erano convinti che una grande ingiustizia fosse stata commessa nella storia del popolo tedesco, questo « popolo maestoso » e importante che ha dato filosofi, grandi artisti e musicisti, che ha creato una grande cultura, considerandosi come il popolo il più dinamico nell’Europa del diciannovesimo secolo.

Riguardo all’ossessione della Germania rispetto alla sicurezza, alla purezza della razza e al sentimento d’ingiustizia, queste si spiegano per il fatto che i tedeschi erano convinti d’avere ragione contro tutti i loro nemici, che si alleavano – secondo la teoria nazista – in vista di spogliarli di tutto, al fine di umiliare il popolo tedesco. Si trattava, concertatamente, di un conflitto ideologico, politico, strategico e, infine, economico. Secondo i tedeschi, l’egemonia mondiale era caduta nelle mani ingiuste, e il popolo tedesco aveva per missione di trasformarla in un regno che doveva diventare giusto per i tedeschi...

Tenendo conto che l’essenziale di questa tendenza tedesca consisteva nel vler istituire l’egeminia mondiale, e che la questione ebraica vi era subordinata, qual era l’autentica posizione della Germania di fronte al tentativo di egemonia della Russia? Mi riferisco alle nuove testimonianze russe che precisano che la Russia stava per invadere la Germania, anticipando di qualche giorno l’attacco dei tedeschi.

Questo si spiega con un secondo fattore. I tedeschi rimproveravano all’Occidente d’essere ingiusto nei suoi confronti, e di impedirli d’occupare il posto che spettava loro nell’egemonia mondiale. Tuttavia, in Russia, la prima guerra mondiale ha provocato una rivoluzione bolscevica sostenuta da un’ideologia differente di quella che animava lo spirito tedesco. La loro ideologia nazista era fondata sulla differenza delle razze, i sovietici volevano una rivoluzione mondiale, con una dottrina, il comunismo, che implicava la lotta di classe, e che comiciava a penetrare anche in Germania. Essa aveva molti partigiani nella intellighenzia, nel mondo della cultura in generale. Questa ideologia era la sola che facesse concorrenza all’ideologia nazista. Ora per i tedeschi, l’Unione Sovietica come nemico non era pericolosa che nella misura in cui non fosse essa stessa ad attacarli per prima. La Russia aveva degli assi nella manica: l’Unione Sovietica è diventata un paese non solo potente ma anche imperialista sotto Stalin. Ho evocato questo in un libro ed è importante: la Russia di Lenin voleva una rivoluzione mondiale, ma all’inizio essa non era unita, lontana dal panslavismo e sopra tutto dalla pretesa religiosa, propria del popolo russo, volendo attaccarsi al suo atavico nemico: il cattolicesimo occidentale.

Ci sono dei documenti molto interessanti che mostrano che parallelamente, dalla fine della prima guerra mondiale, gli esperti militari della Germania cominciavano a elaborare una strategia per una guerra di rivincita. Per quanto riguarda l’Unione Sovietica c’era pure un altro fatto di capitale importanza che alcuni generali e degli esperti di Hitler hanno reperito: l’URSS con Stalin ha rinunciato alla rivoluzione mondiale. L’idea principale di Lenin – occorre non dimenticarlo – era di fare la rivoluzione in Russia e in un secondo tempo, progettava la rivoluzione mondiale.

Per altro, la Russia sovietica sotto Stalin ha abbandonato l’idea della rivoluzione mondiale, essa ha pure abbandonato l’idea di vincere contro il fascismo di Mussolini e contro la crescita esponenziale del nazional-socialismo tedesco. Stalin poteva scegliere la possibilità d’intendersi con la Germania. I negoziati segreti a questo proposito sono cominciati ben prima della dichiarazione della seconda guerra mondiale – e Hitler era sensibile a questa idea – e questo spiega che abbia proposto a Stalin un accordo che garantirebbe la neutralità della Russia Sovietica.

La provvidenza è venuta in soccorso dell’Occidente in tale questione, perché Hitler ha preso la sua tesi sul serio – e la prova esiste, in uno scambio di lettere con Mussolini, che non sapeva niente della strategia segreta dei tedeschi, e quando Mussolini ha appreso che c’era un accordo tra Mosca e Berlino per cambiare i rapporti di forza nel mondo, egli ha scritto una lettera a Hitler. « Che cosa fate? Prima costruite un’alleanza con il Giappone e con l’Italia, un’alleanza fascista, e adesso costruite con l’Unione Sovietica un’alleanza che ne fa un alleato delle potenze occidentali. Non è logico » ha scritto Mussolini.

Lenin sapeva che il suo paese rappresentava una potenza emergente. Non abbandonò l’idea della rivoluzione mondiale, al contrario, ha sostenuto i movimenti rivoluzionari in India, in Cina, da tutte le parti del mondo dov’era possibile. Stalin invece non continuò in questo senso. Egli voleva consolidare a ogni prezzo il suo potere personale nel partito, nel paese. In questo risiede il senso più forte del conflitto della Russia con la Cina. Poiché Mao era un leninista, quindi un internazionalista, rimproverava a Stalin di non servirsi del comunismo cinese. Quest’ultimo era divenuto, d’altronde per colpa degli americani, antiamericano. Al posto di questa alleanza, Stalin negoziava più tardi con i francesi, gli inglesi, per spingerli all’idea di un’alleanza contro il fascismo e il nazismo.

Hitler ha risposto a Mussolini: « Io penso che la trasformazione della Russia sovietica in paese imperialista sia ben reale. Essa aderisce adesso in realtà agli stessi principi che noi difendiamo. La decolonizzazione degli inglesi e dei francesi... e questa alleanza può eventualmente servire da chiave magica che potrebbe aprire gli imperi coloniali alla concorrenza americana, perché c’era una cosa in comune tra la situazione dell’America e della Germania. Gli Stati Uniti erano pure un paese imperialista. D’altronde gli Stati Uniti hanno guadagnato la loro indipendenza contro l’Inghilterra e volevano distruggere il colonialismo inglese, francese... In Africa, in Asia, e dappertutto ». Hitler ha spiegato a Mussolini che non bisognava più considerare i russi sotto l’angolo del comunismo. « La Russia di Stalin non è più comunista » pretendeva, e « i sovietici non potranno che lasciare cadere il loro vecchio modo di pensare il comunismo. « È logico al contrario – gli scriveva – che noi utilizziamo la potenza russa nella nostra lotta comune con il Giappone ».

Il potere mussoliniano era debole a fianco di quello della Germania. Gli italiani hanno abbandonato il loro sogno di rimanere il partner privilegiato della Germania hitleriana e si sono quindi in fine allineati con la posizione della Germania e del Giappone. Gli storici si domandano ancora come Hitler abbia potuto fare questo rivolgimento ideologico per giustificare la sua alleanza con i russi. Gli italiani hanno fatto di tutto per sostenere gli uomini politici in Germania, sopra tutto quelli che erano persuasi che l’ideologia comunista primeggiasse in Unione Sovietica, e questo sforzo era almeno così importante come la lotta contro i colonialisti e gli imperialisti occidentali.

Secondo gli storici tedeschi, molti pensavano che Hitler avesse commesso un errore, perché avrebbe quanto meno dovuto rendersi conto che l’Unione Sovietica era troppo debole per divenire un vero paese imperialista, e che nello stesso tempo, essa era determinata a stabilire il comunismo in Europa, in ogni caso un potere antioccidentale. Alcuni popoli, come gli indiani erano favorevoli al comunismo, perché speravano che il comunismo li avrebbe aiutati a ottenere l’indipendenza dell’India.

La sua risposta dà le ragioni umane – non ce ne sono altre – dell’esistenza del male. Lei non ha bisogno di ipotesi metafisiche per spiegare il male. Il male non è altro che un’ipotesi giustificatrice della volontà di dominazione, che non arretra davanti a nulla, neanche davanti al massacro. Hitler non rappresentava dunque lo « spirito » del male, ma l’aveva messo in opera su grande scala...

Il male abita l’uomo, e diviene veramente potente quando è lo strumento di dominazione di un grande popolo. Gli americani non possono non più pretendere d’essere stati sempre per il progresso sul piano umano: c’era la schiavitù, e quando l’hanno abolita, hanno introdotto un sistema capitalista che non era tenero con gli operai, con i contadini. In realtà il cristianesimo è diventato la copertura morale del grande capitalismo mondiale, e della globalizzazione. Sotto l’egida dei diritti dell’uomo - quando ne vedono l’interesse, quando vogliono utilizzarli nei loro giochi...

Quindi, il male è in ciò che gli umanisti, gli uomini del rinascimento, come pure i socialisti, hanno denunciato come volontà di dominazione, di sfruttamento. Oggi la si ritrova non solamente nello sfruttamento dell’uomo sull’uomo, ma anche nello sfruttamento della natura su grande scala.

A proposito dello sfruttamento della natura, occorre rivoltarsi contro il capitalismo. L’uomo non salverà la terra dal suicidio se non facendo della solidarietà umana un tema veramente politico e non solamente una copertura come con la Società delle Nazioni Unite. I diritti dell’uomo sono ciascun giorno traditi tanto dai cinesi che dagli americani, e adesso dagli islamisti. Il male è là dove c’è la volontà di dominazione e dell’odio contro l’uomo. Questa è la mia tesi.

Leggendo il suo libro, constato che l’egemonia è un suicidio. Occorre che sia chiaro: la dominazione è un suicidio in atto, Hitler era suicidario, sin dalle sue premesse. Occorre che sia chiaro che la tentazione di Caino di dominare suo fratello comporta la sopravvivenza con il segno che porta scritto su di sé, e non è una vita questa.

Adesso, lascio aperta la questione riguardante la dimensione che va oltre l’uomo, e interrogando l’idea di fraternità umana, penso a un filosofo ebreo francese, Levinas, che a questo soggetto ha scritto che è quantomeno una follia d’immaginare che quale sia il principio che è alla base stessa della creazione dell’universo e degli universi, non era per lasciare precipitare tutto nel suicidio e nel caos!

Qual è il libro che sta scrivendo?

Vorrei un po’ unificare e chiarire tutto questo. Parlo della mia vita in Francia, dove sono arrivato sessant’anni fa, e della mia carriera di scrittore e di giornalista, i miei molteplici viaggi in quanto giornalista.

Credo che l’idea fondamentale – che svilupperò, e che ho cominciato a sviluppare in questo libro (Dio, l’uomo e il diavolo) – è che il male non può essere immaginato come una entità personificata, da qui la mia critica dell’esistenza del diavolo, che sarebbe il responsabile del male, non bisogna dimenticare che il male e il bene sono idee umane, antropomorfe.

La sua lettura della storia e anche quella dei testi sacri lasciano da parte la tentazione di dividere il mondo in una lotta tra il bene e il male. Non c’è nessuna gnosi nel suo itinerario di lettura! Lei annota pure il tratto gnostico che San Paolo può avere introdotto fondando la Chiesa, con la scrittura in greco del Vangelo. La questione del bene e del male è una eredità pagana, colpita dalla proibizione sin dal cominciamento in cui è questione dell’albero della vita.

Ho un enorme rispetto per San Paolo, in quanto figura storica poiché si può considerarlo come il precursore della Chiesa cattolica romana. È lui che, a partire dall’Antico Testamento, ha creato le strutture universali di una religione di cui Gesù aveva formulato il principale comandamento: « Ama il prossimo tuo come te stesso ».

Dopo San Paolo, e i padri della Chiesa, come San Tommaso e Sant’Agostino, ecc., io considero che sia la tesi di un grande filosofo ebreo, Spinoza, che ha il merito di avere ampliato la concezione concernente Dio, quando ha formulato l’assioma: « Dio, cioè la natura ». Ha mostrato che Dio è non solamente il creatore della natura, ma esiste dappertutto nell’universo, e ne è il motore.

Non capiamo ancora la vita. Non sappiamo ancora che cosa veramente sia la vita. In altri termini, che è all’origine di una causa che produce un effetto. E questo effetto è uno sviluppo: sviluppo di piante, di animali, di uomini, di creature di civiltà. Aspettando, noi abbiamo qualche indice nelle opere sacre, per esempio nella Bibbia ebraica. È detto che « Dio ha creato l’uomo, e solamente l’uomo, a sua somiglianza. Io rovescio la cosa e dico: vuol dire che Dio si è fatto conoscere con questa frase; perché se io assomiglio, allora quello che Dio ci insegna, ossia il principio dei principi, è che Egli pure assomiglia all’uomo. Ciò vuol dire anche che la somiglianza non può che essere reciproca: se l’uomo è il solo essere vivente che è creato simile a Dio, allora siamo in diritto di chiederci quale sia tale assomiglianza, e in che cosa l’uomo assomigli a Dio? E la risposta è semplice: la creatività. È il solo « animale » che crea. Tutto ciò che vediamo nella nostra civiltà, la cultura. La cultura è una creazione dell’uomo. E anche la storia è una creazione dell’uomo.







François Fejtö è nato nel 1909 in Ungheria, a Nagykanizsa, da famiglia ebraica, e risiede a Parigi dal 1938. Dal 1955 è naturalizzato francese. Aveva cinque anni quando scoppiò la Prima guerra mondiale e, da ebreo cristianizzato ungherese imparentato con grandi famiglie friulane, amico di infanzia di Rajk e Lukacs, portò nella sua vita i simboli di quel palinsesto di culture che l’Impero austro-ungarico racchiudeva. Fejtö è un cosmopolita obbligato all’esilio (prima da Hitler, poi da Stalin), e la sua esistenza ha attraversato tutte le tragedie, gli splendori e le svolte del secolo: dalla Belle Epoque al crollo del Muro di Berlino. È internazionalmente noto per la sua Storia delle democrazie popolari (1969) e considerato altresì uno dei maggiori esperti di storia dell’impero austro-ungarico, su cui ha scritto libri di enorme successo.

Docente universitario, giornalista, illustre storico della politica est-europea, tra le sue opere pubblicate in Italia:

Gli ebrei e l’antisemitismo nei paesi comunisti, Milano 1962;

Storia delle democrazie popolari, 2 voll., Bompiani, 1977;

Requiem per un impero defunto, Mondadori,1990;

La fine delle democrazie popolari, Mondadori, 1990;

Il passeggero del secolo (con Maurizio Enrico Serra), Sellerio, 2001;

Dio e il suo ebreo, Liberal libri, 2000;

Dio, l’uomo e il diavolo, Sellerio, 2007.




Ringraziamo Eva Füzesséry per la collaborazione




Clicca qui per leggere la versione originale in francese



Giancarlo Calciolari, direttore di « Transfinito.eu »


6 aprile 2008


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