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Persone, corpi e figure "invisibili"

La violenza come linguaggio

Pino Rotta
(3.03.2008)

La sessualità ha una straordinaria funzione comunicativa. Soprattutto per gli esseri umani, le relazioni sessuali sono un fondamentale strumento di comunicazione. Secondo questo principio, cercare ed ottenere un rapporto sessuale è un atto comunicativo tra due individui.
L’uomo, a differenza degli animali, però agisce l’atto del comunicare con un complesso sistema di motivazioni e di azioni. Una prima sfera di motivazioni attiene alla necessità di soddisfare bisogni innati, quali appunto soddisfare gli impulsi sessuali o quelli della ricerca di protezione e sicurezza. Questa gamma di bisogni viene espressa con atti comunicativi che mettono in atto soprattutto la comunicazione non verbale, i cui codici linguistici sono prevalentemente condivisi dalla specie umana, cioè appartengono al patrimonio metalinguistico della specie e, seppur caratterizzati da elaborazioni culturali differenti, rispondono funzionalmente a bisogni comuni della specie umana. Questi atti comunicativi sono quindi relativamente "im-mediati" cioè non mediati da codici linguistici più elaborati che invece subentrano in una seconda fase: quella della concettualizzazione. L’azione comunicativa concettualizzata, a differenza dalla comunicazione non verbale, presuppone la presa di coscienza non solo del significato dal messaggio ma anche dell’attore, cioè di chi comunica e del significante, cioè del valore che il gesto o la parola hanno rispetto a chi riceve il messaggio (gli "altri" significanti). Secondo i sociologi Georges e Achilles Theodorson hanno valore "quelle persone che hanno la più grande influenza sulla valutazione che l’individuo dà di se stesso e che hanno il maggior impatto sulla sua a accettazione, o sul suo rifiuto, delle norme sociali. Nella socializzazione del bambino gli altri significanti sono di solito i genitori, gli insegnanti e i compagni di gioco". In questo senso la comunicazione agisce in riferimento al contesto culturale che codifica, consente ed eventualmente sanziona l’azione comunicativa. Tutto il processo avviene insomma all’interno della formazione e dell’espressione della personalità individuale e, pur non venendo cancellate le caratteristiche della specie, queste vengono inserite in un complesso di norme fondate culturalmente. Tenendo "sotto controllo" la comunicazione di specie la cultura fa emergere la comunicazione identitaria della "persona".

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Opera di Hiko Yoshitaka

Ma come risponde a questi principi la "violenza sessuale"? La vittima della violenza, agli occhi di chi la esercita, è priva di identità individuale e viene relegata al ruolo di "oggetto" mediante il quale soddisfare il proprio bisogno, che prima ancora che di natura sessuale è di natura "identitaria". Chi opera la violenza oltre a cancellare l’identità personale della propria vittima (i bambini o le donne, sono soggetti "culturalmente" privati di identità; ne vedremo in seguito i motivi) non riesce ad affermare la propria identità di "persona" e da sfogo ai suoi bisogni di potenza ed ai suoi impulsi sessuali utilizzando i codici metalinguistici propri della specie, esprimendo così, con un atto di dominio, la sua incapacità di gestire con l’uso complesso del linguaggio la relazione con altri individui. Questi soggetti vengono definiti mediaticamente "orchi", "psicopatici", "mostri" ed è del tutto naturale la reazione di disgusto che essi e le loro azioni provochino nella società, tuttavia il "mostro" prima ancora che il violentatore è la società stessa che lo ha generato! La violenza sessuale su donne e su minori è infatti solo uno dei fenomeni con cui si manifesta "l’accettazione" della violenza nella nostra società. Una società in cui gli "altri significanti", cioè le figure che ispirano la formazione della personalità di un individuo sin dalla prima infanzia, sono modellati sul sistema della sopraffazione del più debole, sia in campo economico, sia nell’affermazione del successo nella scala sociale, sia nelle dinamiche di gruppo che in quelle sessuali. La forza come strumento di autoaffermazione, negli ultimi venti anni è tornata ad essere strumento sociale accettato e condiviso ed il suo uso non è più sanzionato, non tanto dalla norma formale quanto da quella sostanziale. A cominciare dal linguaggio per arrivare ai comportamenti quotidiani o a quelli mediatici, che portano il mondo dentro la vita di ognuno, la violenza viene indicata come modello vincente. Insomma è tutta la società, disorientata dalla complessità, che è regredita ai codici metalinguistici della specie facendo arretrare il valore della diversità, della tolleranza e del rispetto della personalità di ognuno.
In questa sorta di società tribalizzata a livello globale tornano a mostrarsi le vittime di sempre, quelli che con la forza (non solo fisica!) non riescono o non vogliono misurarsi, primi tra tutti le donne ed i bambini sempre meno riconosciuti come persone e sempre più percepiti come corpi o figure "invisibili".






Pino Rotta, direttore di "Helios Magazine"


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19.05.2017