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Sabino Chialà, "Parole in cammino"

Marina Monego
(15.02.2007)

PAROLE IN CAMMINO di SABINO CHIALÁ



“Partì la goccia

dalla patria, e tornò

trovò la conchiglia

e divenne una perla.



O uomo! Viaggia

Da te stesso in te stesso,

ché da simile viaggio

la terra diventa purissimo oro”.



Rûmî





Viaggiare. Viaggiare è mutare, scoprire, accogliere le nuove scoperte e accettare i mutamenti che queste comportano. Da sempre l’uomo ha avuto bisogno di spostarsi, di muoversi: nato nomade e poi diventato sedentario, la sua permanenza in villaggi e città non ha placato il suo desiderio di conoscere nuovi lidi e di scrutare nuovi orizzonti.

Viaggiare è dunque un’esigenza antropologica profonda e basilare, insopprimibile, antichissima, che l’uomo non può negare o reprimere: tale l’assunto principale dal quale prende avvio quest’antologia di testi perlopiù poetici dedicati al viaggio.

“Camminare, nella realtà o anche solo nel mito, è vivere, assecondare l’impulso vitale e accettare di farsene compagno”. (p.9)

Se in un primo tempo il viaggio era richiesto dalla vita (necessità d’incontrare parenti o amici, viaggi commerciali, campagne di conquista, pellegrinaggi) oppure obbligato (emigrazioni, deportazioni), solo in epoche abbastanza recenti l’uomo ha ammesso che si può viaggiare anche per piacere, “che l’ampiezza e la varietà della terra non sono una disgrazia ma una benedizione” (p.11)

Tutt’oggi però - osserva il curatore del libro – si privilegia la meta rispetto al viaggio in sé, si ha spesso fretta, si fatica a riappropriarsi del piacere originario del viaggiare, primo bisogno e desiderio.

Le acute riflessioni che accompagnano i gruppi di testi proposti vogliono mostrare come sia giusto che l’uomo accolga e accetti questo moto che lo abita “senza sciupare quindi l’occasione preziosa del viaggio della vita che egli è spesso tentato di vedere solo come distanza che lo separa dalla meta. La meta è già lì, disseminata per frammenti lungo la strada. Essa è come un mosaico che si lascia anticipare da alcune tessere isolate lungo la via, necessarie anch’esse per godere dell’intera immagine”.(p.17)

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Opera di Christiane Apprieux

Ecco allora che il viaggiare viene in queste pagine analizzato, proposto, scandagliato da vari punti di vista e l’invito sembra essere quello ad imparare a viaggiare dai poeti e dai narratori, che dalla loro inquietudine interiore, dal loro perpetuo andare hanno tratto arte.

Un viaggiare intelligente dunque, mai banale, aperto alle suggestioni d’altri paesi e popoli, coi quali interagire senza pregiudizi e in piena accoglienza, disposti a farsi mettere in discussione, a rischiare nell’incontro con il diverso, luogo o uomo che sia.

“Si ha tendenza ad assicurarsi un guscio, una valigia capace di contenere non solo il mondo che si lascia, ma, possibilmente, anche il viaggiatore, difendendolo dagli attacchi di ciò che incontra. Con accorgimenti minimi, la cosa è facilmente attuabile, almeno nei piccoli viaggi della vita: rifugiarsi in un hotel di fama o in un villaggio turistico standardizzato, ove si è garantiti dal non dover fare i conti con alcun diverso, ove si è certi d’incontrare solo i propri simili, per lingua e gusti”.(p.39)

Viaggiare è vincere la paura di camminare.

Colpisce, all’interno della raccolta, la varietà di testi, si spazia attraverso epoche e culture diverse: dal’Antologia Palatina ai classici latini, da autori occidentali antichi e moderni (Dante, Goethe, Hölderlin, Rilke, Saramago, Ungaretti, Pessoa, Kavafis, Magris e molti altri) a poeti arabi e dell’Estremo Oriente, da testi ebraici o siriaci alla poesia di Galal al-Dîn Rûmî, iniziatore della confraternita dei dervisci ruotanti.

Talvolta la traduzione è stata realizzata dallo stesso curatore, la cui cultura risulta dai vasti orizzonti e caratterizzata da un innato buon gusto nella scelta dei testi.

Non può mancare Chatwin, uno dei prediletti soprattutto per “Le vie dei canti”.
La raccolta non vuol essere uno studio esaustivo, né un’antologia rappresentativa dei diversi filoni di pensiero, ma frutto di un interesse e uno studio personali, una scelta appunto di “parole in cammino”.

Il libro è suddiviso in cinque capitoli: Tappe, Dimensioni, Forme, Metafore, Mito e Storia, a loro volta costituiti da vari paragrafi, ciascuno dei quali (eccezion fatta per il capitolo cinque) preceduto da una brevissima citazione biblica, quasi una piccola spia della formazione del curatore. Ogni aspetto del viaggiare trova un riferimento e un suggello nella Bibbia, cui nulla di ciò che è umano risulta estraneo.

Sfogliando rapidamente le pagine, il primo capitolo “Tappe” prende avvio dalla partenza, momento necessario, ma che richiede coraggio, poiché implica il distacco dalle proprie certezze e abitudini.

Vivere significa saper partire, crescere, rischiare.

Si passa poi attraverso il camminare, il sapore del viaggio in sé, che non dev’essere solo spostamento da una meta ad un’altra. Tra le tappe esistono anche le esperienze dolorose: l’emigrazione, la deportazione, l’esilio, la delusione, il naufragio.

Ultima tappa è il ritorno, che non sarà mai alla situazione iniziale, poiché i luoghi non sono più gli stessi, ma soprattutto chi ha viaggiato non è più lo stesso. Si torna sempre altrove.

Le Dimensioni del viaggiare riguardano l’essenza stessa della persona, la scoperta di sé.

“Ci si scopre pellegrini, erranti, vagabondi, bisognosi di mettere i propri passi nel moto che abita l’intimo, di dargli carne o semplicemente di assumerlo, divenendone coscienti. Si scopre che si è già in cammino e che questo –il proprio cammino – chiede di essere accompagnato dalla mente e dal cuore”. (p.55)

Il cammino che s’intraprende è di perdita, è “disposizione a lasciarsi scardinare nelle proprie certezze e a lasciarsi mettere in questione, in una parola, a esporsi”. (p.61)

Umiltà, silenzio, affrancazione da sé stessi e dalle proprie idee per essere liberi di scoprirne altre.

Ricorda Claudio Magris in “Microcosmi”: Viaggiare, come raccontare – come vivere – è tralasciare. Un mero caso porta a una riva e perde un’altra”.(p.71)

Chialà cita, tra gli altri, le lettere a Lucilio di Seneca.

Lasciare le chiusure del proprio io permette d’avere i sensi vivi, soprattutto gli occhi, per non vanificare il viaggio, non essere intorpiditi, sapersi stupire.

“Lo stupore nasce quando chi viaggia sa cogliere anche ciò che normalmente sembra indegno di uno sguardo; nasce quando si diventa capaci di percepire ogni frammento con occhi capaci di vedere e di salvare”.(p.68)

Il vero viaggio allora trasforma, fa vedere altrimenti, il suo vero scopo forse non è solo vedere un luogo, ma imparare a osservare diversamente. La principale trasformazione si realizza in chi compie il viaggio, che diverrà estraniato rispetto al luogo di partenza, sarà ovunque un ospite, non sarà più lo stesso e non otterrà in cambio maggiore familiarità con i luoghi visti.

Questa dimensione è ben evocata da Eliot nella sua rivisitazione del viaggio dei magi a Betlemme.

E se comunemente si considera il viaggio un “andare avanti”, esso può costituire invece una discesa in sé stessi.

“Il viaggio si rivela allora essere nient’altro che l’occasione per discendere in sé stessi e imparare ad attraversarsi, a conoscersi, a emergere allo scoperto, davanti a se stessi. Il viaggio come momento di verità: disarmata verità di colui che, nudo, appare in primo luogo a se stesso”.(p.80)

Rivelarsi a se stesso fa paura all’uomo.

“Anche se non hai piedi, scegli di viaggiare in te stesso, come miniera di rubini sii aperto all’influsso dei raggi del sole.

O uomo! Viaggia da te stesso in te stesso, ché da simile viaggio la terra diventa purissimo oro.

Avanza da amarezza ed acredine verso dolcezza, ché da suolo amaro e salato nascono mille specie di frutta”.
(Rûmî, p.82)

Infine esistono il pellegrinaggio autentico (spesso criticato dai Padri per il cristianesimo e dai Sufi per quanto riguarda l’Islamismo); il viaggio interiore che si realizza quando lo spostamento spaziale è impedito da malattia fisica o psichica (Alda Merini); il riproporsi continuo del moto e del camminare.

La Forma allude a un “viaggiare per…”, ma spesso ci si accorge che si cammina senza una meta, per il puro piacere di farlo.

Esistono anche le motivazioni del viaggio: fuga da sé stessi, dalla sofferenza, dal presente. Ciò può avere sia una connotazione negativa d’estraneazione da sé, sia una connotazione positiva: non è possibile fare altro in quel momento, basta però che la fuga non diventi perenne, altrimenti il viaggio si riduce a instabilità, in miraggio o alienazione.

Il viaggio può avere come scopo la ricerca dell’amato (umano o divino), può esser quello della solitudine monastica, infine può esser il viaggio ultimo, la morte.

Dopo avere analizzato tre metafore ricorrenti legate al viaggiare (mare, luna, vento), l’ultima parte del testo, dedicata a Mito e Storia, vede la presenza di numerosi brani in prosa di autori molto diversi ed è divisa in racconti mitici più antichi e descrizioni di viaggi assai noti, anche se la distinzione, per ammissione dello stesso curatore, è insoddisfacente, visto che i due generi non sono sempre così lontani.

“I viaggi mitici restano infatti, in qualche misura, anche storici a motivo del moto dell’animo umano – concreto e quindi storico – che tentano di narrare, anche se con un genere letterario particolare. Mentre i viaggi storici mostrano, con il loro stesso essere narrati, come il viaggio di cui si tratta sia andato ben al di là del fatto storico e abbia assunto –o voglia assumere – una valenza che eccede l’accaduto”. (pp.151-152)

Spaccati sulla vita interiore dell’uomo del passato ci vengono offerti dall’epopea di Gilgameš, dal Libro dei Morti dell’Antico Egitto, dall’Odissea, dall’Eneide, dall’Inno gnostico della perla, dalla Divina Commedia.

Le narrazioni storiche vedono il viaggio pur reale rielaborato in chiave simbolica, specialmente quello di Abramo e l’uscita del popolo d’Israele dall’Egitto narrati nella Bibbia.

Vengono presentati tra gli altri - ed è molto interessante il confronto – testi provenienti da culture diverse: il viaggio di Paolo verso Damasco, il pellegrinaggio di Egeria in terrasanta (IV-V secolo), la diaspora delle comunità ebraiche dall’Itinerario di Binyamin da Tudela, il viaggio verso La Mecca (1183-85) dell’arabo Inn Gubayr. Ciascun pellegrino evidenzia quel che lo colpisce di più con riguardo particolare alla propria comunità d’appartenenza.

Particolarissimo un testo siriaco del XIV secolo che narra le vicende di due monaci cristiani siro-orientali e mongoli d’origine – Marco e Sauma - che dall’oriente si dirigono verso l’occidente nel XIII secolo (giusto il contrario di quanto facevano gli occidentali attraverso la via della seta) con l’intento di visitare Gerusalemme.

Giunti in Mesopotamia, Marco viene scelto come successore del defunto patriarca, invece Sauma continua il viaggio come ambasciatore del Khan mongolo Argon e visita tra il 1287 e il 1288 Italia e Francia.

Non potevano mancare Goethe e Chatwin, molto amato dal curatore e citatissimo.

“Il viaggio non è altro infatti che un moto testardo che persiste nel varcare le frontiere – interiori ed esteriori! -, per alleggerirne il peso, per impedire che s’ispessiscano troppo, per scardinarle se possibile, per contestarne l’esistenza. A volte anche per illudersi che non esistano più.

Viaggiare è dare al corpo dell’universo – e al proprio corpo – quel sangue di cui ha bisogno per vivere, per non inaridirsi; è credere che attraversando, o esplorando, o interrogando i sapienti di altre genti, o anche vendendo e comprando, o fuggendo senza meta, o in mille altri modi, si concorra a nutrirsi, ad alimentare un corpo, a combattere contro quelle siepi che, se non continuamente potate, crescono a nostra insaputa e chiudono, allontanano, per poi, da ultimo, invadere anche quello spazio che, in un primo tempo, proteggevano”
.(pp.204.05)





EDIZIONE ESAMINATA E BREVI NOTE



Sabino Chialà, monaco di Bose e studioso di ebraico e siriaco, ha pubblicato presso le edizioni Qiqajon “Discese agli inferi” e “Abramo di Kashkar ela sua comunità”; ha curato “Un’umile speranza”,antologia di testi di Isacco il Siro e, in prima versione mondiale, i “Discorsi Ascetici”, nuova collezione di scritti dello stesso autore.

Sabino Chialà, Parole in cammino, testi e appunti sulle dimensioni del viaggiare, edizioni Qiqajon, Comunità di Bose 2006.

Marina Monego, dicembre 2006

A F.V., che non ho mai dimenticato e che m’insegnò l’importanza del viaggiare

Prima pubblicazione su lankelot.eu


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