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Controriforma

Gigliola Tallone
(15.10.2006)

Nell’arte, come in ogni altra manifestazione umana, è oggi più difficile distinguere la moneta buona da quella falsa. Prendiamo l’altisonante, dissacrante, energica e ironica presa di posizione dei Futuristi nei confronti dell’Accademia. Si vuol fare piazza pulita dei residui del passato, della pedissequa ripetizione del Postimpressionismo, delle tracce ancora non dissolte delle lisciature di neoclassica memoria.

Il Futurismo rompe per riproporre il nuovo, la pittura che sia dinamica in sé e viva nel tempo contemporaneo.

Sono stati presi a uova in faccia, minacciati di espulsione da Brera. Ma sapevano dipingere, i fondatori del Futurismo?

Prendiamo gli allievi di Cesare Tallone, tra i primi futuristi firmatari: Romolo Romani, Arnoldo Bonzagni, Carlo Carra’. La risposta è che sì, sapevano disegnare, conoscevano la tecnica pittorica, il maestro li aveva forniti di tutti gli strumenti per diventare pittori, li aveva incitati a guardare oltre l’accademia, accompagnandoli alle mostre veneziane e discutendo d’arte con loro fuori d’accademia. Rispettò sempre la loro libertà d’espressione, purchè fossero sinceri con sé stessi. Difese i suoi allievi d’avanguardia dalla rabbia di boriosi baroni, e dalla stupida burocrazia. Lui, alla cui cattedra retta per vent’anni a Brera accorrevano i giovani talenti da tutta Italia, era pari ai suoi allievi, maestro, amico, confidente.

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Cesare Tallone, Foto Archivio Tallone, Milano

Insegnò con l’esempio che un uomo e un artista non devono accettare compromessi, che il rapporto con l’arte “la Terribile Arte”, come lui spesso la definiva, deve esser incondizionato, totale e appassionato. Ma il Futurismo, necessario a rompere con la noia della ripetizione, porta nel seno un tarlo che finirà per corrodere l’arte.

Si insinua l’elemento intellettuale mediatore, il ragionamento logico quale giustificazione dell’espressione artistica. I primi grandi protagonisti saranno fraintesi, perchè non dal ragionamento, o dall’idea del mondo, scaturisce la creatività, ma dall’emozione che quel mondo provoca, di eccitazione, di rabbia, di disgusto, di ribellione o di gioia. Emozioni che si traducono in opera d’arte.

Un occhio appena attento, riconosce il valore intrinseco delle opere dei tre menzionati, per non parlare del loro geniale amico Boccioni.

Dopo di loro, molti partiranno dall’ “idea”, e faranno opere senza vita.

Ma se possiamo difenderci giudicando i secondi futuristi, i terzi, i quarti, i quinti, i sesti, eccetera, quali mezzi abbiamo per giudicare, ad esempio, gli emuli di Fontana?

Egli nasce e finisce con sé, è la più risoluta rottura, non solo con la pittura, ma con la stessa ragione della pittura. Chi lo copia lo plagia.

Taglia la tela, rompe la superficie. Fontana però sapeva dipingere, sapeva scolpire, e non inventa per stupire o per guadagno, forse inventa per caso, per divertimento, per emozioni misteriose che concentrano in quel gesto preciso e spontaneo tutto il mondo e i suoni e i rumori e umori e amori che lo circondano.

Capta il suo tempo, e lo ricrea. Non finge, non parte da un ragionamento, subisce, per imperscrutabili motivi, una illuminazione.

Non abbiamo ereditato dal Futurismo solo stantie copie post post, ma anche scintille originali, come le ricerche di Balla, per fare un esempio.

Fontana, che non può avere emuli, ha però fertilizzato la strada di molti artisti, e sboccia l’Arte Povera. Ma anche tanti poveracci. Il problema è giudicare il valore degli artisti, distinguere il grano dall’oglio. E l’artista è “individuo” per eccellenza e va giudicato per sé solo. Come giudicare, ad esempio un emulo di Burri? Quanti burrini impestano il mercato con critici condiscendenti?

Ci vorrebbe il coraggio di una controriforma: tornare all’Accademia, capace di fornire ai giovani tutti gli strumenti per volare da soli.

Del resto anche i Futuristi nei toni altisonanti e dispregiativi, più che prendersela con l’accademia come scuola - che si deve pure da qualche parte imparare - si ribellano alla supponenza accademica, ai cattivi maestri e all’accademia intesa più ampiamente nel senso di maniera. Le contraddizioni saltano agli occhi, per esempio quando Carra’ si scaglia contro i quattrocentismi e poi, dopo pochi anni di pittura Futurista, torna all’ordine, appunto all’esempio del Quattrocento Italiano, e nel far questo, ammette di dover dare non poco merito al suo professore Cesare Tallone. È stata una involuzione o un avanzamento? Non saprei, ma ha scelto una strada personale, coraggiosa, originale.

La contemporaneità ha invece scelto la strada più furba che intelligente, dell’arte schiava alla logica: io oggi invento questo. E vai..., ma se non hai dentro il sacro fuoco?

Può esser l’arte staccata completamente dall’elemento artigianale, la tecnica di una mano esercitata, l’occhio capace di misurare e la mente del fattore, inseparabilmente congiunti? Non abbiamo più il soprassalto alla composizione del caos, alla nascita spontanea e dal sapore magico di una creatura “l’opera d’arte” che ha una vita propria, che non risponde del tutto alla volontà dell’artefice, ma aderisce a un’intima domanda?
Vogliamo dire che l’arte è qualunque forma espressiva, compresa la fotografia (in vendita) di una performance estemporanea in una galleria, di corpi più o meno esteticamente disposti?

Se è questa l’arte nuova, va bene, proibiamo di dipingere. E accontentiamoci dei pubblicitari, che son pagati per studiare nuove formule commerciali.

Oppure ricominciamo a sudare in Accademia, con poche regole:

1.Rigorosa selezione dei professori

2.Accettare in Accademia solo chi dà prova di talento e vera passione.

3.Basta coi ricchi coreani che affollano le aule italiane.

4.Obbligare gli infiltrati incapaci a un auto da fè e invitarli a cambiar mestiere.

5.Lucidare meno i pavimenti delle Pinacoteche e trasformarle in laboratorio per gli allievi

6.Eliminare i critici

7.Rimandare a scuola i galleristi, a partire dalla terza media

Prima del debutto, una supercommissione aperta al pubblico, obblighi ogni sedicente pittore o scultore, figurativo o no, giovane o vecchio, diplomato o no, a sottoporsi a una prova di disegno dal nudo, di prospettiva, e di copia dal vero con le diverse tecniche pittoriche. Idem scultura. Non ci starebbe male un esamino di storia dell’arte.

Chi supera l’esame, vada incontro alla Terribile Arte.


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8.05.2017