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Giancarlo Calciolari
Il romanzo del cuoco

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Giancarlo Calciolari
La favola del gerundio. Non la revoca di Agamben

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Christian Pagano
Dictionnaire linguistique médiéval

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Rain bird

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Jasper Wilson
Burger King

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L’onda e la tessitura

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Giancarlo Calciolari
La mela in pasticceria. 250 ricette

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Giancarlo Calciolari
Imago. Non ti farai idoli

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Pornokratès. Sulla questione del genere

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Giancarlo Calciolari, "La vita assoluta"

Francesco Ruchin
(15.12.2006)

Il romanzo di Giancarlo Calciolari, così come tutti i romanzi, può essere letto con diverse cifre interpretative: quella linguistica, sociale, antropologica, etc..; cifre care al critico ma mai all’autore. Il testo per molti lettori è spesso un pre-testo, qualcosa che viene prima o dopo di noi, ma mai ‘con noi’; sarebbe molto più istruttivo ‘leggere con l’autore’, semplicemente masticare le sue parole, seguirne i pensieri: lasciarsi guidare. La barca è da sempre – per la metafora del viaggio letterario – il testo; il comandante del legno l’autore e noi lettori rappresentiamo solo il mare; mare che deve essere solcato, attraversato.

La Vita assoluta è l’Assoluta vita, la totale ed arcaica vita dell’uomo con la donna, il cibo, la città: tre ‘corpi’ in un unico viaggio. Avendo vissuto anche io a Parigi nel tempo e nei luoghi dell’autore, appare più semplice farsi guidare con piacere tra le sue pagine.
La tecnica e la forza del romanzo ci rimanda ad un autore a me caro: Henry Miller; anche l’iconoclasta autore americano ha vissuto per moti anni a Parigi: metropoli votata, per gli intellettuali, al sacrificio, all’abbandono, alla rinascita.

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Opera di Christiane Apprieux

Mara di Miller è qui, nel romanzo di Calciolari, Axelle: il corpo della donna è sempre corpus di piacere e sofferenza; l’arte culinaria dell’autore rimanda ai bistrot parigini degli anni ’50; la città è forse cambiata, ma non certo l’atmosfera che ci trasmette in particolare la notte, quando dal suo ventre escono figure arcaiche, totemiche, ancestrali: un bestiario che non è mutato nei secoli.

Tre elementi che coesistono magistralmente nel viaggio che l’autore intraprende con leggerezza e colore. Nelle descrizioni culinarie, pare al lettore percepire l’odore del timo, della cipolla; odori che si fondono con le essenze che sprigiona il corpo della donna: odori ed umori che stordiscono, scuotono, violentano, angosciano e costringono a stare lì, legati al corpo, a quegli odori e, come dice l’autore,:

L’angoscia è l’impossibilità di essere al di là della carne, al di là di quello che siamo: è il punto nero che da solo chiude l’orizzonte. Alzo lo sguardo a mirare il punto più alto del cielo, è un vortice…

La liberazione è così lo sguardo, allontanarsi dal corpo per vibrare in altra direzione, fuggire ad occhi chiusi, lievitare sopra ed oltre gli odori, il corpo della donna, la città; quella che l’autore definisce: “la dimensione cinetica di un sogno” altro non è se non una dichiarazione di fuga, fuga senza terrore od ansia, vissuta con gioia, piacere altro; scivolare in una sorta di sonno ipnotico che concretizza per te, e solo per te, piatti dai sapori unici, che offre corpi di donne lattee, leggere, che ti fa scivolare per città sorridenti, solari. E’ questo che chiede il nostro corpo, dall’appetito insaziabile: un non-luogo dove rifugiarsi, un corpo di donna assente, un città invisibile: è questa, in realtà, la Vita assoluta: l’assoluta vita.


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30.07.2017