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"Verde acqua", "La radura" di Marisa Madieri

Marina Monego
(15.02.2007)

VERDE ACQUA – LA RADURA di MARISA MADIERI



Un unico libro raccoglie due testi apparentemente molto diversi, in realtà legati da una sottile trama di richiami reciproci: costituiscono buona parte della produzione letteraria di Marisa Madieri, autrice dalla scrittura densa, concentrata, fine ed elegante, piena di grazia e d’umanità.



VERDE ACQUA



“Verde Acqua” è un diario racchiuso tra 1981 e 1984 nel quale la Madieri ricorda – ora che ha raggiunto la maturità –la sua infanzia e adolescenza, la sua formazione segnata dall’esperienza dell’esodo da Fiume, dove è nata e ha vissuto fino a undici anni. Sono pagine semplici, eppure dense, arricchite dalla presenza di numerosissime figure famigliari – le nonne, le zie e gli zii - da qualche amicizia e dagli incontri, anche brevi, con persone diversissime spesso di umili origini.

Il testo acquisisce così una coralità e risulta vivacizzato da tutti questi ritratti che l’Autrice riproduce con tocchi leggeri e attenti.

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Opera di Hiko Yoshitaka

Alla rievocazione del passato fa sempre da contrappunto il presente, con le figure del marito Claudio (Magris), dei figli, dei parenti ancora in vita e anziani o malati.

Marisa ricerca le proprie radici cui ancorarsi, cui fare riferimento: ecco le nonne; la figura di sua madre, sfortunata e dolente, vissuta sempre faticando e consumata precocemente dall’Alzheimer e quella di suo padre, personaggio quasi picaresco, marito non sempre fedele, amministratore poco accorto delle risorse economiche famigliari, ma buono d’animo.

Le origini di Marisa sono a Fiume: dopo la sua nascita per due anni i genitori erano andati ad abitare per motivi economici presso la nonna Madieri, una donna forte e coraggiosa, capace di agire controcorrente rispetto ai canoni sociali del suo tempo.

Il primo “spazio avventuroso” della vita di Marisa è costituito perciò dalla casa di nonna Madieri.

E subito, fin dalle prime pagine, emerge il presente:

“La profondità del tempo è una mia recente conquista. Nel silenzio della casa, la mattina quando rimango sola, ritrovo la felicità del pensare, del ripercorrere avanti e indietro il passato, dall’ascoltare il fluire del presente. È qualcosa che avevo raramente conosciuto prima”. (p.7)

Presente costituito anche da nonna Anka, di padre serbo e madre rumena, divenuta da oltre dieci anni compagna del padre di Marisa. È una famiglia allargata, un vero crogiolo di razze e di lingue così come s’addice a chi vive in terra di confine.

Il passato si riverbera nell’oggi, che si popola di queste figure antiche e della loro umanità, trascorsa sullo sfondo di una Storia più vasta i cui echi rimbombano ancora dolorosamente nell’Autrice.

Nel Dopoguerra la piccola Marisa si scontra con le difficoltà ad adattarsi al nuovo sistema scolastico slavo - Fiume non è più italiana – che prevede non una maestra unica, ma un insegnante per materia e lo studio obbligatorio della lingua serbo-croata. Marisa adulta ricorda di aver imparato e poi altrettanto rapidamente dimenticato quell’idioma.

Con l’occupazione slava iniziano i problemi di lavoro e di convivenza con un popolo diverso - zingani li chiamano i suoi genitori – la città si ritrova invasa da nuove facce, nuovi costumi e tutto questo viene vissuto dagli italiani con un senso di fastidio e diffidenza.

Quando si tratta, alla fine, di scegliere tra la cittadinanza slava e quella italiana, la famiglia Madieri opta per quest’ultima: significa dapprima emarginazione e poi esodo.

La casa dev’essere lasciata, la maggior parte dei mobili viene venduta per poche lire, i rimanenti oggetti finiscono stivati in casse e inizia il grande dramma collettivo.

Senza rancori e odio l’Autrice filtra quegli anni attraverso se stessa giovinetta. Fiume ha lasciato in lei un segno indelbile: “Io sono ancora quel vento delle rive, quei chiaroscuri delle vie, quegli odori un po’ putridi del mare e quei grigi edifici”. (p.43)

Come molti altri, vede quelle terre dove si nascondono le sue radici, diventare straniere, può ritornarvi solo come turista, ma conserva memoria di alcuni scorci di paesaggio, mentre altri dettagli sono andati smarriti per sempre.
“Così Atlantide rimane perduta in fondo al mare, coperta d’alghe e di conchiglie, lucenti come frutti di vetro colorato”. (p.130)

Se i confini politici sono stati imposti dalla Storia così non può avvenire per quelli dell’anima, che si librano più alti.

A Trieste la vita non è facile: i profughi vengono inviati al campo di raccolta del Silos, un enorme edificio a tre piani, costruito durante l’impero asburgico come deposito di granaglie e ora adattato per ospitare numerose famiglie.

“Entrare nel Silos era come entrare in un paesaggio vagamente dantesco, in un notturno e fumoso purgatorio”. (p.68)

Il Silos è buio, poco aerato, vi ristagnano gli odori più vari, le sottili pareti di legno e i soffitti di carta non garantiscono alcuna privacy, è un “tenebroso villaggio stratificato”, dove ci si arrangia per sopravvivere.

Per assicurare loro una migliore qualità della vita, Marisa e sua sorella Lucina vengono affidate dai genitori agli zii: Lucina a Como e Marisa al Lido di Venezia, dove studierà al collegio Campostrini.

Marisa è una ragazza di salute cagionevole, sensibile e introversa, alle prese con i primi turbamenti dell’adolescenza e soffre molto per la forzata separazione dalla sua famiglia nonostante l’affetto e la comprensione degli zii. Socializza poco, ama molto disegnare, leggere e fantasticare.

Durante le vacanze estive Marisa può finalmente ricongiungersi al suo nucleo famigliare, ma al Silos –luogo malsano, caldo d’estate e freddo d’inverno – rimarrà poco. A causa della sua salute viene mandata prima in colonia sul lago di Garda e poi di nuovo al Lido, terra che non le appartiene. Così constata la differenza tra il mare di Venezia e quello di Trieste:

“Il mare era basso e ad ogni passo s’intorbidava. […] Il mio mare era casto e profondo e i ciottoli delle mie spiagge bianchi e levigati come candide perle dall’ovale perfetto scintillanti al sole”. (p.72)

Dopo le scuole medie Marisa e Lucina vengono iscritte per volontà della madre, desiderosa di assicurare alle figlie un’esistenza migliore della sua, al liceo-ginnasio di Trieste.

Marisa vive così al Silos, tra difficoltà economiche e promiscuità. Trova grande conforto nella lettura, attraverso la quale si estranea dalla realtà circostante.
Proprio questa sua capacità la dà “la sensazione di aver vissuto quegli anni come separata dagli eventi da un diaframma di irrealtà”. (p.97)
Allo stesso modo l’adulta Marisa guarda al passato come ad un film a tratti ben chiaro,a tratti sfumato. L’uno arrichisce l’altro, le grandi vicende della Storia entrano nel libro poiché modificano la vita di intere famiglie, a Marisa interessano le persone e i luoghi, non desidera creare un saggio storico semmai offrire una vicenda di formazione svoltasi in un contesto non facile e disorientante.

Soltanto quando Marisa sarà all’ultimo anno di liceo la sua famiglia potrà acquistare una casa ammobiliata a Trieste e la qualità della vita migliorerà.
Se il passato è ricco e corale, animato e vivace con le figure dominanti delle nonne, il presente è discreto, accennato. L’ombra rassicurante di Claudio fa da contraltare all’ombra di morte che appena traspare per accenni – “Ogni vita porta in sé il seme della sua distruzione” – le figure dei figli sono presenze vivaci, l’attività di volontariato presso il Centro Aiuto Vita viene compiuta con pudore, modestia e grande umanità, con la gioia nel cuore per poter aiutare a nascere bimbi che s’erano annunciati in circostanze “considerate poco opportune”.

“Vivo come ho sempre desiderato di poter vivere: l’amore e l’esistenza condivisa, i figli, la casa e tanti affetti dentro e fuori di essa”. (p.55)

La fine del suo diario è uno squisito ringraziamento al prossimo:

“…sento di dover ringraziare una folla di persone, anche dimenticate, che, amandomi, o semplicemente standomi accanto con la loro fraterna presenza, non solo mi hanno aiutato a vivere ma, forse, sono la mia vita stessa”. (p.150)



LA RADURA

“La Radura” è una deliziosa favola che ha per protagoniste le margherite, in particolare la giovane Dafne, ultima nata di un gruppo di sorelle dai caratteri assai diversi: Amanda, la contestatrice, una sorta di femminista del mondo vegetale; Camilla, la vanitosa e la maggiore , la dolce Rachele.
La vita scorre nel prato seguendo il ritmo delle stagioni: dalla primavera, tempo di crescita e fioritura, all’estate, tempo della riproduzione, e Dafne scopre poco a poco i misteri dell’esistenza. È un fiore sensibile, curioso, vivace, pieno d’aspettative e passerà dall’inconsapevolezza dell’infanzia alle soglie della maturità.

La narrazione è ricca di delicatezza e di grazia, accuratissima tanto che potrebbe far pensare ad un esercizio stilistico, ma vi si percepisce la stessa mano autrice di “Verde Acqua”, la medesima sensibilità e attenzione agli aspetti del mondo. È Marisa-Dafne a narrare.

“Verde Acqua” e “La radura” paiono due testi contrapposti, ma sono in realtà due storie di formazione.

In “Verde Acqua” s’accentua l’elemento realistico e di movimento (l’esodo e la sua influenza su chi l’ha vissuto), ne “La Radura” prevale la stanzialità – tutto si svolge entro i confini del prato - e l’elemento favolistico. Non vi è però separazione netta: la luce della favola traspare nel primo e i riflessi della realtà si fanno sentire nel secondo, basti pensare ai riferimenti alle manifestazioni, alla scuola, a certe figure descritte (la zia Augusta, margherita anziana dal carattere dominante ricorda la nonna Quarantotti di “Verde Acqua”) , alle discriminazioni razziali o sessuali.

La piccola Dafne scopre poco a poco la notte, il temporale, l’amicizia, la presenza della morte e il perpetuarsi della specie. La conoscenza con una rana le fa capire che il diverso, colui che può apparire brutto ai nostri occhi non è necessariamente cattivo o nemico. Dafne ha sguardo limpido e sincero, ben presto cresce e s’affaccia all’adolescenza, cambia i suoi giochi, sogna molto e impara dai maestri ad allargare i suoi orizzonti mentali.

Nel mondo non esistono solo le margherite, ma moltissime altre specie di piante e animali e la radura è un minuscolo microcosmo inserito nel grande universo. Così i gialli soffioni, che paiono voler invadere il prato e rubare alle margherite il posto “Non erano, dunque, sbocciati nella radura per la gioia delle margherite, ma accanto alle margherite. E così probabilmente ogni altra pianta, albero e fiore e perfino gli animali non erano semplicemente parte del paesaggio, come aveva sempre creduto, ma compagni di viaggio a pari titolo e coinquilini nella casa comune”. (p.186)

La crescita porta Dafne a gioire e soffrire insieme, poiché alla vita s’intreccia la morte e tutti gli esseri viventi hanno un inizio e una fine. È una verità che viene serenamente accettata anche in “Verde Acqua”.

Dafne ha uno sguardo innocente e scevro da pregiudizi verso i fiori di altra famiglia, la diversità è per lei una ricchezza, ed è soprattutto una margherita letterata.

“Nei romanzi, nei racconti e nelle poesie scoprì il regno della libertà. Lì tutto era possibile, c’era posto per il sogno e la speranza. […] Ma la letteratura era anche lo specchio della bellezza. Un prato o un tramonto potevano essere perfino più incantevoli in una descrizione che nella realtà. […] La letteratura, forse, era soprattutto il regno della verità”. (p.203.204)

“Forse”: e allora la letteratura sarà regno di verità magari trasfigurata o celata, come accade nelle favole.

Spira da questa prosa raffinata un senso di grande armonia, levità ed eleganza: pur non evitando argomenti tristi o dolorosi, l’Autrice sa affrontarli con equilibrio e con docilità ai disegni della natura: “Vedi il sole muore e sempre risorge. Così anche la nostra vita. […] Molto di te rimarrà nei frutti e nei semi che saprai produrre”. (p.217)

Cuore della favola sembra essere non solo la maturazione di Dafne, ma l’apertura serena a tutti gli incontri, gli imprevisti che la vita presenta nella certezza che l’importante è amare, portare il proprio frutto per il perpetuarsi di un’armonia.

È una lettura piacevole, adatta anche a occhi giovani e intelligenti, che vogliano confrontarsi con una prosa di qualità estranea a mode e correnti.




EDIZIONE ESAMINATA E BREVI NOTE



Marisa Madieri (Fiume 1938-Trieste 1996), dopo l’esodo dalla sua città natale si è trasferita a Trieste, dove ha vissuto e lavorato insegnando inglese e occupandosi di volontariato. Ha pubblicato racconti e articoli in volumi e riviste.

Marisa Madieri, Verde Acqua-La Radura, Torino, Einaudi 1998. Introduzione di Ermanno Paccagnini.

Marina Monego, ottobre 2006



A Raffaella, con stima e amicizia


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