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"L’altro Heidegger". Intervista a Michel Bel

Giancarlo Calciolari
(2.06.2008)

Quali sono i presupposti della sua lettura, che non trova ancora troppi amici sulla sua strada? Intendo dire: una lettura che non è in linea con la lettura francese di Heidegger. Come accade che lei sia su un’altra pista?



Lei pone una bella questione, perché il modo in cui sono entrato nell’opera di Heidegger è legata essenzialmente alla lettura di un testo del 1937 che è il suo appello ai Francesi per la collaborazione. In questo testo – molto breve – che è stato pubblicato nel primo annuario nazista della città di Friburgo in Brisgau – Heidegger fa referenza alla “salvezza”. Mi sono interrogato per sapere quale tipo di salvezza ci proponeva Heidegger a quella data. Poi sono reso conto, riprendendo la sua biografia dall’adolescenza, a partire dall’infanzia, quello che non appare nelle biografie ufficiali – riprendendo segnatamente la sua attività al seminario, che Heidegger rigetta completamente la saggezza cristiana per ragioni di detresse interiore che sarebbe troppo ungo analizzare ora, detresse legata alla sua vita sentimentale e affettiva, sulla quale non mi pronuncerò, almeno adesso, che la salvezza di Heidegger quindi, era una salvezza di fattura – diciamo la parola: “alchemica”. Ciò che i tre colori della bandiera nazista ampiamente significano.

Ma, alchemico non nel senso della trasformazione della materia in oro, alchemico nel senso in cui si trasforma l’essere umano in un altro essere umano; nel presente caso: il Dasein tedesco, dapprima, il Dasein occidentale, in seguito, in “superuomo nicciano”. Quello che ha fatto presa su di me in Heidegger è questa questione della salvezza. Si passa per lui dalla salvezza cristiana alla salvezza heideggeriana. In seguito occorre porsi la questione: che cos’è la salvezza heideggeriana? La salvezza heideggeriana è un nichilismo che si sormonta da sé. Si tratta di sbarazzare la terra dal cristianesimo, che per lui è causa di sofferenza, e di mettere al suo posto un tipo di cultura che si riferisce vagamente ai greci antichi, una cultura della volontà di potenza interpretata in termini di dominazione divina, la nuova dominazione germanica, quella dei tedeschi vincitori della guerra, o presunti tali in quel momento.

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Opera di Hiko Yoshitaka

Detto altrimenti, per Heidegger la salvezza passa necessariamente per l’affrontamento, per la guerra (“Krieg”). Quelli che saranno vittoriosi (lo dice più volte) saranno gli dèi, gli altri saranno i loro schiavi. Ma questo risultato non gli basta. Per lui la salvezza va ancora più lontano. Vuole anche sgombrare la Terra da coloro che l’ingombrano. Lo dice apertamente nel 1935, nel mese di novembre, l’Origine dell’opera d’arte, proprio dopo la promulgazione delle leggi di Nuremberg, che datano del 15 settembre. Dice nella sua conferenza: “L’opera libera la Terra affinché sia una Terra”.

Qual è l’opera in questione? Ho pensato dall’inizio che trovandoci già nel lavoro di trasmutazione del Dasein, l’opera in questione non poteva essere che l’opera alchemica di trasformazone dell’uomo. Non è un caso se si ritrovano molti termini alchemici nella costruzione dei discorsi heideggeriani. Ma non è semplicemente l’aspetto alchemico che mi interessa, è il modo in cui il mago di Todtnauberg, professore all’università di Friburgo, ha trasformato l’alchimia per farne una salvezza di tipo puramente heideggeriano.

Tutto accade come se Heidegger avesse voluto creare una nuova razza, esattamente come Abramo, allora, aveva creato la sua, ma in modo inverso, liberando completamente la Terra dalla razza ebraica che è all’origine del cristianesimo. Riprende il pensiero di Nietzsche del 1872, quello che era nell’attesa del grande liberatore germanico, e cerca di sbarazzare la Terra dalla razza ebraica esattamente come si raschia una pelle di montone per farne un palinsesto alfine di scrivere un nuovo testo. Ha voluto inscrivere sulla pergamena della Terra in tal modo pulita la sua salvezza, ossia una nuova concezione – non direi della felicità, poiché non crede nella felicità - ma una nuova concezione della dominazione planetaria. In tal senso il suo progetto è pressoché satanico. Non parliamo della sua realizzazione che, essa, lo è interamente.

Può dire qualcosa sul compromesso che fa che Heidegger sia ancora oggi un’enorme referenza nell’ambito filosofico del pensiero occidentale. In Francia come in Italia, Heidegger occupa una posizione dominante. Qual è la struttura di questo compromesso che fa sì che sia proposto come un pensatore positivo, come un pensatore “normale” nella filosofia?

È molto semplice. Penso che tutta la presentazione filosofica di Heidegger sia un trompe-l’œil, un inganno. C’è in Heidegger un vocabolario filosofico, ci sono problematiche filosofiche, ma le risposte che apporta sono delle risposte sofistiche. Si tratta di un cattivo misticismo. Si ha l’impressione di avere a che fare con un nuovo Jacob Böhme, smarrito completamente nel XX secolo.

L’inganno attira i filosofi. Heidegger parla di Cartesio, solleva le problematiche dell’essere, della libertà, della giustizia, eccetera. Ma tutto ciò è rovesciato in una inversione dei valori, per essere esposta nel suo contrario.

Quello che di primo acchito attrae in Heidegger è che sia totalmente ininteressante, ovvero la maniera in cui reinterpreta i filosofi. È ininteressante perché non si vede sin dall’inizio del gioco che procede unicamente per fare giustificare sornionamente il suo “imperialismo mistico” attraverso gli scritti dei filosofi. Un imperialismo integralmente animato da una strana concezione della “giustizia” esclusivamente “eliminatrice e annientante”, giustizia della quale si scoprirà il senso, per prudenza, che tardivamente, del resto, nei suoi corsi su Nietzsche del 1940.

Per altro, ciò che non attira l’attenzione e che è fondamentale sono tutte le transizioni che si trovano all’interno della sua opera, nelle giunture dei suoi corsi e sulle quali ppassa sopra molto discretamente o non pone che poco accento. Sono tutte queste transizioni – che in realtà sono ingiunzioni – che fanno di lui, non solamente il padre fondatore dell’ideologia nazista, ma ancora e, nello stesso tempo, il conduttore di tutto il genocidio. E è questo che mi sforzerò di dimostrare per il tempo di vita che mi resta.

L’inganno dei presunti conoscitori – che è il frutto di un piccolo lessico heideggeriano – è presente anche in Italia, in particolare nell’ambito della poesia, dove fa ufficio di referenza. Questo piccolo vocabolario occupaq il posto della non lettura di Heidegger.

Per quanto riguarda l’inganno, lei ha ragione quando parla di non-lettura. La questione dell’inganno [trompe-l’œil] è abbastanza semplice da capire. Ci sono vari trompe-l’œil in Heidegger. Tutto accade come se si potessero intercambiare in qualche modo le facciate delle sue opere, al modo di una sovracopertina per agende telefoniche. C’è un trompe-l’œil filosofico, c’è un trompe-l’œil poetico, c’è un trompe-l’œil religioso e aggiungerei anche, in contrappunto, un trompe-l’œil “artistico”.

Heidegger è qualcuno – e lo dice apertamente nei suoi corsi su Nietzsche – che ha cambiato completamente il senso delle parole del linguaggio corrente. La poesia per lui non significa più la poesia, la giustizia non significa più la giustizia, la libertà non significa più la libertà, Dio non significa più Dio…

Egli ha ridato a ciascuna parola un senso heideggeriano, e finché non abbiamo scoperto il senso che Heidegger da alle sue parole, si vive nel solco (lancée) di un vocabolario tradizionale, prendendo Heidegger per quello che non è. Questo non spiega l’illusione della maggior parte delle persone che credono che abbia glorificato la poesia, che abbia fatto della filosofia, o che credano ancora, e questo è peggio, che abbia valorizzato l’idea del Dio cristiano.

Tutti questi lettori si lasciano intrappolare dall’allosofo di Marbourg e poi dal sofista di Friburgo che è lo stesso personaggio, perché non si pongono la questione precisa : “Che cosa intende Heidegger per poesia? ”, “che cosa intende per Dio?”, “che cosa intende per giustizia?”. Quando cerchiamo di rispondere a queste interrogazioni, peraltro con un accurato rigore filosofico, senza lasciarsi cullare dal vocabolario dal vocabolario della lingua corrente, si scopre un altro Heidegger molto differente dall’Heidegger apparente, si accede infine nel retrobottega della sua opera che è piena di rifiuti.

Leggendo in questo modo, si trova un certo Nietzsche. Ci sono alte referenze che trovate prima di Nietzsche e che vanno nel senso di questo movimento, di autori che oggi sono letti e appresi a scuola, in modo tranquillo cìnei corsi di filosofia, allora che in realtà sono delle “mine vaganti” come Heidegger?

Non so se posso rispondere direttamente a tale questione. Vorrei dire che Heidegger si situa in una movenza rosacrociana, ma una movenza rosacrociana che non è molto sana. Essa include il pensiero di Schelling, del quale si conosce male l’aspetto rosacrociano, il pensiero “illuminato” di Jacob Böhme, e sopra tutto il pensiero di Louis-Claude de Saint-Martin, che oggi è un grande dimenticato in Francia, lui che già, nella sua epoca, si faceva chiamare “il filosofo sconosciuto”. Posso dire questo perché mi appoggio sull’interpretazione heideggeriana di Schelling, e che Schelling è un teosofo molto prima d’essere un filosofo – cosa che si è troppo dimenticata in Francia. Tutto il lavoro di Schelling in ciò che ha di essenziale è un’interpretazione di Böhme, ossia una nuova concezione quasi alchemica della salvezza.

Allora chiedersi se ci sono altri autori come Heidegger che sono l’oggetto di un’erronea interpretazione e sono nello stesso tempo dei potenziali pericoli, sì, sicuramente. Si può pensare a Jünger e a Carl Schmitt.

Come si sa, in filosofia si fanno oggi molte interpretazioni, e abbastanza pochi studi approfonditi per ben comprendere quello che ha voluto dire un autore. Nella nostra epoca, ossia dall’ultimo terzo del XX secolo, ciò che conta, che interessa alla gente è il modo nuovo in cui si può parlare di qualcuno. Non si cerca più di sapere quello che ha realmente detto un autore. In altri termini, non c’è più filosofia, ci si serve degli scritti dei pensatori, che li si sia capiti o meno, come delle scatole di attrezzi per dire qualsiasi cosa, per valorizzarsi. A mio avviso, questo non ha alcun interesse. Si moltiplicano così i controsensi, cosa che non va a profitto di nessuno, e che, in certi casi, può essere molto pericoloso.

Lo spiritualismo tedesco ha contribuito anch’esso a mettere in circolazione un certo Heidegger, che si è formalizzato con la teosofia e al quale hanno aderito molte persone, come Kandinsky.

Ci sono molte relazioni tra Heidegger e la Russia (penso in particolare a Dostoevskij, ma ugualmente a altri autori). Dostoevskij era stato tradotto in tedesco alla fine del XI secolo e all’inizio del XX, da Moeller van den Bruck, e sopra tutto da sua moglie. Dostoevskij ha suscitato molto interesse da parte di Heidegger. Il suo ultimo testo prima della fine della guerra, prima della capitolazione… il suo testo del 1944, Poesia e pensiero, constata la sua preferenza per gli autori russi, ovvero i rivoluzionari russi piuttosto che per gli empiristi inglesi.

C’è in lui un’influenza molto importante della Russia, e si può dire di un certo modo della Russia, segnatamente gli anarchismi russi, ovvero i rivoluzionari russi, più esattamente i nichilisti russi. – poiché va sino a parlare come Nietzsche di nichilisti russi – sono stati un modello per Heidegger.

Io ho elaborato la questione a partire dai Demoni – per non citare che Dostoevskij. E posso dire che il personaggio più importante dei Demoni, ossia Pietro Verkhovensky, ha influenzato radicalmente Heidegger, molto di più di Ivan Karamazov.

Il pensiero russo ha giocato un ruolo capitale come modello di dominazione del mondo per Heidegger. Lo stesso Dostoevskij aveva lui stesso preso a prestito un grande numero di idee dalla Germania del XIX secolo, sopra tutto dal pensiero hegeliano e daqi suoi derivati tedeschi e francesi. Si può dire senza tema d’errore che una grande parte del canovaccio dei Demoni, o dei Posseduti, tutto dipende dal modo in cui si traduce il testo – è tratto dal pensiero di Hegel.

Sin dall’inizio del romanzo si vede che la famiglia Verkhovensky – il padre e il figlio – sono impregnati dal pensiero di Hegel, ossia dal pensiero di un Dio che sta costituendosi e non quello di un Dio creatore del mondo.

È questo Dio che si sta costituendo, che va giustamente a essere il modello dei nichilisti russi. È su questa concezione di Dio che Heidegger ha edificato la sua interpretazione del mondo. Poiché da duemila anni non c’è più stato un nuovo Dio, Heidegger, lui, si presenta come l’incarnazione del “nuovo Dio” “attorno a chi tutto si fa mondo”. E, giustamente, è su questo punto preciso che viene a congiungersi e annodarsi la “poesia”, la “filosofia”, la “religione”.

Heidegger ci dice, in un corso su Nietzsche degli anni 1940-44, che affinché un nuovo mondo esista, occorre dapprima che il dio in divenire che va a crearlo esista. È questa affermazione sconcertante da parte sua che mi ha condotto a pensare che le nazionalsocialismo che era animato dal desiderio di costruire un nuovo mondo, aveva dovuto essere costruito attorno dello “sguardo” “abbracciante il lontano” di Martin Heidegger, tenuto conto di quello che ci dice Hitler in Mein Kampf, della “nuova concezione filosofica per il cui trionfo bisogna lottare”, da una parte, e di quello che rivela il giornale nazista “Der Alemanne” sul ruolo capitale giocato da Heidegger nel movimento nazista fin dalle sue origini, d’altra parte, nella recensione che fece della presa di funzione rettorale di Heidegger, nel 1933.

Heidegger d’altronde, in un testo tardivo del 1963, testo nel quale precisa quello che è stato il suo rapporto alla fenomenologia, dice: “nel 1919” – non dimentichiamo che è l’anno nel corso del quale è stato creato il partito nazista: “ho messo in pratica il mio sguardo fenomenologico”. Sfido gli intellettuali francesi d’intendere che cosa significa questa espressione nel quadro della fenomenologia istoriale di Martin Heidegger se rifiutano d’ammettere che si tratta del fondamento istoriale del nazional-socialismo stesso. Questo “salto nel Dasein nel suo insieme” che precede di dieci anni il suo cammino [acheminement] verso la parola nella Lezione inaugurale del 1929 è confermato dalla referenza, nel 24° punto del programma nazista, al “cristianesimo positivo”, espressione di cui preciserà il senso nel suo corso su Schelling del 1936, ossia diciassette anni più tardi, dicendo che significa l’integrazione del male nella condotta della lotta per l’essere.

Come avrà potuto prodursi senza questo ancoraggio la traduzione storica della fenomenologia heideggeriana cercante di realizzarsi nella storia nel quadro di una movenza “poetico”-istituzionale? 1933 è una conclusione [aboutissement], non pun punto di partenza. Un approdo che non è il primo nella lunga storia [noria?] delle stazioni del cammino della croce che ha fatto subire alla Germania, all’Europa e ai popoli ebraico e zigano in vista della sua teofania.

Prenderà la forma di un libro questa sua lettura che oggi è dispersa in più articoli e in differenti interventi?

Sì. Ma il passaggio alla scrittura è un passaggio molto difficile, poiché occorre sapere a chi ci si rivolge. Ho scritto enormemente, e non ho ancora pubblicato niente. Faccio molte ricerche. Ciò che mi interessa è di situarmi in un momento preciso della problematica del momento. Credo che oggi il momento sia venuto di pubblicare qualcosa su “Heidegger e la questione della salvezza” poiché la galassia François Fédier, Marcel Conche e altri pro-heideggeriani sta deificando Heidegger, che - diciamolo con estremo rigore – è un individuo poco raccomandabile. È un eufemismo.





Intervista a Michel Bel di Giancarlo Calciolari, realizzata a Saint-Cyr-sur-Loire, il 9 gennaio 2007.


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19.05.2017