Transfinito edizioni

Giancarlo Calciolari
Il romanzo del cuoco

pp. 740
formato 15,24x22,86

euro 35,00
acquista

libro


Giancarlo Calciolari
La favola del gerundio. Non la revoca di Agamben

pp. 244
formato 10,7x17,4

euro 24,00
acquista

libro


Christian Pagano
Dictionnaire linguistique médiéval

pp. 450
formato 15,24x22,86

euro 22,00
acquista

libro


Fulvio Caccia
Rain bird

pp. 232
formato 15,59x23,39

euro 15,00
acquista

libro


Jasper Wilson
Burger King

pp. 96
formato 14,2x20,5

euro 10,00
acquista

libro


Christiane Apprieux
L’onda e la tessitura

pp. 58

ill. colori 57

formato

cm 33x33

acquista

libro


Giancarlo Calciolari
La mela in pasticceria. 250 ricette

pp. 380
formato 15x23

euro 14,00
euro 6,34

(e-book)

acquista

libro

e-book


Riccardo Frattini
In morte del Tribunale di Legnago

pp. 96
formato cartaceo 15,2x22,8

euro 9,00
e-book

euro 6,00

acquista

libro

e-book


Giancarlo Calciolari
Imago. Non ti farai idoli

pp. 86
formato 10,8x17,5

euro 7,20
carrello


Giancarlo Calciolari
Pornokratès. Sulla questione del genere

pp. 98
formato 10,8x17,5

euro 7,60
carrello


Giancarlo Calciolari
Pierre Legendre. Ipotesi sul potere

pp. 230
formato 15,24x22,86

euro 12,00
carrello


TRANSFINITO International Webzine

Come cessa il litigioso menage tra algebristi e geometristi

Il cervello della memoria

Mariella Borraccino

Nel dispositivo di Ariosto, nel cervello di Ariosto, "le donne, i cavalier, l’arme, gli amori, le cortesie, le audaci imprese" si trovano nella serie infinita.

(28.04.2008)

Il litigioso menage fra algebristi e geometristi sarebbe proseguito ancora per chissà quanto tempo, se non fossero intervenuti gli eventi che qui vi narro. Fra algebristi e geometristi, dicevamo, erano, da millenni, in corso dottissime e micidiali scaramucce, per dirimere sul sesso del capitano (altrimenti detta: questione del sesso degli angeli).

C’era chi, fra quei dotti, contava il sesso del capitano uno contro uno (una donna contro l’altra, ora l’una ora l’altra, ma anche, una casa contro l’altra, un cibo contro l’altro, un cliente contro l’altro), in una macchina del tempo, dove il fantasma di contaminazione (uno contro uno) era il modo della comunicazione in vigore. Mangiare "uno contro uno" (un pasto d’odio, preso ogni volta, una tavola intossicata, un clima avvelenato) portava alcuni contendenti al magro, altri al grasso.

La questione restava la stessa. Dopo avere mangiato il cervello dell’Altro (avergli guastato i piani, reso la strada una scalata, cambiato le carte in tavola, presentata una controproposta, eccetera, eccetera), finalmente potere dire: l’altro sono io. Che povero destino avere o non avere cervello, solo perché il padre ha sbagliato, il padre nel discorso degli algebristi, occupati in una complicatissima genealogia di sé.

Da qualche parte di questa loro genealogia fantastica, infatti, c’era un padre, malato d’autorità, che teneva il posto del dio stupido, del dio algebrista, soggetto al conteggio materno: uno più uno (peluria + odore) fanno sempre un Esaù. Questione di look: un’operazione sempre materna. Se riuscisse. E la benedizione viene strappata, il due viene diviso in uno contro uno. Benedizione o maledizione, secondo il caso. E Giacobbe, diventato frutto materno, avrà, da allora, timore di trovare sulla sua strada questo fratello (o questa sorella) o quest’accolta di fratelli e di sorelle, che gli presentificano l’espediente, l’inghippo materno (escogitato da quella madre, intelligentissima, eppure vittima di un padre intelligentone, che sbaglia, prende un lampo per una cantonata, una donna per l’altra, un figlio per l’altro).

JPEG - 223 Kb
Christiane Apprieux, "Assioma d’oro", 2008

Tutto questo per chissà quanto sarebbe andato avanti se (e, qui, apro una parentesi), venti anni più tardi (o venti secoli più tardi), fra la notte e l’alba, il sogno di una battaglia che sfuggiva a quella personalissima algebra corporea del nostro aspirante alla primogenitura della genealogia (per esempio, a Giacobbe Esaù), sistemata fra il tallone d’Achille e il capo invulnerabile, che sfuggiva a quella contrapposizione fra tallone e capo, l’uno contro l’altro armati, se il sogno, dicevamo, non avesse restituito a Giacobbe quel figlio ammesso, quel filioque indispensabile per l’impresa cattolica della comunicazione.

Il dispositivo del capitano cattolico poggia sul teorema d’Israele: non c’è più tallone d’Achille. La vita, il progetto e l’impresa di Achille non poggiano più su quel tallone che l’ideologia greca gli ha costruito, complici i veti incrociati formulati in uno dei tanti Olimpo del paganesino, appunto, il tallone d’Achille. E i furbi e gli stupidi non hanno più il loro bersaglio fantasmatico. (Per chi ha orecchie per intendere, l’ideologia greca termina qui. Termina qui anche l’Ulisse greco cretese. E si apre, sempre per chi ha orecchie per intendere, un’altra pagina del Mediterraneo di portata incalcolabile. Che potete leggere nei libri di Armando Verdiglione.)

Tornando agli storici di ieri e di oggi, quelli della S maiuscola, sembrava naturale e acclarato, quasi un articolo di fede, che il cervello del pianeta (il dispositivo del capitano) dovesse installarsi ciclicamente, periodicamente, in questa psicotizzazione fra algebristi e geometristi (di cui le Borse finanziarie mondiali tengono e temono il conto).

Perché mai il mos, moris (il costume, l’abitudine) ha dovuto essere o abitudine all’algebra oppure il mos geometricus, l’abito della geometria, se non perché è sempre parso conveniente (per avere il monopolio della sessualità del capitano, e per i più ambiziosi, di quella dell’imprenditore, chiamata finanziarizzazione del pianeta) sistemare l’antica tenzone fra l’Altro e il tempo: sistemare, cioè, ora l’Altro, ora il tempo. A scapito della conclusione, dove entrambi sono indispensabili. Nessuno degli storici con la S maiuscola avrebbe mai attribuito il becco di un cervello, un’oncia di materia grigia a chi si beava di pasti d’amore. Quella Storia maestra si occupava sempre dei governanti o dei loro consiglieri (algebristi o geometristi) che consumano pasti d’odio. Al ristorante con le stelle Michelin o al fast food.

Eccoli, i geometristi, davanti a una tavola minimalista, il cibo frazionato (sperso nel deserto del piatto nouvelle cuisine), oppure servito uno su uno, a fette uguali, sezionato in modo visibile. Eccoli, mangiare l’uguaglianza, il segno delle parallele. Mangiare come un fulmine, perché il fantasma è di una comunicazione alimentare telepatica. Tutto è stato già mangiato, in saecula saeculorum, tutto è già fatto. Il funambolo ha corso, sulla corda del tempo, velocissimo. Non ci sorprendiamo, quindi, del contrappasso della catalessi.

Dopo avere mangiato il cervello sezionato, essere o non essere il cervello, questi i corni del dilemma. Qui, la dicotomia del due, la frazione del due non passa tra il piede e il capo, ma fra passo e passo, in un funambolismo sulla corda dove, più che andare veloce come la luce, il funambolo direbbe: io sono la luce. Se io sono il tempo, di me restano i fatti. E, ogni tanto, i misfatti. Il tempo, qui, non è giudice, ma un rasoio: pelo su pelo (non pelo contro pelo, come con l’algebrista), in barba al capitano, l’imprenditore (con il suo dispositivo sessuale) viene passato e trapassato. Resta, nel suo abito perfettamente geometrico, il padrone assoluto. La morte. Una miseria, quindi.

Avevamo lasciato l’algebrista ad arrangiarsi con la sua ingombrante mamma poco fantastica che non conta più sul malinteso ma calcola, calcola, costruisce, mettendo uno contro uno, perché a tornare, dall’equivoco, dal qui pro quo, sia l’uno, e non lo zero, lo sbaglio, che non ha potuto possedere (dichiarandolo pertanto stupido). Lo zero, apparentemente, espunto. Il geometrista, invece, si assegna una mammina che fili e tagli la corda che lo tiene prigioniero. Nella ripetizione del passo del fulmine, passa fulmineamente da una prigione all’altra. Nello spazio di un istante. Se il tempo fosse spazializzabile.

Tre gli indici del tempo: l’Altro, la madre, la morte. Per l’algebrista, tolto l’Altro (quando sostiene: l’Altro sono io), la madre (l’indice della indissipabilità del malinteso, che impedisce la padronanza) è la morte. Per il geometrista, tolto il tempo (quando dichiara: io sono il tempo), l’Altro (che è indice del tempo, l’altro tempo) è la morte. Tolto un indice temporale, gli altri due sono liberi, per dir così, d’impazzire. Euforia, disforia: non ci sono più malintesi, tutto è significato, tutto è padroneggiato.

Perché i dotti, gli accademici, i trombetti di ogni epoca cancellano il cervello dal viaggio del padre nella sua funzione, dallo zero funzionale, dallo sbaglio non sottoposto al giudizio materno? E perché lo tolgono dal viaggio del figlio nella sua funzione, dall’uno funzionale, dalla sbadataggine non maternizzata? Perché, scervellati, vale a dire senza i dispositivi di scrittura della memoria, questo padre e questo figlio, lo zero e l’uno, dovrebbero vagare fra l’algebrista e il geometrista, capaci solo di costruire un’economia o tutta liberista (di zeri allineati) o tutta comunista (di uni allineati), con i conseguenti problemi di una finanza senza economia, senza commercio, ovvero con una maternizzazione, una litigiosità del pianeta?

I fasti e i nefasti del novecento stanno qui: con i matematici e i logici che hanno sottovalutato Peano mangiando il cervello del suo viaggio, il suo dispositivo, la sua scuola straordinaria; con gli psichiatri che hanno tentato di cancellare Freud mangiando il suo cervello, i suoi dispositivi di scrittura, e facendone consorterie litigiose; con gli economisti e i politici, smemorati omicidi e divoratori dei dispositivi di scrittura della memoria.

Ma il cervello del labirinto, dove funzionano lo zero e l’uno, si lascia cancellare? Senza il labirinto, senza i suoi dispositivi di viaggio, nemmeno il giardino avrebbe i suoi dispotivi.

Non "ogni" uomo viaggia dalla fiaba alla saga: non è l’uomo a viaggiare, il viaggio è della memoria. La memoria viaggia dalla fiaba alla saga. La memoria ha cervello (non il cervello ha più o meno memoria, come affermano i più e i meno), ha i dispositivi del labirinto e del giardino, dispositivi infiniti per raccontare, redigere, editare, dispositivi di cifra.

Riprendere le fila da Gerusalemme, formulare la numerazione in cui i numeri non siano né algebrici né geometrici, la nominazione con la sua tripartizione del segno (zero, uno, intervallo), restituire la cifra del testo delle galassie è il viaggio di Armando Verdiglione. E donne e uomini divengono statuti intellettuali, tolti dall’accolta litigiosa dell’uno contro uno, o dell’uno su uno, come accade quando lo zero viene tenuto fuori della numerazione.
Alla rinascimentale instaurazione della tripartizione del segno occorre il testo di Leonardo, di Machiavelli e di Ariosto, scrive Verdiglione.

Nel dispositivo di Ariosto, nel cervello di Ariosto, "le donne, i cavalier, l’arme, gli amori, le cortesie, le audaci imprese" si trovano nella serie infinita. E il malinteso, della cui indissipabilità la madre è l’indice, è una proprietà intellettuale del viaggio. Le donne e i cavalier non puntano a dissipare il malinteso. Comporterebbe litigare per questo motivo: perché ci si comprende appieno.

Questo testo è stato pronunciato al Congresso internazionale Il cervello, tenutosi nei giorni 20-30 novembre - 1° dicembre 2002, nella Villa San Carlo Borromeo di Senago (Milano).

Mariella Borraccino è psicanalista, cifrante, redattrice.


Gli altri articoli della rubrica Cifrematica :












| 1 | 2 | 3 | 4 | 5 |

8.05.2017