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Una rivoluzione è scientifica in quanto intellettuale

La rivoluzione cifrematica e l’inghippo dell’epistemologia

Mario Boetti

La rivoluzione cifrematica implica l’itinerario per ciascuno senza inghippi, cioè senza nessun espediente truffaldino dell’ultima e nuova teoria scientifica che taccia come obsolete quelle precedenti.

(13.05.2005)

Un noto adagio sostiene che ogni scienza ha il proprio oggetto di indagine e il proprio campo di ricerca. Apparentemente, niente di più naturale. Se non fosse che questa naturalità implichi l’idea di un’oggettività scientifica, cioè un postulato ineggiante una pretesa neutralità da cui partire o a cui riferirsi per confermare o confutare ciascuna teoria scientifica. Non solo.

La pretesa oggettività scientifica legittima sortite e sconfinamenti tra le scienze in nome di una trasversalità che raggruppa e/o conferma le teorie progressiste avanzate fino a quel momento, dalle quali poi ripartire alla conquista di nuove frontiere.

Neysa Grassi, "Untitled"

In tutto ciò, forse, possiamo parlare di riformismo, ma certamente non di rivoluzione. Questo perché la condanna classificatoria del positivismo ha segregato la scienza a schemi gnoseologici per una fondazione epistemologica in cui la stessa anomalia rientra nel sistema classificato.

La teoria delle catastrofi ne è un esempio eclatante. Aveva forse ragione Max Planck quando nella sua Autobiografia scientifica sosteneva, non certo senza ironia, che "una nuova verità scientifica non trionfa convincendo i suoi oppositori e facendo loro vedere la luce, ma piuttosto perché i suoi oppositori alla fine muoiono, e cresce una nuova generazione che è abituata ad essa"?

La morte, autorizzando e confermando l’introduzione di una nuova teoria scientifica, sancirebbe l’dea progressista di una scienza, confermando un altro adagio che sostiene non l’esistenza di false teorie scientifiche, ma di scienziati maldestri e retrogadi, arroccati sulle proprie teorie. Scrive Thomas Kuhn nella Struttura delle rivoluzioni scientifiche: "Quando ripudia un paradigma passato, una comunità scientifica cessa al tempo stesso di considerare come oggetto di studio adatto per la formazione professionale la maggior parte dei libri e degli articoli in cui quel paradigma era stato incorporato.

L’educazione scientifica non fa uso di qualcosa che equivalga ad un museo di opere d’arte o a una biblioteca di classici, e la conseguenza di ciò è talvolta una drastica distorsione dell’immagine che lo scienziato si fa della storia passata della sua disciplina".

Ecco il problema: l’esistenza di una presunta comunità scientifica, di una scienza comune, garantisce la veridicità di una teoria epistemica da spacciare per ogni dove per raccattare fondi destinati al proseguimento della ricerca. L’epistemologia, il discorso sulla scienza, che si erge da sempre a paladino in difesa della verità oggettiva, detta legge alla stessa politica governativa e sociale in nome di quel salutare riformismo tecnico che mantiene una nazione al passo con i tempi.

La modalità diviene un nuovo abito da indossare, condannando le vecchie e compassate teorie, fino a un attimo prima validissime, a comparire soltanto in quei manuali storicistici che nessuno legge, in ragione di quell’evoluzionismo scientifico che non conoscerebbe soste. Ne sono un esempio particolarmente inquietante le teorie cognitiviste, che una volta abbandonato il pragmatismo, stanno alla base della formazione delle nuove generazioni.

Ma non si tratta, come sostiene Kuhn, di individuare nel paradigma scientifico l’anomalia che introdurrebbe un nuovo paradigma, inficiando a volte quello precedente. Non si tratta neppure di confronto tra teorie rivali che confermerebbe la loro incommensurabilità - per questo già l’anarchia scientifica di Feyerabend sosteneva che ogni teoria, avendo la propria esperienza, impedisce l’attuazione di qualunque confronto tra teorie.

Si tratta invece di cogliere l’elemento che comporti una distinzione assoluta, un’eccezione lontana dal verificazionismo o dalla falsificabilità. Non un criterio di demarcazione tra scienze e non scienze come vorrebbe Popper, ma qualcosa che causi effetti rivoluzionari di senso, di sapere e di verità.

Una rivoluzione è scientifica in quanto intellettuale. Il rivolgimento, il ruotare intorno, impedisce qualunque passaggio da un paradigma a un altro. Il confronto è con l’assoluto e non relativo a una realtà oggettiva che garantirebbe una oggettività scientifica.

Venuto meno, perché fallito, il sistema di traducibilità tra teorie, si tratta costantemente di reinventare nuove proposte, distanti da quello scientismo dottrinale e epistemologico che, poggiando sull’idea che esista il metalinguaggio, ha costituito un esercito di tecnocrati sputasentenze che snocciolano le nuove acquisizioni scientifiche a ritmo giornaliero.

Proponendosi come nuovi stilisti d’avanguardia e spacciando principi universali della scienza come se fossero pillole di ekstasi, questi esperti si possono trovare in ciascun salotto televisivo, dove il pluralismo epistemologico porta a sostenere tutto e il contrario di tutto, praticamente una democratizzazione della scienza.

Ma ecco l’inghippo: La rivoluzione tecnocratica del luogo comune (intendi nei salotti televisivi come nei laboratori scientifici) esige che ci sia un soggetto rivoluzionario, un eroe per il quale la rivoluzione è un imperativo categorico, cioè ha una precisa finalità. Non certo quella di sostituire in modo radicale una realtà con un’altra.

Lo scienziato rivoluzionario non può certo sputare nel piatto fornito dallo stesso sistema che lo ha accolto e accudito fino a quel momento. Ma per questo eroe, indicare la cesura, la rottura, la discontinuità di una teoria è di fondamentale importanza in ragione di un suo rovesciamento. Risultato: una rivoluzione scientifica resta relegata a poggiare su variabili euristiche ipotizzate al computer senza comunque uscire dal suo sistema binario.

Questo tipo di scienza può certamente indicarsi come scienza dialettica, hegeliana in ogni suo risvolto, in quanto l’elevazione alla "dimensione" di sintesi, che procede dalla contraddizione di tesi e antitesi, garantisce la circolarità e la circolazione delle opinioni, recuperando la stessa contraddizione come sublimazione dei contrari. Peraltro la sorte di un rivoluzionario è segnata dal fatto che un altro giungerà a essere di sicuro più radicale.

Il rivolgimento quindi non è rivoltamento né rovesciamento. Le cose si rivolgono alla qualità, alla cifra, senza più finalizzazione e specialmente senza più delega all’esperto di turno, cioè senza che ci sia più un popolo d’infingardi e di neghittosi a eleggere dalla propria poltrona di casa questo o quell’altro pseudo-rivoluzionario che nella continua sedizione eretica prospetta la nuova dottrina.

Questa rivoluzione, la rivoluzione della parola, la rivoluzione cifrematica implica l’itinerario per ciascuno senza inghippi, cioè senza nessun espediente truffaldino dell’ultima e nuova teoria scientifica che taccia come obsolete quelle precedenti.

Scrive Armando Verdiglione nel libro Leonardo da Vinci: "Il punto e il contrappunto: condizione del moto e della spirale, della rivoluzione della parola verso la cifra. Il sembiante dimora nella parola. Anziché nella sostanza. Sito insituabile. Singolare triale, Implurale. Impopolare. Nessun luogo del sembiante, del simulacro, della simultaneità."

Dunque l’oggetto, il sembiante, dimora nella parola, senza più metalinguaggio scientista che farebbe del linguaggio oggetto di indagine. Semmmai il linguaggio per indagare, per la ricerca che non finisce. L’unicità dell’itinerario, per ciascuno, implica il paradigma, l’esempio, il caso senza nessuna collettivizzazione o comunità scientifica, in assoluta lontananza da soggettivismi opinabili o condivisibili.

L’anomalia, l’ineguale trascorre nell’esperienza di parola, non al di fuori di essa. Si tratta altresì di intendere l’anarchia come virtù del principio della parola originaria, cioè della parola che non sottostà al principio dell’ordine del discorso, scientifico o meno. Se la rivoluzione è rivoluzione della parola, a ciascuno la sua rivoluzione, a ciascuno il suo itinerario, dal sembiante alla cifra.

Mario Boetti è cifrematico, ricercatore, presidente dell’Associazione culturale
"L’Arca della parola" di Bologna.


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