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Arte

Hilda Perek
(14.10.2008)

L’arte ritorna e non finisce, ovvero funziona nella parola. L’arte varia e questo è il suo funzionamento. La variante è intoglibile e la variazione non è mai serializzazione. E per questo le cose non girano e l’essere non è circolare, e neanche l’avere.

Apparentemente la discussione sull’arte si risolverebbe nel sapere che cos’è e che cosa non è arte. E l’altra faccia sarebbe di sapere che cosa sia o meno acquistabile. Essere e/o avere?

L’arte tra consumo e rivolta è il piatto spadellato dalla cucina culturale convenzionale, che oggi si mostra in particolare come anticonvenzionale. L’Anticristo parla perfettamente come Cristo.

Il profilo inatteso o atteso di quanto accade, avviene e diviene nell’arte, appartiene alla vita parallela di Bertoldo che mangia un tozzo di bassa cucina annusando l’alta cucina.

La visione dell’arte, come la previsione di Prometeo e la postvisione di Epimeteo, annaspa nei fondi di cucina, nella profondità del kitsch, la pastoia tra l’arte e la cultura di massa quale altra faccia della cultura di élite.

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Opera di Christiane Apprieux

L’idolo bifronte dell’aristoracrazia e della plebe sopravvive tra due poli opposti, la banca e i risparmiatori, nel presunto spazio comune in cui vengono celebrati i riti mondani che aggiungono patina su patina al vitello, che già all’origine era la copia di se stesso, ossia placcato d’oro.

L’arte richiede autodeterminazione politica e sociale? Rispondono di sì le avanguardie religiose e militari dell’arte, che oggi definiscono il loro retro come post.

Il determinismo e l’indeterminismo (candidato al nuovo determinismo) cercano la padronanza e il controllo sull’arte. Per paura. Anche paura dell’arte. Le società nazionali e internazionali temono la lettura: in altri termini l’arte, la cultura e la scienza. L’educazione dovrebbe incanalare la lettura.

Togliere dall’oblio aspetti della produzione culturale e artistica ignorati e rimossi è pratica dei doganieri della cultura, che possono più agevolmente ignorare e rimuovere altri aspetti della produzione culturale e artistica.

La visione semplice o complessa, facile o complicata, conferma la fenomenologia della vita quotidiana, lo spasmo della sopravvivenza nella sua smorfia di morte addolcita, quasi buona. E così porre come grande interrogativo dell’arte contemporanea la questione del mercato o dell’autonomia dell’arte, del consumo o della rivolta, vale a mantenere l’arte nella contemporaneità, nel continuo tra passato presente e futuro, in modo democratico, ossia che permette a ognuno di lanciarsi nel futuro e di ritornare dal passato giusto in tempo per divenire l’artista ideale che ha sempre sognato di essere, quello che ucciderebbe sua padre un istante prima d’essere generato, e senza trarre i corollari
per la madre vedova che non sarebbe più madre ma avrebbe da badare a un orfano assoluto.

Esiste lo snodo tra modernismo, antimodernismo e postmodernismo? Oppure si tratta di un cerchio fittizio, valido appunto per la circolazione degli umani, mondi e immondi? E perché mai questo snodo si centrerebbe sul paesaggio americano, con notevoli incomprensioni per l’arte europea?
Perchè il sabba finanziario poggia il suo ombelico a New York. Non si tratta d’incomprensioni ma di ragionevole business, lo stesso che in Italia si occupa di alcuni con notevoli incomprensioni per altre manifestazioni dell’arte.

Come leggere non risponde alla domanda di come portare uno sguardo sul presente che illumini quello sul passato, in una sorta di retroazione, solo per dirigere il futuro in una sorta di prolessi o ante-azione. L’ideologia per l’azione illumina, i corpi acefali e le teste mozze dell’illuminismo. E chi perde la testa sopravvive con una protesi, come tutti.

Non si tratta di lettura retroattiva, ma di leggere l’archivio nell’atto. Non c’è l’archivio originale da leggere intatto e invisibile per una casta di lettori che dettano per gli altri le regole di leggibilità e di illeggibilità. Che i più non leggano, oltre a non sapere leggere come i meno, non fonda come lettori l’aristocrazia, ma come doganieri della cultura. Davanti a questo mestiere alcuni tra i migliori hanno vacillato: poeti, matematici, cuochi, scienziati... Tanto da meritare l’elogio della diserzione di Céline nel Voyage au bout de la nuit. La metafora militare indica che la diserzione partecipa al sistema, che come l’Altro di Lacan, non esiste, e i suoi effetti provengono come contraccolpi e contrappassi dall’ipotesi “se esistesse”.

Nessun anacronismo che non si fondi sul cronismo, sull’asse continuo del potere genealogico. Il continuum è l’altro nome del fallo, che in questi termini è più vicino all’araba fenice che allo scettro del potere. Coloro che anticipano nel passato il presente, i predecessori, sono una creazione fantastica per legittimare chi si pone nella posizione dei successori, sempre nella gestione politica e sociale delle merci umanizzate e degli umani mercificati. L’orizzonte è quello dell’escatologia artistica, del cinismo che tutto giustifica annunciando la fine delle cose, ovviamente anche dell’arte stessa.

Il pensiero critico sull’arte è per lo più un frammento della secolarizzazione dei concetti della teologia applicati alla mondanità, alla vita immanente, tenendo la vita trascendente come ideale. E sono legione coloro che prendono per vero l’albero della conoscenza del bene e del male, incuranti che nel giardino del paradiso nel bel mezzo ci sia l’albero della vita, i cui frutti, mangiabili, sono al di là del bene e del male.

Opporsi, rivoltarsi, resistere al sistema, anche dell’arte, non è altro che porre una domanda di candidatura per un posto nel triangolo sociale, che Kandinskij chiama senza umorismo “spirituale”, come se bastasse a sgravarlo da un “materiale” che risulta “sostanziale”. Infatti, ognuno tocca con mano che quello che dice dell’arte è l’arte. Ognuno si prende per Dio. Poi si animalizza, va in bestia, dopo essere stato demonizzato come resistente, rivoltoso, rivoluzionario, nemico, avverso. E può anche umanizzarsi, come poverocristo e chiedere protezione e assistenza per una cellula sociale nella quale creare lo stato libero di se stesso. Daniel Paul Schreber, maestro di estetica oltre che di psichiatria e di diritto, a partire dal suo posto al sole di presidente pone non poche obiezioni al sole e a Dio.

Liberare il tutto dalle pastoie conservatrici delle false pretese filologiche che vorrebbero affidare agli archivi i materiali dell’arte ripartiti tra modernismo, antimodernismo e postmodernismo vale a dare un altro giro al pentolone dove la pastoia cuoce per alimentare le nuove e nuovissime false pretese filologiche, decretanti i nuovi doganieri degli archivi artistici e anche culturali e scientifici.

La liberazione è l’altro nome della salvezza. L’escatologia è la formalizzazione della paura. E liberarsi dalla paura, come presume di fare Trimalcione, porta a divorarla nel banchetto funebre: “mangiate come se domani fossi morto”.

Marcel Duchamp è moderno o antimoderno? Oppure, la beffa è già postmoderna? Machiavelli era repubblicano o monarchico? Chi scrive aspira a un posto tra la critica d’arte internazionale o espira in un angolo avvitandosi su di sé? Chi decide che cosa sia arte? E perché qualcuno dovrebbe deciderlo? Il decisore ha trovato la faccia di Adolf Hitler per l’indeciso Carl Schmitt.

Chi intende qualcosa dell’arte nello stato d’eccezione? Chi intende che modernismo, antimodernismo e postmodernismo sono reazioni al moderno, all’arte nell’atto di parola e non nella fattualità sociolinguistica? Allora, quando s’intendesse l’essenziale, ci si accorgerebbe che rivisitare il modernismo e nel contempo decretarne la morte vale come affermazione della negazione di vita, come se il bene dell’albero del bene e del male fosse appeso all’albero di vita.

Chi intende che coloro che cercano una riconciliazione con il pubblico e con il mercato, come i simmetrici che cercano di separare conflittualmente l’opera dal mercato, sono orsi algebristi e geometristi che ripetono allo zoo da pensionati quello che eseguivano da attivi nel circo degli ammaestrati?

L’antimodernismo quale branca del postmodernismo che si esplicita nella citazione e nel pastiche ha disintegrato il canone stilistico modernista? Ma se era canone era già pseudo arte. Si tratterebbe dell’icona impossibile dell’araba fenice che rinasce dalle proprie ceneri, circolando. L’araba fenice trova le sue lettres de noblesse nell’algebra e nella geometria.

Da Marcel Duchamp a Mimmo Rotella la beffa lascia aperta la questione dell’arte, anche nella pseudo questione di che cosa sia veramente arte. I mosaici arabi della villa del Casale di Piazza Armerina sono arte o sono il frutto di un virtuosismo artigianale? Tale questione è pseudo. Falsa. Gnostica. Nomenclaturistica. Dettata da dominatori o candidati a dominare, ossia a incappare in contraccolpi e contrappassi senza accorgersene. Nessuno è escluso dalla beffa: né coloro che danno per scontata la verità delle rappresentazioni, né coloro che perseguono la critica della rappresentazione che mette in dubbio tale verità, né coloro che danno per scontato l’inesistenza della verità. L’agnosticismo è gnostico.

È semplice intendere che ciò che è dato come perso costituisce un facile guadagno da recuperare. Nelle potenzialità presunte dell’apertura si può trovare di tutto. Ogni gnosi, macro o micro, è subito accettata dai principati e dai potentati. Circolano esperti del tempo di conoscenza, ossia di temnognosi, in altre parole di cronosofia, o più semplicemente di sincrogenesi abduttiva. Le iscrizioni sono aperte. Ma non ci sarà posto per tutti, ovviamente, nei circoli dominanti legati alla struttura della durata, della periodizzazione che mantengono il tempo come incognita.

Per il sistema dell’arte ogni cosa è svalutata e viene rivalutato solo quello che è scelto dalla nomenclatura, sebbene quello che resta incompiuto scredita proprio ciò che per essa è centrale e rilevante: l’arte. In effetti il sistema dell’arte odia l’arte, e per questo cerca ogni volta di sistemarla.

Ma non c’è nessuna escatologia artistica perché il ritorno è nell’atto. Nella sua terminologia astrusa Freud l’ha chiamato il ritorno del rimosso. L’arte, la cultura e la scienza tornano, indistruttibili.
Occorre dare ascolto al demone che tira le fila della vita originaria di ciascuno, non al Leviathan che mascherato da principe buono incatena ognuno alla pseudovita, oltre che se stesso.

Non c’è più nessuna critica artistica da rifondare come opposizione al sistema, che non concorra allo stesso. Più nessuna eresia artistica quale altra via all’ottenimento delle stesse cose apparentemente avversate. Gli antibaroni di ieri sono i baroni di oggi.

L’arte c’è in ciascun laboratorio, atelier, officina, casa, bottega, dove la vita non è sospesa, che i media lo sappiano oppure no.

18.7.2007


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