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Come liberarsi di un fardello pesante venticinque secoli?

Filosofia e cifrematica

Mario Boetti

La scienza della parola, la cifrematica, confuta qualunque pretesa epistemologica che favorisca il criterio di riproducibilità degli effetti come economia del fatto.

(29.03.2010)

Come liberarsi di un fardello pesante venticinque secoli? Già Giovanni Papini nel Crepuscolo dei filosofi del 1905 poneva la questione intellettuale, tra arte e scienza, distante da tutta la vanità, la vacuità, l’inutilità e la ridicolaggine della filosofia.

Non si tratta di rigetto, questo si è riprodotto costantemente nell’albero genealogico del filosofare, ma di ricerca, cioè di qualcosa che trascorre e procede lungo una logica che non pertiene a nessun postulato schematico, sistemico o sillogistico. Tolti questi principali elementi a appannaggio della filosofia occidentale, scompare ogni visione del mondo, deleteria o salvifica che sia.

Nietzsche nell’ultimo scorcio del XIX secolo bandiva la metafisica in quanto si accorgeva che le fantasmatiche della coscienza filosofica, da Platone in poi, avevano raggiunto un tale livello parossistico di sciocchezze da inficiare e fagocitare la scienza stessa.

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Carlo Tosin, Totem 2

È la coscienza filosofica come prodotto di conoscenza data o percepita a generare paradossalmente il sonno della ragione e non viceversa. Da qui la moltiplicazione dei mostri come giganteschi golem dai piedi d’argilla. Se da Galilei in poi la terra sta nel cielo, diviene lezioso indagare dove poggia i piedi Atlante nel sorreggere il mondo.

Ciò che veramente è in discussione non è quindi il sostegno, ritrovabile in ogni postulato di Weltanschauung, ma il non rapporto che c’è tra il passo e il piede. Il non rapporto tra passo e piede impedisce non solo la linearità dell’itinerario scientifico e artistico di ciascuno - che trascorre nel percorso di formazione e nel cammino dell’arte-, ma introduce un elemento che dissolve ciascuna pretesa filosofica tradizionale: l’immisurabile.

Già Zenone si era accorto dell’aporia, dell’impraticabilità del passo nel paradosso di Achille e la tartaruga. In un’altra accezione, Freud inventa e precisa il termine "psichico", come qualcosa di non più misurabile per confutare la fisica e la fisiologia di Ernst von Brücke, dove la misurazione era lo strumento in mezzo a altri stumenti di misurazione.

Ma per trovare qualcosa di veramente scientifico in filosofia occorre attendere l’invenzione del pragmatismo (1878), con cui Peirce precisa una filosofia operazionale basata sulle regole per l’azione e sull’esperienza pratica. La filosofia, nell’accezione pragmatista, diviene metodo per giungere a teoria lungo un percorso d’indagine e di esplorazione delle idee nell’articolazione del linguaggio. Da quel momento in poi tutto il resto è accademia!

Il viraggio verso il linguaggio e l’invenzione della linguistica assieme all’apporto della matematica attuato all’inizio del secolo scorso - aprendo all’ipotesi strutturalista -, ha portato a confutare le teorie che mantenevano i presupposti del sistema morfologico-dinamico.

La vecchia modalità d’approccio filosofico tra analitico e sintetico si sgretola in quanto la scienza trascorre nella lingua e nell’esperienza della parola originaria.

Ma se il rifiuto di Quine del dualismo analitico-sintetico annulla qualsiasi tentativo di significazione della realtà e/o della verità - spostando l’analisi a cogliere l’indeterminatezza dei termini scientifici - resta in ogni caso il riferimento ontologico al linguaggio, dove l’eredità di Heidegger mantiene un disvelamento peculiare all’essere in ragione di una deiezione comune di fronte alla morte.

Il fatto che l’uomo parli secondo Heidegger, porterà Lacan a coniare il termine "parlessere", certamente residuo e/o omaggio a quell’ontologia che stenta a abbandonare il soggetto, inconscio o barrato che sia.

Tutto ciò avviene in quanto l’eredità dell’indagine filosofica sostiene in vari modi che non può esistere causa senza relazione con l’oggetto. L’invischiamento kantiano del rapporto spazio-tempo conferma a più riprese una geometria dello spazio e un’algebra del tempo, dove la causalità diviene necessaria per il sostentamento meccanicistico degli a priori.

Ma se la meccanica quantistica sostituisce la necessità con il probabilismo, il campo d’indagine trova il suo limite nell’ipotesi di indeterminazione di Heisenberg, dove la cinematica giustificherebbe la semovenza dell’oggetto in base alla posizione, alla traettoria, alla velocità e all’energia. In questo caso l’ordinamento della realtà reintroduce l’esigenza di una meta-fisica che ritrova gli echi dell’antico organon aristotelico.

Ma allora: come liberarsi di un fardello pesante venticinque secoli?

La cifrematica, in quanto scienza della parola originaria, coglie nell’attuale, nell’atto di parola, gli elementi di una struttura senza nessun determinismo storicistico dell’oggetto e senza nessun soggetto come garante e supporto della teoria. Le cose entrano nella parola senza più metalinguaggio, cioè senza che ci sia bisogno di verificazione o falsificazione; senza più riduzionismo in favore di un’economia del discorso.

Le cose procedono dalla combinazione e non dalla composizione. Il componimento segue sempre dall’idea di un caos originario o da una babele linguistica dove l’esigenza sarebbe ritrovare ciò che è andato perduto, una sorta di grundsprache, di lingua di fondo, che giustifichi l’origine delle cose e la loro creazione. Nulla è al di fuori della parola, neppure la filosofia scientifica -riscontrabile come logica operazionale.

Le cose procedono dal due in quanto originario. Armando Verdiglione scrive che il corpo e la scena si combinano nella cifra, nella qualità verso cui si rivolgono le cose. La qualificazione implica per ciascuno il divenire cifra. Nessuna qualità ideale però, se così fosse la cifra diverrebbe segno di finalizzazione; la ricerca scientifica verrebbe finalizzata a compiere il bene, nel segno del benessere, come variante dell’economia del male.

Sotto il segno condivisibile del conformismo la qualità è la finalizzazione da cui partire in ragione del principio di morte come principio di fine del tempo. La morte, nella società necrofila conformista o anticonformista, sancirebbe il livellamento, la parità e l’uguaglianza degli umani. Il principio di deiezione heideggeriano sopra citato trionferebbe come criterio di uniformità.

Nell’andare e nel venire le cose si strutturano, si trovano in una struttura. Già Freud sottolineava come la costruzione nell’analisi raggiunga l’intersezione del simbolo con la lettera: questa la ricerca che si precisa scientifica in quanto intellettuale, cioè il trovare ciascuna volta qualcosa dell’inedito e del mai avvenuto, nell’atto.

In questa accezione la scienza della parola, la cifrematica, confuta qualunque pretesa epistemologica che favorisca il criterio di riproducibilità degli effetti come economia del fatto.

Certamente la qualificazione, il divenire cifra, non va senza quantificazione, senza quel numero quantico che pertiene alla logica. Verdiglione sottolinea come il numero sia logica quantica, logica particolare, logica in cui l’itinerario è attuale. Dunque la quantificazione non è universale ma particolare.

Come poter fare allora un ordinamento della realtà? Quand’anche si faccia un’elencazione degli oggetti non potremmo mai giungere per esaustività a una visione del mondo. Nessun principio di determinazione, o nella sua variante di indeterminazione, testimonia dell’ordinamento della struttura.

Anche se cominciassimo a contare le cose contando le parole, sarebbe impossibile non utilizzare un criterio di giustapposizione, modo aritmetico di quantificazione universale per rendere conto del numero.

Ma l’intervallo tra lo 0 e l’1 si precisa come infinito attuale. Se già la matematica razionale sottolinea l’incommensurabilità aritmetica tra lo 0 e l’1, il numero si ritrova dunque come logico nell’introduzione di un funzionamento.

Nessun passaggio dallo zero all’uno, questo passaggio è stato costantemente formulato fantasmaticamente da ciascuna disciplina filosofica che abbia ordinato il mondo su misura. Il mondo come un abito da indossare, un mondo talmente stretto da portare al soffocamento.

Mario Boetti è cifrematico, ricercatore, presidente dell’Associazione culturale
"L’Arca della parola" di Bologna.


Prima pubblicazione: 5.6.2003


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