Transfinito edizioni

Giancarlo Calciolari
Il romanzo del cuoco

pp. 740
formato 15,24x22,86

euro 35,00
acquista

libro


Giancarlo Calciolari
La favola del gerundio. Non la revoca di Agamben

pp. 244
formato 10,7x17,4

euro 24,00
acquista

libro


Christian Pagano
Dictionnaire linguistique médiéval

pp. 450
formato 15,24x22,86

euro 22,00
acquista

libro


Fulvio Caccia
Rain bird

pp. 232
formato 15,59x23,39

euro 15,00
acquista

libro


Jasper Wilson
Burger King

pp. 96
formato 14,2x20,5

euro 10,00
acquista

libro


Christiane Apprieux
L’onda e la tessitura

pp. 58

ill. colori 57

formato

cm 33x33

acquista

libro


Giancarlo Calciolari
La mela in pasticceria. 250 ricette

pp. 380
formato 15x23

euro 14,00
euro 6,34

(e-book)

acquista

libro

e-book


Riccardo Frattini
In morte del Tribunale di Legnago

pp. 96
formato cartaceo 15,2x22,8

euro 9,00
e-book

euro 6,00

acquista

libro

e-book


Giancarlo Calciolari
Imago. Non ti farai idoli

pp. 86
formato 10,8x17,5

euro 7,20
carrello


Giancarlo Calciolari
Pornokratès. Sulla questione del genere

pp. 98
formato 10,8x17,5

euro 7,60
carrello


Giancarlo Calciolari
Pierre Legendre. Ipotesi sul potere

pp. 230
formato 15,24x22,86

euro 12,00
carrello


TRANSFINITO International Webzine

La scuola in aiuto alla vita collettiva

Dal successo personale al progetto collettivo

Rosaria Parri
(2.09.2008)

Occorre «strappare dalle mani dei nuovi venuti l’occasione di farsi un nuovo mondo», così diceva Hannah Arendt, una delle donne più interessanti del novecento. Il termine “strappare” non lo usa in modo privativo, nel senso di togliere qualcosa, ma aggiuntivo di riuscire ad ottenere, a carpire, a estorcere. Un pensiero che va subito a Socrate, all’arte del dialegesthai, del tirar fuori da ciascuno le proprie convinzioni. Ma non si tratta di far emergere la verità, quella contrassegnata dalla lettera maiuscola, ma le verità, al plurale e quindi le idee, le opinioni, i pensieri. Perché, non bisogna mai dimenticarlo, «soltanto i pazzi sono sicuri e risoluti» diceva Montaigne. E come facciamo a perdere, a decostruire, le malsane convinzioni e i pericolosi pregiudizi con i quali cresciamo? Imparando a stare con gli altri. E’ qui il punto. Non siamo soli, gridava Arendt. Non viviamo in un deserto. Con la seconda nascita, dopo quella biologica, noi entriamo in uno spazio intersoggettivo, plurale, che ci costringe a fare esperienze significative di relazione. E la scuola, appunto, è proprio il primo ambiente di vita basato sulla collettività organizzata, lo spazio pubblico in cui si impara a stare con gli altri.

In quanto spaccato di società con cui il bambino si confronta, l’ambiente scolastico è inevitabilmente portatrice di un modello di convivenza. Ed oggi, capire la “convivenza” non è affatto facile.
I profondi cambiamenti intervenuti a livello internazionale e nazionale hanno fatto emergere drammatici conflitti ma anche nuovi bisogni formativi e nuovi valori. Il ruolo della scuola, sul versante educativo e su quello dell’istruzione, è divenuto essenziale per lo sviluppo culturale, civile, politico delle nazioni e del mondo. C’è bisogno di un impegnativo processo di rifondazione della convivenza civile e per questo dobbiamo tornare al piano pedagogico e alle scienze dell’educazione. Del resto se la scuola è una comunità sociale e come tale palestra per sperimentare le virtù politiche (pensiero critico, capacità di giudizio, capacità di gestire i conflitti) necessarie a vivere bene e attivamente nel proprio mondo, come non porsi il problema di tornare ad educare al senso civico?

JPEG - 300 Kb
Opera di Hiko Yoshitaka

Ecco perché il compito che spetta alle istituzioni scolastiche è molto complesso: educare gli alunni al “sentirsi parte”, a partecipare ed essere attenti alla cura del pubblico. Ed è pubblico ciò che è di tutti, me compreso. Il pubblico è la nostra vera eredità, diceva Gramsci, «anche tu che non sei ricco, che non sei capitalista, che non garantisci alla tua immortalità nessuna esteriore continuazione di libertà, erediti e lasci un retaggio. Non saresti uomo, altrimenti, non saresti spirito, non saresti Storia. Bisogna che di questa verità tu abbia consapevolezza, che questa consapevolezza tu approfondisca in te e diffonda negli altri. Essa è la tua forza».

Certo non è facile fare della scuola uno spazio dove sperimentare la responsabilizzazione verso il collettivo. Anche la vecchia disciplina dell’educazione civica, come avvio alla formazione dei cittadini, è sempre stata materia difficile, per certi versi sconosciuta. Agli insegnanti che non l’hanno mai fatta e si sono difesi dicendo che era disciplina trasversale, sottintesa alle altre materie, don Lorenzo Milani avrebbe risposto così: «Dite piuttosto che è una materia che non conoscete. Lei il sindacato non sa bene cos’è. In casa di un operaio non ha mai cenato. Della vertenza dei trasporti pubblici non sa i termini. Sa solo che l’ingorgo del traffico ha disturbato la sua vita privata» (Milani, 1996). Infatti, quanto ne sappiamo, anche noi adulti, dell’organizzazione, delle regole, delle dinamiche della vita collettiva? Come possono le nuove generazioni saper difendere i valori democratici se non torniamo ad insegnare loro l’importanza delle leggi, se non li aiutiamo a capire il dramma della discriminazione e delle ingiustizie sociali, se non spieghiamo loro il significato di parole come stereotipi, pregiudizi, intolleranza?

Don Milani aveva chiaro che educare alla convivenza, per una società libera e giusta, costituiva insieme un impegno pedagogico, un bisogno sociale e un imperativo etico. Questo perché nessun paragrafo di Costituzione, nessuna alta corte di giustizia, nessuna autorità può essere di aiuto, se l’uomo non sente che la res publica, il bene comune di una esistenza umana libera e dignitosa, è affidata alle sue mani.
Sono certa che la scuola sia il luogo adatto dove le nuove generazioni possano imparare a superare le forme moderne di egocentrismo e individualismo e praticare i valori del reciproco rispetto, della partecipazione, dell’impegno competente e responsabile.

Saper stare in una classe, gestendo la collettività pur ascoltando il singolo, è sempre più faticoso e complicato e richiede continui stimoli e strumenti adeguati. Ecco perché ho sentito la necessità di occuparmi dell’educazione alla convivenza civile ed elaborare una guida (1), un percorso operativo, strutturato in unità d’apprendimento, utile agli insegnanti che vogliono educare gli alunni “alla vita pubblica”, alla partecipazione attiva nell’agorà cittadina. E’ mia convinzione che sia l’operato della scuola, in rete con la famiglia ovviamente, a stabilire le prime garanzie di una società giusta e armonica. L’adulto di domani è il bambino che oggi la scuola deve saper formare. Il deve è un “movimento di responsabilità” verso una società sempre in continuo, instancabile cambiamento. E noi adulti, insegnanti, operatori, abbiamo lo strumento prezioso della scuola per rendere i giovani “cittadini responsabili”… almeno proviamoci.




(1) Parri R., Insegnare la vita pubblica, Armando 2006.




Prima data di pubblicazione: 15 gennaio 2007


Gli altri articoli della rubrica Società :












| 1 | 2 | 3 | 4 | 5 | 6 | 7 |

6.10.2016