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Morselli, "Un dramma borghese"

Arpaeolia
(15.10.2006)

Morselli – Un dramma borghese



L’introspezione desolante sul peso del fiore sulla pianta



Morselli è menzionato in non oltre cinque righe nei manuali di letteratura contemporanea adottati dalle università. I motivi sono complessi e ricoprono la responsabilità storica, politica e filologica dell’editoria del novecento, italiana ma non solo. Come negli andamenti deterministici in Der lauf der linge (Il corso delle cose) degli sperimentatori cinematografici Weiss e Fischli, una causa principale, invece che preponderante, c’è stata, nell’inaridimento del ruolo editoriale come propositore d’arti, e questo è da situalizzarsi nella logica del profitto, della mercificazione cieca, sorda (e a questo punto anche, ormai, muta) ripartitasi dalla piena scesa in campo del nostro paese nella plutocrazia globalizzata della scaltrezza redditizia. E appunto questo sono diventati gli editori, quelli che realmente decidono e incidono anche nella politica degli indipendenti - piccoli e dalla distribuzione impotente -: dei plutocrati. E per chi ama l’arte letteraria questo è un danno difficile da sormontare, forse insanabile.

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Opera di Christiane Apprieux

Morselli in questa idea è icona riposta in un cassetto chiuso a chiave da altri, perché non poteva essere associato a questo vivere l’artefice come niente che non fosse totalità d’appartenenza. Fuori luogo e anacronistico, quindi, senza chance di sottolineatura qui dove la meritocrazia è utopia disillusa fin anche dai novizi.

Il libro risale ai primi anni sessanta, ed è proprio in queste lande caotiche di ribaltamenti dell’informazione e del costume che l’autore perde il contatto con la realtà, con il mondo che dovrebbe riconoscerlo come genio (la responsabilità non è solo mia) invece che come indolore anomalia. C’è apostasia con i nomi dell’ostracismo, questo autore è estraneo e non disciolto, autoimmunizzato perché nella scelta demolente (nel lungo periodo) dell’alienazione al meccanismo circostante. Fa l’agricoltore, lo zappaterra, e poi, nel privato (quasi esclusivamente), l’intellettuale, quello con la sensatezza tersa e abbagliante.

E quest’intelligenza è senza speranza di indipendenza da certa perdita, questo è chiaro. La lucidità perforante e sconfortante di amplissimi frammenti della scrittura di Morselli è un qualcosa di velenoso per lo scrittore, che costringe l’anima a evidenziare i limiti, le sue frontiere d’azione: la circoscrizione della speranza. Non può essere un mondo di libertà discernitiva non vincolata all’impagliatura del sentimento, perché tutto è senso, invece che arbitrio. Morselli è vittima (consapevole e consenziente) dell’addossamento del peso del fiore sulla pianta, del carico dell’intelligenza (e della bellezza che vi si coagula) sulle spalle anchilosate dell’anima delusa e disalberata delle vette più semplici. Morselli non può che essere felice, nella vita come nella scrittura, perché non aderisce alla spontaneità. Tutto è vivisezionabile, niente è tabù, ogni gesto dello spirito è ridotto ai minimi termini filosofici e analitici, niente è più come potrebbe essere, brado. C’è sul groppone una sconfinata mole di nozioni alle spalle, di estenuanti escursioni nella concentrazione abissale, tutto è pensiero che dissotterra, che non lascia falle allo sproposito.

E’ un resoconto in prima persona.

Il personaggio del libro perfettamente consapevole di quello che è, delle caratteristiche e reazioni del suo Io. E di quello che non può essere. L’indeterminazione è una fase fortunosa dell’inconsapevolezza, mentre quando la lucidità è fenomeno assoluto e perfetto, tutto è prevedibile, teatrante, dissanguato.

La trama del libro è facilissima e sciancata: un padre che dopo molti anni accetta di passare con la figlia un periodo insieme. Avevano vissuto separati perché la madre era morta molto prima, e la bambina cresciuta e educata in un collegio. Molto presto il rapporto tra i due, locato tra le mura asfittiche di un albergo semivuoto, contrarrà deviazioni morbose, fino al dramma del titolo.

Vuole essere una implicita polemica con la psicanalisi, anche se il protagonista non fa altro che indagarsi continuamente, ma con un acume sottratto da inconscio e super-io. Una discussione calma e tremenda, maledetta, sulla ineludibile disposizione a non saper accettare amore, in un uomo che è solo e non può essere diverso, non esiste alternativa, è conscio di impotenza, fa rabbia al lettore la sua perfetta adesione ai propri margini. La figlia vorrebbe averlo per sé, con fervore insaziabile e in disequilibrio erotico, traslocarlo nel proprio destino e in combutta risolvere la sua rassegnazione alla consapevolezza, che si fa limbo tra dolore e felicità: vuoto, o meglio, autunnale profondità ripudiata di sostentamento alla gioia. La gaiezza è bagattella per la figlia, che è animalesca nel suo essere genuina; il padre ha visto troppe verità diserbanti, e sa smodatamente della realtà per lasciarsi persuadere che sia altro che tempo dissipato.
È anche simbolo a pieno titolo di una borghesia sempre patrizia e sempre elevata, come quella del Teorema pasoliniano piuttosto che della volgarità al cerone di Buñuel, ma che è stanca e ha perso la voglia di vivere, non sa più che farsene del sussistere: ripiegata in se stessa, ha fatto del linguaggio di vita che ha, con tanta parsimonia, creato, il mausoleo al proprio possibile rinnovarsi; ha venduto i sogni a poco prezzo, e non ne capisce la palinodia. Il peggio sarebbe sentire freddo, ma la verità è che non sente niente, nulla che valga la pena ancora di proteggere.

Nei confronti dello stile del romanzo mi limito a confermare che è sorgivo a una stima senza ma e senza forse: pieno e nitido, simmetrico e mirato come un trattato filosofico specializzato, illuminato di diademi composti e impeccabili concettuali, parole che sono perfette pinze per un trivellamento del mare dell’uomo che scandalizza per quanto è accurato e corretto. Alte citazioni, lessico assolutamente diligente e sempre ricercato, seleziona un lettore ideale accurato e con formazione intellettuale umanistica ponderosa (per tutti gli altri risulta spesso indecifrabile, e questa è spia dell’altro suo insuccesso di pubblico). Non si registra, ma proprio in nessuna frase, superficialità, abbandono, disimpegno. Morselli ha il suo modo, che è quello della meditazione eloquente su sé stesso e di rimando su quello che ha in comune con l’umanità, anche se il lirismo assume incarnazioni inusuali e fantomatiche; romanticismo (stessa combattuta interiorità, sconforto, caducità), anche, ma troppo scabro per indurre alle passioni abitudinarie del genere.

Infine, è opportuna e reprensibile una riflessione sulle scelte dell’artista che può lasciare ammoniti: il suo genio è il risultato dell’alienazione dalla stupidità, dell’ascetismo ateo in consacrazione all’intelligenza e autoconoscenza, ai libri e alla purezza di un ideale incapace di contaminazioni da brutture quotidiane. Ma tutto questo è viatico alla frantumazione dei desideri e alla mortificazione del lancio entusiasta, della pulsione e di qualsiasi forma di affetto innocente.

Esiste solo la verità, e questa è il peso del fiore sulla pianta.




EDIZIONE ESAMINATA E BREVI NOTE

 

Guido Morselli (Bologna, 1912 - Sasso di Gavirate, 1973), narratore e saggista.

 
Guido Morselli, “Un dramma borghese”, Adelphi, Milano, 1978.

Il libro è stato composto nei primi anni sessanta. 

 


All’amico Gianfranco, con gratitudine degli anni.


Già apparso su www.lankelot.eu



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14.02.2017