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Tommaso Landolfi, "A caso"

Monica Cito
(15.10.2006)

Il personaggio, maschile o femminile (non importa), soffre d’una solitudine cultural-esistenziale estrema e rivisitante le idee illuministiche. In questa seconda ottica, la scrittura non è affatto originale: segue un canone occulto e, contemporaneamente, effimero; imita i classici delle idee francesi. Ciò che la rende particolare è invece il nervo che scopre, l’italico rapportarsi dell’essere umano alla cultura artistico-filosofica e la banale ignoranza del nostro cittadino: effimero, nevrotico, con manie di potenza.

Qui, tutto il masochismo prende corpo e teorema, diventa libretto dell’impudica scoperta di un’anima che, lasciando spazio all’animalità del desiderio di morte (ed annientamento), piange attraverso una poetica caparbia, maschia, di stampo revisionista ed apparentemente rivoluzionario.

I racconti più marcatamente strutturati risentono d’un artificio non ben congegnato, di un’assenza di trasporto visibile, quasi palpabile, all’interno di un lavoro in cui l’antimateria domina.

Il più significativo esempio di dicotomia intertestuale, a tal riguardo, è il pezzo “Milano non esiste”. Esso dà la misura di quanto un fin troppo ben strutturato lavoro possa cedere alle lusinghe della banalizzazione.

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Opera di Antonella Iurilli Duhamel

Si pone, però, più di un dubbio d’interpretazione autentica, sia in ragione della natura amorfa dell’intera raccolta di racconti in teatro, sia per le poche informazioni (rectius: spie) intertestuali, sia per l’impudicizia d’una scelta semantica più netta, meno allegorica (a discapito persino del dichiarato) e più compiutamente sarcastica.

È all’interno di questi dubbi-punti che il lavoro germoglia pretese tensioni tra lo stile del letterato e l’occhio del lettore-discente-adolescente. Che, se non è intenzionato ad imparare, deve – almeno – esser pronto a subire qualche sorta di fine predicozzo, libera paternale.

L’idea del padre istruttore per/delle cose (leggasi “intoppi”) dell’umana vita, alberga in ogni pagina: qui più palese, lì più recondito, travestito quasi, ma vivo, palpitante nell’assioma di una genealogia umana cupa ed apparentemente esorcista di un’immane cappa di bruttura scultorea; avvolgente corpi-situazioni-luoghi (in dissòi lògoi).

La dinamica del movimento irrimediabilmente diverrà, con assidua reductio stilistica, cerchio palingenetico, che ha da chiudersi su se medesimo, in un percorso preconizzato dallo scrittore sordo (pare) al richiamo sociale; proprio laddove pareva dedicarcisi. Ecco, quindi, l’antimateria. Quella dei temi oscuri, delle poesie da scriversi e strapparsi, sfibrarsi in rivoli d’umidore pruriginoso, d’essiccamento dei sensi, fino all’estrema ultima “risolutiva” determinazione: l’evirazione. La lenta castrazione - di cui anche il soggetto femminile, ed in una gamma inusuale di proposta titolarità, ha da sopportare il peso – non basta.

L’atto ultimo è l’amputazione suprema; anche di quell’appendice di un corpo maggiore e misconosciuto che, con abusato termine, tergiversiamo, qui sulla terra, a definir natura.

Questo è il mio Landolfi, diverso da quello del Bo Carlo, che, introducendo l’opera, si sofferma su una sottesa tendenza politico-sociale che è agognata dal critico, dallo stesso dichiarata nascosta ed intima eppure lanciata e che, a vedere più lindo, meno sovrastrutturante, è matematicamente (anche se persino il numero non opera nel campo dell’esatto) assente.

Ciò che preme al Bo è una minima contestualizzazione storica dello scrittore, come se alla letteratura la contestualizzazione bastasse ad aprire più saggia, quasi incontrastabile, cartella dichiarativa d’una finalità artistica che, stando all’opera, rimane oscura e – pare – per esplicita determinazione autoriale. È questo il rischio che corrono le opere letterarie aperte, che utilizzano il tema come movimento sintattico-musicale e non precettivo; quelle che non vogliono insegnare, ma comunicare, al più indicare-rimenbrare, la via percorsa dall’umanità sino ad una certa epoca.

Siamo a ridosso della contemporaneità e, consequenzialmente, nella sua piena confusione. I personaggi vivono dall’interno la propria epoca e, perciò, non possono, né hanno da, giudicarla; soltanto subirla. In questo Landolfi pone basi reazionarie.

Sotto una sottile, lucida, omogeneizzata ante-trattazione del tema in chiave dialogica (ma il sé sempre col sé comunica) si nasconde l’incubo dell’estremo dubbio ed imbattibile insipienza del genere umano; quasi e sempre superflua appendice d’una natura che – per essere stata infinite volte trattata – può ritenersi sottesa…

– Allora, se le cose stanno così, sai che ti dico? Vaffanculo, fratello!

Vaffanculo tu, signor regista! Sono io che ti pianto!(1)


(1) Da: Claudia Salvatori, “Columbus Day”, Arnoldo Mondadori Editore, Milano, 1992; pag. 99.

(2) Dalla “Garzantina” della letteratura.



EDIZIONE ESAMINATA e BREVI NOTE

Tommaso Landolfi (2) (Pico, Frosinone, 1908/ Roma, 1979), romanziere, poeta e drammaturgo italiano. In gioventù frequentò la cerchia degli ermetici. Come narratore, esordì nel 1937; come drammaturgo nel 1959.

Tommaso Landolfi “A caso”, Edizione speciale di Mondolibri s.p.a., Milano, 1996, su licenza della Rizzoli Editore, Milano.

Con introduzione di Carlo Bo, che fra l’altro scrive: lo Strega ha giuocato la carta buona e gli anni dimostrano l’entità e la forza di questa puntata felice (pag. IX). Pleonastico pensare, ma necessario ribadire, quanto in Italia i premi letterari non sempre vadano a sviscerare opere di valore, e che bisogni spesso sperare in “quelle” puntate felici.

Prima uscita: Rizzoli Editore, Milano, 1975. L’opera vinse il Premio Strega nello stesso anno.

Letto oggi, 4/09/2006, in Ceglie Messapica (BR)

Monica Cito è nata a Telese Terme (BN) nel 1972. Risiede a Ceglie Messapica (BR). Avvocato, si è laureata presso l’Università degli Studi di Bari, discutendo una tesi sulla pedofilia. Membro del direttivo del circolo “Pinuccio Tatarella” di Alleanza Nazionale a Ceglie Messapica, ivi riveste la qualifica di Responsabile Cultura. Ha pubblicato il romanzo “Venere, io t’amerò” per i tipi della Giulio Perrone editore (Roma, 2005). Sue liriche sono presenti in qualificate antologie. Due e-books (l’antologia poetica “Dea della caccia” e la sua tesi di laurea “Le condotte pedofile”) sono pubblicati su: www.kultvirtualpress.com e scaricabili gratuitamente dall’apposita sezione. Ha prefato sillogi poetiche e romanzi. Collabora come critica letteraria alla rivista “Il Cavallo di Cavalcanti” (Azimut Editore, Roma), nonché su varie riviste on line (www.transfinito.net, www.kultunderground.org e www.kultvirtualpress.com ; www.lucidamente.com ) e cartacee (come il trimestrale “Sud-Est”, dove si occupa di editoria indipendente e cura il premio letterario “Storie a Mezzogiorno”). Non si è sottratta ad interventi di critica letteraria anche su giornali “dell’opposizione”.


Suoi interventi di saggistica giuridica si trovano su www.diritto.it


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