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Il corpo senza più sostanza né mentalità

Corpo-reo

Mario Boetti

Il dove, che non è un luogo, implica questa combinazione non più corruttibile, non più sostanziale del corpo e della scena. Questo dove non è origine, ma il punto che proviene dal corpo, questo dove sottolinea la condizione dell’itinerario.

(2.09.2003)

Io non vado sulla vostra strada, dispregiatori del corpo! Voi non siete per me ponti verso il superuomo!
Nietzsche, Così parlò Zarathustra

È difficile trovare nella letteratura, scientifica, religiosa, filosofica un’elaborazione che si distanzi dall’idea del corpo corruttibile, in quanto al corpo, inteso come entità estesa e percepibile, vengono attribuite proprietà biologiche, meccaniche e fisiche.

La stessa idea di decadenza, di mortalità sembra apparentemente confermare la sentenza del Fedone platonico, in cui è sostenuta la tesi del corpo come tomba dell’anima. Il corpo come prigione, il corpo del reato, l’invecchiamento del corpo, l’anima-lità del corpo: questi alcuni enunciati del luogo comune filosofico-biologico-scientifico.

La spazializzazione del corpo implica l’occupazione di un luogo, la mentalizzazione del corpo la sua abitabilità. La clonazione, partendo proprio dal principio di corruttibilità, fa il verso a Cartesio quando sostiene la possibilità di creare un corpo senza cervello, quindi senza anima, funzionale solamente al ricambio degli organi.

Nelle Meditazioni metafisiche Cartesio sostiene che la res extensa e la res cogitans sono entrambe sostanze, ma di natura diversa e separata: il corpo è concepito come una macchina che si muove da sé, in modo automatico.

Tutto ciò ha sortito teorie monistiche o dualistiche con soluzioni di compromesso. Non ultima quella di Marx, che capovolgendo l’idea di un’anima che dirige il corpo, considera con il suo materialismo i pensieri dell’uomo come diretta emanazione dei suoi comportamenti materiali.

Santina Pellizzari, "Variazione", acrilico su cartoncino

Già, proprio il comportamentismo del corpo ha dato la stura al filone esistenzialista fino a quello fenomenologico. Da Sartre a Merleau-Ponty, passando attraverso le Meditazioni cartesiane di Husserl, il corpo, spazializzato e temporalizzato, mantiene l’idea di una sua presenza come apertura al mondo dell’esperienza, con l’unico risultato di riporre la cosiddetta corporeità sulla carnalità fisica negando propriamente il gesto di Cristo; praticamente un carnevale perenne dove ognuno indossa l’abito della personalità che gli è più consona.

Tutto ciò giunge fino all’estremo gesto dell’autoritratto impossibile, dove il chirurgo plastico, novello sarto procusteo, cuce e ricuce su misura un abito assolutamente impeccabile.
Come uscire da questi invischiamenti mondani e quindi fuori moda?

Già con la psicanalisi Freud sostiene nella sua seconda topica che l’Io non è altro che una superficie corporea. In precedenza, quasi per un omaggio all’antichità, lo stesso Freud inventava la teoria duale della pulsione, situando quest’ultima tra lo psichico e il somatico.

Tutto ciò nella vulgata lettura del testo di Freud, in assenza di analisi, ha costituito le teorizzazioni della psicosomatica con i suoi continui riferimenti sintomatologici. Ma il destino della pulsione è il rivolgersi verso la qualità, che con la psicanalisi incomincia a precisarsi come qualità della parola. Facendo un passo ulteriore, lungo la danza inaugurata da Zarathustra, la cifrematica qualifica che quello che gli umani chiamano corpo altro non è che immagine.

Scrive Armando Verdiglione nel Leonardo da Vinci: "L’anatomia, che è della sembianza, procede dal rilievo, modo della giuntura e separazione, del corpo e della scena, perché le immagini si scrivano e si qualifichino. [...] Dalla difficoltà, che è della parola, alla semplicità. La via della scrittura è la via della qualità, della cifra e dei suoi effetti di verità e di riso. Il corpo e la scena si combinano nella cifra.".

Come può l’immagine corrompersi se la combinazione del corpo e della scena sono originari nell’atto di parola. Il gesto di Cristo che innalza il pane dicendo "questo è il mio corpo, prendete e mangiate" implica già il dogma della transustanziazione, sancito poi dal concilio di Trento. Con Cristo il corpo - non più corrotto e corruttibile, non più (corpo)reo di chissà quali nefandezze - entra nella parola.

Da dove vengono le cose è una prima interrogazione che Verdiglione rileva nel testo lucreziano del De rerum natura. Il dove, che non è un luogo, implica questa combinazione non più corruttibile, non più sostanziale del corpo e della scena. Questo dove non è origine, ma il punto che proviene dal corpo, questo dove sottolinea la condizione dell’itinerario.

Scrive Verdiglione nel libro Il brainworking: "L’itinerario è anche combinazione e combinatoria, in quanto le cose procedono dal due. Il corpo e la scena si combinano nella cifra lungo il gerundio, vivendo, cercando, facendo".

Mario Boetti è cifrematico, ricercatore, presidente dell’Associazione culturale
"L’Arca della parola" di Bologna.


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23.01.2019