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Vivere senza più paura

Pino Rotta
(21.02.2011)

La storia è maestra di vita. Almeno un tempo lo era!

In ogni momento storico di crisi economica, di trasformazione politica, demografica e soprattutto tecnologica si fanno avanti nella coscienza della gente sentimenti di smarrimento, di sfiducia verso il futuro, di paura per tutto ciò che è nuovo, diverso, estraneo. Nello stesso momento insorgono, come inviati dalla provvidenza, sempreverdi "salvatori della patria, della famiglia, della religione" quelli, insomma, hanno già pronta la strada giusta e vera! La storia è maestra di vita. Solo che la storia a scuola oggi si studia poco e male. Se così non fosse la gente avrebbe qualche strumento in più per capire cosa succede nella nostra società, darsi qualche risposta, forse riuscirebbe anche a placare qualche paura. Tutto ciò non toglie che stiamo vivendo un periodo di grandi e rapide trasformazioni, entrato nel pieno della sua forza negli anni ’80 del secolo scorso e che non mostra orizzonti sereni. C’è un filo logico nella storia. Negli anni ’60, la condizione era del tutto diversa rispetto ad oggi. Il boom economico, la fiducia nel futuro, la fantasia al potere, sembrava dovessero durare in eterno. La popolazione dell’occidentale al 60% aveva meno di 30 anni ed è nella natura dei giovani la voglia di cambiare il mondo. E il mondo è cambiato, anche grazie a quei giovani, ma a metà degli anni ’60 c’erano i segnali della. La lunga e devastante guerra nel Vietnam, estesa a tutto il sud-est asiatico, la violenza in Palestina, la guerra fredda tra gli Americani e Russi che coinvolgeva tutto il mondo e soprattutto l’Europa, l’espansione della tecnologia e dei mercati a livello globale erano segnali forti ed inequivocabili della direzione verso cui si stava muovendo il mondo alla fine del 1900.

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Christiane Apprieux, "Gemelli", dettaglio, 2007, bronzo, cm 41x32,5

Negli ani ’70 c’è la crisi del petrolio e dieci anni dopo altre guerre in Iran, Iraq, Cecenia, ed i conflitti, variamente chiamati, terrorismo, resistenza, lotta armata, ecc… questi ad un tempo i sintomi e le cause di quella malattia sociale che investe oggi la nostra società: la crisi esistenziale.

Descritta (seppure sommariamente) la cornice in cui si strutturata la condizione esistenziale che stiamo vivendo, proviamo a capire come si manifesta la precarietà esistenziale nella vita di tutti i giorni. E’ evidente che il fatto di aver individuato le cause storiche e socioeconomiche non toglie nulla alla serietà con cui ogni individuo vive la "propria" esistenza.

Tenteremo, pur sapendo che esse non esauriscono il tutto, di identificare alcune condizioni in cui moltitudini di individui vivono questo fenomeno.

Primo punto: l’età. Giovani adulti, anziani. L’età media di una società conta molto per le sue influenze psicologiche.
In periodi storici in cui il futuro è a portata di mano (vedi anni ’60, che come abbiamo visto non erano affatto meno violenti di oggi) ognuno sente il bisogno di esserci in quel futuro, di entrarne al più presto, di andare nello spazio, di scoprire, di curiosare. Così l’età dell’adolescenza si accorcia, mentre l’età del protagonismo adulto tende ad essere anticipata e durare più a lungo. Oggi lo scenario dell’Occidente è radicalmente mutato sia in termini demografici che in termini economici. La società è invecchiata e questa condizione influenza in senso pessimista e depressivo il rapporto collettivo con la realtà. Il futuro è dei giovani dell’Asia, con tutti i suoi problemi esattamente come era per l’Occidente nel secolo scorso.

Un altro cambiamento importante degli ultimi trent’anni riguarda le classi sociali. La trasformazione tecnologica ha causato la frammentazione della platea dei "produttori". Non essendoci più quelle che un tempo venivano definite le "masse" sia di operai che di contadini, ora sostituite dalle "moltitudini" di soggetti che operano quasi isolatamente, sono venute a cadere anche le identità di riferimento e le persone sono e si sentono più sole e deboli davanti alle trasformazioni del sistema produttivo. L’essere "massa" comportava spesso stati di alienazione ma essere "isolati" non è certo una condizione migliore e la ricerca di una nuova identità provoca smarrimento e paura.

In ultimo è cambiata la concezione dello Stato. Esso viene percepito sempre più distante ed astratto e descritto come un peso più che una garanzia di quello che un tempo veniva definito "il contratto sociale".

In queste condizioni di invecchiamento della popolazione, di indeterminatezza economica e di assenza di garanzie collettive, gli individui, soprattutto i soggetti socialmente più deboli, sono destinati, per un periodo che si prevede ancora molto lungo, a misurarsi con le proprie ansie e con la difficoltà di trovare una direzione esistenziale ed una proiezione stabile e duratura del proprio progetto di vita.

Benvenuti nell’era della globalizzazione.






Pino Rotta, direttore di "Helios Magazine"



21 ottobre 2007


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