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Giancarlo Calciolari
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Rain bird

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Giancarlo Calciolari
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Teatro che passione: il mio ultimo libro

Giovanni Lombardi
(15.12.2006)

Perché si scrive? E’ soltanto il desiderio di esorcizzare la dispersione della oralità oppure l’incontenibile esigenza di recuperare esperienze, di trasmettere speranze e delusioni, di trovare una risposta agli interrogativi che vichianamente ci tornano davanti con un volto apparentemente noto? Questa domanda mi ha assillato durante il mio senile debutto saggistico quando sollecitato da cordiali amici, ho cercato di assemblare le briciole cronachistiche della mia modesta, ma drammatica esperienza esistenziale.
Che mi ha, fatto conoscere e toccare con mano la ristrettezza della vicenda umana, la paura della guerra, la psicosi di bombardamenti e, ancora, l’attività giornalistica, quel­la di docente universitario spesso in contrasto con le illusioni sessantottine. Quindi al di là di un personale compiacimento, la speranza (più che la presunzione) di comprendere dietro lo scorrer di una semplice vicenda personale, alcune coordinate culturali e morali che mi sono servite come bussola per affrontare i tanti problemi vissuti nell’inquieto ‘900/.

L’ultimo mio saggio dal ti­tolo "Teatro che passione" ha avuto come obbiettivo una sorta di messaggio ai giovani e l’amore per Empoli, la mia città forse con note di taglio crepuscolare.
Lungi da me l’idea di fare il predicatore e il nostalgico evocato­re di una civiltà velocemente cambiata a causa delle profonde muta­zioni della vita familiare e sociale, dei costumi, delle rela­zioni dando luogo ad una forte contraddizione fra l’innegabile progresso tecnologico e il vuoto soggettivo e morale sotto la spinta di totem fatui e di uno spietato egoismo consumistico esaltato dal mezzo calzettismo mediatico: una società liquida dove tutto è mutevole e friabile.
Ecco che mi sono permesso di ricordare che la mia lontana voracità per la lettura (da London a Gorkji, da Moravia a Vittorini, da Bilenchi a Papini) mi accompagnava alla crescente passione per il teatro e la sua magia comunicativa. Mentre il libro (romanzo, saggio o raccolta di poesia) mi apriva nuovi orizzonti conoscitivi (da Pascoli a Saba, da Baudelaire a Ungaretti e Luzi), il teatro mi conquistava per la sua trasgressione nei confronti della quotidianità fornendomi sollecitazioni valutative sulle luci e le ombre della natura umana (il groviglio di vipere secondo Mauriac) il mistero dell’universo, la aleatorietà del destino dell’uomo. Pirandello con la contrapposizione fra la vita e la forma mi servì come inquietante punto di riferimento per le mie giovanili incertezze: nel 1938 assistei alla Pergola di Firenze ad uno stupendo Enrico IV interpretato da Ruggero Ruggeri e capii come finzione e ipocrisia dominano il mondo. Grazie a questo dispiegarsi di attività in varie direzioni ho avuto la fortuna di incontrare Luigi Russo, Leonida Répaci, Si­billa Aleramo, Bilenchi, Vittorini e Carlo Salinari, Cassola e Padre Balducci. Incontrai anche uomini politici di diversa ideologia come La Pira, Alicata, Longo, Enrico Ber1inguer, Pistelli, Artom, Napolitano; critici teatrali come De Monticelli del Corriere della Sera, Poesio della Nazione, Mariotti dell’Avvenire, Chiavarelli del Mattino, Savioli e Ferrone dell’Unità, Cordelli di Paese Sera.
Ho conosciuto registi e attori come Scaparro, Squarzina, Ronconi, Costa, Castri, Chiti e ancora attori come Enrico Maria Salerno, Salvo Randone, Lilla Brignone, Paola Borboni, Franca Valeri, Eros Pagni, Paolo Fer­rari, Giuseppe Pambieri, Luigi De Filippo, Aroldo Tieri, Giuliana Loiodice, Giorgio Albertazzi, Renzo Giovampietro, Giulio Bosetti, Gianrico Tedeschi, Isa Barzizza. Ho avuto l’occasione di dirigere il teatro Shalom, una piccola struttura empolese dove sono passate decine di compagnie di livello nazionale e euro­peo. Un reticolo di fortunate occasioni che mi hanno aiutato a capire tanti problemi sociali e culturali, ma soprattutto, a consen­tire la mia formazione interiore (la bildung secondo i tedeschi) e ad arricchire il mio piccolo scrigno esperenziale.
Questa copiosa raccolta di esperienze che rischiava di rimanere nell’evanescente oralità, ha trovato concretezza evocativa, come hanno detto il Sindaco ed altri oratori alla presentazione ufficiale del libro, collegandosi con la realtà empolese, con la sua mutevole morfologia urbanistica e industriale (specialmente nel campo vetrario e dell’abbigliamento) e il suo ricco retroterra culturale (dal Pontormo, pittore manieri­sta al grande musicista e compositore Ferruccio Busoni, allo scrittore verista Renato Fucini morto a Empoli). Un recupero memo­riale, perché la memoria è un luogo da cui nessuno può mandarci via.
L’apprezzamento critico per questa mia modesta fatica, editoriale mi ha convinto che l’impresa non è stata inutile. Anche perché il dibattito proseguirà nelle scuole.

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Chi è Giovanni Lombardi
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Noterella per Giovanni di Paolo Pianigiani

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19.05.2017