Transfinito edizioni

Giancarlo Calciolari
Il romanzo del cuoco

pp. 740
formato 15,24x22,86

euro 35,00
acquista

libro


Giancarlo Calciolari
La favola del gerundio. Non la revoca di Agamben

pp. 244
formato 10,7x17,4

euro 24,00
acquista

libro


Christian Pagano
Dictionnaire linguistique médiéval

pp. 450
formato 15,24x22,86

euro 22,00
acquista

libro


Fulvio Caccia
Rain bird

pp. 232
formato 15,59x23,39

euro 15,00
acquista

libro


Jasper Wilson
Burger King

pp. 96
formato 14,2x20,5

euro 10,00
acquista

libro


Christiane Apprieux
L’onda e la tessitura

pp. 58

ill. colori 57

formato

cm 33x33

acquista

libro


Giancarlo Calciolari
La mela in pasticceria. 250 ricette

pp. 380
formato 15x23

euro 14,00
euro 6,34

(e-book)

acquista

libro

e-book


Riccardo Frattini
In morte del Tribunale di Legnago

pp. 96
formato cartaceo 15,2x22,8

euro 9,00
e-book

euro 6,00

acquista

libro

e-book


Giancarlo Calciolari
Imago. Non ti farai idoli

pp. 86
formato 10,8x17,5

euro 7,20
carrello


Giancarlo Calciolari
Pornokratès. Sulla questione del genere

pp. 98
formato 10,8x17,5

euro 7,60
carrello


Giancarlo Calciolari
Pierre Legendre. Ipotesi sul potere

pp. 230
formato 15,24x22,86

euro 12,00
carrello


TRANSFINITO International Webzine

A proposito delle opere di Taglioni

Fabio Girardello
(2.06.2008)

È sicuramente motivo di arricchimento dell’offerta culturale a Serravalle l’apertura degli spazi di Palazzo Gaiotti. Allo stesso tempo credo debba essere motivo di fierezza, per gli Amici del Castrum, iniziare la loro esperienza espositiva e performativa nella bella sede di Palazzo Gaiotti con la mosttra delle opere di Alessandro Taglioni, artista dal percorso complesso e completo.

In considerazione di tale complessità, mi pare che ciò che oggi si può tentare qui debba essere inteso come un possibile avvicinamento all’autore, ben lungi dall’avere velleità di esaustività.

Come testimoniano gli scritti critici che lo riguardano, Taglioni è artista completo, nel senso che il suo percorso intercetta e indaga non solo l’arte della pittura, ma tutte le arti che hanno a che fare con il visivo, dal teatro al cinema, dalla computer art alla pittura declinata in modi che, tecnicamente, si possono definire complessivamente tradizionali, fino agli esiti scritturali, la cui presenza è particolarmente insistita in questa esposizione.

JPEG - 156.1 Kb
Opera di Alessandro Taglioni

Per capire la complessità della formazione dell’artista, è utile leggere, fra le testimonianze, quella di Fabiola Giancotti, che, fra l’altro, ricorda Taglioni, proveniente da una robusta formazione accademica, come "precoce spettatore dell’Ottocento", attento spettatore di Hayez piuttosto che di De Nittis e di Segantini. Lo spettatore si fa interprete: interpreta, dice Giancotti "il Novecemto attraverso l’Ottocento" indagando il senso della contemporaneità – peraltro già quasi del tutto consumata, ovvero divenuta storia, per uno che è nato nel 1958 – e insieme il senso della classicità, intesa non come un singolo e specifico periodo storico, quanto, hegelianamente, come "stadio perfettamente compiuto dell’idea dell’arte", situazione-limite in cui forma e contenuto trovano reciproca e perfetta compenetrazione.

È interessante comprendere queste tensioni "totali", questa ricerca delle "ragioni ultime": esse infatti illuminano il senso di un percorso segnato dalla sperimentazione intrapresa con grande rigore filosofico, e dunque con rigore scientifico.

Forse, se dovessimo cercare un riferimento "classico" indagando ciò che Taglioni ci mette a disposizione in questa occasione, dovremmo forse reperirla in quei paesaggi, di intonazione tonale, quasi giorgionesca, che rappresentano il tramite, in questo senso molto veneto, fra una cultura a lungo assimilata e l’appropriazione, ragionata e sedimentata, di un linguaggio ulteriore, che Taglioni individua non tanto nella "pittura" genericamente intesa, quanto nel segno, inteso come grafema e ideogramma, ma anche come ricerca delle proprietà espressive dell’unità di misura minima dell’arte del dipingere, che è il singolo segno pittorico, la singola pennellata.

Scindendo, ma solo per comodità di discorso, la ricerca di Taglioni relativa al segno pittorico dalla ricerca "scritturale", partiamo da alcune osservazioni sul primo fronte di ricerca. Se è indubbio che Taglioni è attratto dalla gestualità del fare pittura, dal suo potenziale emozionale – ne è prova l’attrazione fatale per l’umoralità di Afro –, è però altrettanto indubbio che, per Taglioni, la pittura non si riduce a occasione, evenienza e accadimento, ma si fa scienza e, più propriamente, analisi linguistica. La riprova di ciò si ha, a mio avviso, nella necessità di ricercare il segno primo, di provare la tenuta del segno singolo – per certi versi archetipico – nel passaggio da un medium all’altro: dal segno trasparente dell’acquarello al segno digitale.

Taglioni mette così a confronto gli elementi materiali della pittura (il pigmento e l’acqua a contatto con la porosità della carta, ma anche con la parziale impermeabilità della tela imprimita) con l’immaterialità del segno digitale, che a Taglioni interessa proprio per le sue specificità non mimetiche, accantonando, quindi, tutti quegli "effetti", offerti dai programmi di computer painting, che riproducono sinteticamente i materiali tradizionali della pittura.

Al contrario, il segno digitale interessa a Taglioni perché è "virtuale" e finissimamente controllabile: se ne può variare la composizione agendo su ogni pixel, si può saturare e desaturare, contrastare, sfocare, rendere luminoso e opaco. Si può addirittura sottoporre a una sorta di vibrazione virtuale che permette esiti cinetici. Ancora, si può tagliare e ricomporre, clonare e rincollare, come se si trattasse di una sequenza di Dna. Ecco perché ci sembra perfettamente calzante la definizione di Marcello Pecchioli che, per Taglioni, parla di una "pittura mutante": mutante, sì, e proprio nell’accezione quasi biologica del termine.

Quello che colpisce, nelle superfici di Taglioni, è l’accanimento laborioso e l’ostinatissima persistenza del lavoro: ogni passaggio, ogni operazione lascia una traccia indelebile. L’opera è, alfine, il prodotto di questo immane lavoro. La poetica non cambia se Taglioni si confronta con le proprietà dell’acquarello, la cui caratteristica prima è la velatura, che rende unico e incancellabile ogni segno: anche qui, il risultato è dato dalla persistenza del singolo segno moltiplicato per l’interazione con gli altri segni, fino a creare textures ottenute – e questo è un elemento di poetica molto interessante e molto personale – attraverso macrosegni, ovvero macropennellate, che lasciano trasparire le fattezze irregolari delle setole del pennello: questo è un elemento caratteristico del linguaggio di Taglioni, perché classicamente l’acquarellista predilige l’infittimento di microsegni, mentre il macrosegno è generalmente proprio di chi si esprime con un mezzo che trasmette il corpo e la materia della pittura, come l’olio o l’acrilico.

Questa attenzione alla texture avvicina, per certi aspetti, Taglioni a alcuni fra i più interessanti spazialisti e postspazialisti: si può cogliere una vicinanza poetica a Tancredi, che Dino Marangon ricorda per "le vivacissime sequenze di tracce, tratti, svolazzi, grafismi, sismografie", o alle emissioni meteoriche di materia-colore e agli eventi di colore-luce di Ennio Finzi, che destabilizzano spazialmente le campiture volutamente piatte e continue.

Tuttavia, fra tutti, forse colui con il quale Taglioni è profondamente più in sintonia è Emilio Vedova, che giustamente Marcello Pecchioli ricorda per la sua "pittura militante": pittura militante, in questo caso, non è sinonimo di "pittura socialmente impegnata", ma di pittura che ingaggia con se stessa un furibondo "a corpo a corpo", fino a creare superfici che sono veri e propri campi di battaglia.

Anche in Taglioni la pittura ha una sua "ragione drammatica", fatta di detti e contraddetti; anche se, come vede ancora Pecchioli, Taglioni traduce il furore eroico di Vedova in termini postmoderni, più controllati e minimali, in cui alla "grande narrazione", che agisce criticamente su storia e società, si sostituisce la "piccola narrazione", più legata all’interiorizzazione, più vicina all’illuminazione dell’haiku giapponese, in cui il "piccolo fatto", all’apparenza insignificante, allude e metonimizza l’universale, dal momento che, nel procedimento metonimico, la parte sta per il tutto.

Come abbiamo anticipato, vi è però anche un altro versante, su cui si esercita l’espressione di Taglioni: è quel versante che abbiamo definito scritturale. Accanto a un Taglioni più squisitamente pittore convive un Taglioni "grafico", nel senso più radicale del termine.

Spesso, nei dipinti di Taglioni compare la grafia, fatta di elementi stenografici, autonomi e insieme interagenti con l’insieme, disseminati nello spazio o raccolti in "grappoli" (in musica si direbbero "clusters"), che disegnano una sorta di partitura, fatta di sovrapposizione di segni, la cui leggibilità per trasparenza chiarifica l’ordine temporale di esecuzione: in tal modo, in comune con la scrittura musicale, la scrittura pittorica di Taglioni conserva e enfatizza anche l’elemento temporale, oltre che quello spaziale.

Tuttavia a questi segni, del tutto personali, e dunque leggibili soltanto nei termini del puro significante, Taglioni spesso intercala segni alfabetici, ben distinguibili, pervenendo a una originale declinazione della poesia visiva. Vale forse la pena di ricordare che, almeno dagli anni Settanta, la poesia visiva costituisce un’espressione autonoma, che nasce dall’uso grafico dei segni alfabetici proprio delle avanguardie storiche (basti ricordare le "parole in libertà" futuriste), ma che nel tempo si colloca sempre più in una posizione di confine fra linguaggio e immagine, interagendo con quest’ultima, contraddicendola, fino a imporre all’immagine stessa un senso ulteriore.

Il discorso analitico che qui potrebbe aprirsi sarebbe lunghissimo, e non è questa la sede per affrontarlo. Vale forse la pena, in conclusione, cercare di capire il senso – o quantomeno uno dei sensi possibili – di questa complessa operazione.

Una lettura potrebbe essere questa: Taglioni ci dice, con le sue "composizioni", che le parole e le cose sono strettamente interconnesse e che, nell’atto della memoria, ciascuno di noi sovrascrive le cose, le annota, le ordina in una storia. In una storia, tuttavia, non lineare, ma fatta di sovrimpressioni, riscritture, cancellature, leit-motiv e riemersioni; proprio come accade in una partitura musicale.

Per cui, invitandovi a guardare le opere di Alessandro Taglioni, vi auguro non solo buona visione ma anche, e soprattutto, buon ascolto.




Dicembre 2006


Gli altri articoli della rubrica Pittura :












| 1 | 2 | 3 | 4 | 5 | 6 | 7 | 8 |

30.07.2017