Transfinito edizioni

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Giancarlo Calciolari
La favola del gerundio. Non la revoca di Agamben

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Burger King

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Giancarlo Calciolari
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Padre Roberto Maestrelli, “il Rosso”

Paolo Pianigiani
(15.01.2007)

Ci siamo incontrati, di nuovo, dopo 40 anni, con il Rosso, che tutti chiamano ormai Padre Roberto; è stato un incontro pieno di emozioni molto forti.

La sua vita e il suo lavoro sono dedicati, nella lontana Colombia, alla difesa dei “desplazados”, i contadini che si muovono, “migrano” fra le terre usurpate dai narcotrafficanti e dai paramilitari, in quella nazione così lontana. E’ rimasto uguale, a parte il colore dei capelli, che ormai tende al chiaro indeciso, dal rosso rame di una volta. Lo stesso sguardo aperto, il camminare dinoccolato, l’eterna sigaretta accesa. Come stai, ti ricordi di me, quando tanti anni fa sbattevamo i nostri jeans su una pietra di un laghetto alpino, che posso fare per te?

Benissimo, mi risponde il Rosso. Mi ricordo di te e adesso, oltre ai jeans, sbatto con la macchina nelle pietre delle strade incerte della Colombia, ho bisogno di aiuto per i miei bambini, i miei anziani, tu cosa puoi fare per loro?

Io posso scrivere, raccontare la tua storia, quello che hai fatto in questi anni, ancora e di nuovo, nella tua terra di missione, in sud America.

Torna ogni tre anni, qui dove è nato, ad Empoli, per riprendere fiato e incontrarsi con gli amici che da sempre lo sostengono. E si incontra con le scuole, con le amministrazioni, con i cittadini che possono aiutarlo. Da venti anni lavora in Colombia, come missionario scalabriniano, un ordine religioso che ha lo scopo di aiutare gli emigranti. Una volta erano emigranti italiani, dispersi nelle terre lontane, ad essere aiutati. Adesso che questo fenomeno non presenta più problemi e forse nemmeno esiste, sono i poveri che sono costretti a spostarsi, che sono diventati quelli da aiutare.

In Colombia, più che altrove, è un piccolo gruppo di persone a possedere tutto. Il resto del paese non ha nulla. Nulla vuol dire forse un vestito e un paio di scarpe scalcagnate. I contadini, che da sempre vivono nelle terre colombiane strappate alla foresta, vengono ogni giorno coinvolti nelle strategie di chi saccheggia questa nazione ricca non solo di biodiversità, ma anche di petrolio, uranio, carbone, oro, platino e smeraldi . La scelta è obbligata, devono andarsene altrove, lasciando tutto, e i loro figli hanno la possibilità di guadagnare soldi dalla raccolta della coca.

E’ crudele, la coca, anche quando è solo una pianta; al momento della raccolta delle foglie lascia sulle mani e sul corpo un lattice che brucia la pelle. I bambini, alti esattamente come la pianta, sono i migliori e più impiegati raccoglitori, per la “pelatura” delle foglie, dalle quali si ricava l’eroina e la cocaina, unica e fiorente industria di quelle parti. Interessi enormi delle famiglie dei narcotrafficanti, dei politici al potere, dell’onnipresente ombra lunga degli Stati Uniti, rendono questa situazione difficilmente mutabile. Occorre intervenire sui bisogni primari di queste persone: la sopravvivenza, il mangiare, un tetto, la scuola. Sorprende che fra le foto che Roberto ci mostra, ci sono solo donne, bambini e anziani.

I giovani e gli uomini adulti non ci sono. O sono morti o sono scappati. Il cibo più ricercato è il riso, con qualcosa come accompagnamento, cereali o altro, di produzione locale. Dopo una lunga permanenza a Cartaghena, città nota come località di vacanza anche per molti italiani, dove, partendo dal nulla, ha realizzato strutture di accoglienza perfettamente funzionanti e quasi autonome, in grado di ricevere la luce elettrica, ma non l’acqua, Padre Roberto ha avuto l’incarico dai suoi superiori di spostarsi a Tibu. Lascia una scuola con 800 bambini, una grande mensa, case e baracche nel barrio, in qualche modo abitabili. Lascia una speranza che altri come lui porteranno avanti.

Da un anno ormai la sua città è Tibu, al nord, al confine con il Venezuela. E’ zona di estrazione del petrolio, e quindi, oltre al solito fenomeno legato alla coltivazione della droga, c’è un altro problema da affrontare: la guerriglia. I capi della guerriglia taglieggiano le compagnie petrolifere, si fanno pagare tangenti, che loro chiamano tasse. La terra è loro, il petrolio è loro, non del Governo centrale. Se vogliono estrarre il loro petrolio, devono pagare, altrimenti saltano le condotte, i pozzi, qualche baracca. Ci sono morti. Poi ci sono i paramilitari, che sono eserciti privati di famiglie ricche, e l’esercito, che avrebbe il compito di evitare le violenze e gli abusi, ma che in realtà non fa nulla. In tutto questo scontro di interessi, chi ci rimette al solito sono i contadini poveri, costretti a spostarsi continuamente per sopravvivere. Si può fare poco, solo dare assistenza. A Tibu padre Roberto ha organizzato tre mense, con circa 800 persone. La situazione è leggermente migliore che nei barrios improvvisati dal nulla di Cartaghena. Qui almeno ci sono le case.

Ma ogni giorno ci sono tante persone che contano su di lui per sopravvivere.

Questo è quello che il Rosso ci ha raccontato, durante la sua permanenza qui da noi. Che dire ancora… gli servono soldi, aiuti concreti. Per questo da anni si è attivata una associazione, che raccoglie i fondi per aiutare Padre Roberto.

E funziona un conto corrente dove si possono fare versamenti, presso la Cassa di Risparmio di San Miniato, filiale di Vinci: il conto corrente n. 200159, intestato ai referenti dell’associazione, Maestrelli Maria e Cheti Alberto.


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19.05.2017