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"Shemal" di Normanna Albertini

Elisabetta Blasi
(18.10.2009)

SHEMAL, di NORMANNA ALBERTINI



SOTTO IL SEGNO DI SAMAELE



A Giacomo Li Pizzi



No sepas lo que pasa/ ni lo que ocurre…

Come sua consuetudine, questa delicata scrittrice intesse con le note di una triste nenia, ricordo di violenze ed insieme nostalgia di un desiderio di pace mai concessa, il leitmotiv del proprio narrare.

Un leitmotiv che s’insinua a schernire la vittima dai soprusi che subisce.

Un triste stordimento, quel congiuntivo esortativo all’oblio.

Uno stordimento che accomuna ogni protagonista di questa sorta di cronaca romanzata: dal famigerato Grande Inquisitore Torquemada all’ex banchiere genovese Antonio Malfante; da Cristoforo Colombo al lascivo ma non fanatico papa Borgia; dal primo “evangelizzatore d’esportazione” (fra’ Bartolomé de Las Casas) ad Elivira, la donna suppliziata dall’Inquisizione sol perché creduta giudea, eppure graziata proprio dal mostruoso fanatico domenicano, uno dei più terribili aguzzini della storia dell’umanità, che eleva a propria Missione la follia: Mondare il mondo, purificare la creazione dagli eretici, dai malnati, dagli imperfetti, da chi peccava contro natura, dalle streghe, dai maghi, dai lussuriosi, dagli scienziati e dagli esploratori che non si attenevano a quanto detto nella Scrittura, dagli ebrei (pag. 23).

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Opera di Hiko Yoshitaka

Follia, sì, ai nostri occhi, ma legalissima all’epoca sua. Del resto, l’umanità non impara mai abbastanza. Ed ogni periodo storico ha i suoi lager in cui infilare i Diversi di cui sopra.

Follia sì, ma all’epoca sua elevata a prassi giustizialista e retta da innumerevoli speculazioni sedicenti filosofiche, anzi, teologiche. Come il “Malleus maleficarum”, ovvero una sorta di vademecum del perfetto inquisitore, redatto – manco a dirlo – da due inquisitori, e che indicava, in un linguaggio allucinato e paranoide, le inequivocabili stigmate della stregoneria.

Institor, uno dei due domenicani autori del Malleus, sperimentò per la prima volta l’applicazione dei propri canoni nel 1485, nel corso di un processo inquisitoriale ad Innsbruck (1); nel 1492 Colombo scoprì “El outro mundo”

Due eventi in apparenza slegati, invece – e Normanna se ne rende ben conto – mostruosamente interconnessi.

Racconto vasto, questo proposto, nonostante le sole 124 pagine del libro.

Vasto perché dona, a se medesimo ed ai lettori simultaneamente, una sorta di rivisitazione/ricostruzione sull’origine del Male.

Come farà un’altra ebrea, creata da un altro romanziere accorato e lucido:

Era come se avessi una piaga dentro al cuore, volevo vedere il male, capire ciò che mi era sfuggito, quello che mi aveva proiettato in un altro mondo(2)

In “Shemal”, il Male si chiama Samaele il Serpente.

Il Samaele tentatore di Eva; il Samaele che s’insinua nella borsa di Antonio Malfante durante una tempesta nel deserto: la metafora dell’ingresso della Febbre dell’Oro nell’Europa transitante dal Medioevo al Rinascimento. Rinascimento originato proprio dall’afflusso dell’oro, anche se non d’Africa, bensì del Nuovo Mondo.

Nuovo Mondo de Las Indias scoperte da un Colombo restituitoci dall’Albertini in una veste iperpragmatica fino al cinismo di chi il commercio ce l’ha inscritto a grandi lettere nel proprio DNA, e colonizzate dai reali d’Aragona-Castiglia, che in quegli anni unificarono i due regni sotto il triforcuto segno del loro matrimonio, dell’oro, e della Santa Inquisizione, dando origine ad un altro plurisecolare capitolo della storia europea: l’avvento dello Stato Nazione. Stato-Nazione che s’intrecciò, fino ad epoche troppo recenti, con la sua perversone strutturale: il nazionalismo, che troppo spesso divenne sinonimo di spoliazione colonialista, causa di guerre e, nei casi più patogeni, genocidio. Come in questa Spagna cinquecentesca; come nella Germania hitleriana del primo e secondo Novecento. (Il terzo si è chiuso sotto il segno dello smantellamento del Muro di Berlino, ma anche del suo drammatico contraltare: le “pulizie”, gli esodi di massa e gli stupri etnici nell’ex Jugoslavia).

Samaele il Mito, effigiato, come una sorta di Giano dal bifrontismo non esteriorizzato ma patente, nella sua ambigua veste di Signore del Male, ma anche Seme di Sapienzialità fonte di vita. Infatti:

Al-ayyah, così la lingua araba chiama l’animale rettile: significa il vivificatore, colui o colei dal quale sgorga la vita. (pag. 92)

E il primordiale summenzionato distico colui/colei, nella storia dell’umanità si sdoppia e diverge.

Colui diventa volontà di potenza, inganno:

[…] Samaele […] quando comprese che il Signore aveva illuminato Adamo, donandogli la sapienza dell’alfabeto […] e quando comprese che Dio lo avrebbe scacciato, meditò di portare con sé, nelle tenebre, la creatura odiata
(pag. 114).

E ce la portò con la menzogna che fa apparire Dio un mentitore, la menzogna che ha in pugno il mondo: diventerete come Dio… (ibidem)

Da Samaele ad Ares, Marte romano, il passo è dunque brevissimo e consequenziale. E… marziale, appunto, suprema esaltazione di virilità simildivina: la visione del mondo del Maschio Dominatore.

Colei in principio fu la dea Iside, Signora dei serpenti, che fece addentare il dio Ra da uno di essi e, in cambio del farmaco antiveleno, ricevette il potere della resurrezione e della restituzione alla salute. (pag. 92).

La donna-Curatrice. Defraudata in breve tempo di questa sua prestigiosa e potente attribuzione dalla mitologia maschilista greca: vedansi Mercurio ed Esculapio.

Mitologia greca vivificata dall’altrettanto ultramaschilista apparato simbolico creato, nell’era cristiana in fase nascente/ascendente, col materiale di risulta dello sconfitto “paganesimo”, nella fattispecie avocando a san Domenico Abate il potere dell’antica dea Angizia, che dimorava in una grotta ai margini del Fucino e proteggeva i pastori e le loro greggi dal morso dei serpenti velenosi. (pag. 89)

Ma il Maschio d’ogni tempo non si è accontentato di questo: ha dovuto bollarla e bruciarla col marchio di strega, per quattrocento anni, perseguitandola con strumenti atrocemente simili a se stessi. […] Se dal 1400 al 1700 straordinari cambiamenti fiorirono sotto il cielo dell’Europa, la persecuzione della strega indossò sempre la stessa lugubre tonaca e la stessa lugubre toga; cattolici, luterani, calvinisti, anglicani o laici che fossero gl’inquisitori (3).

E questo perché queste donne di epoche diverse furono perlopiù guaritrici, erbaiole, levatrici(4). Ossia: esercenti, in maniera residuale, ma che evidentemene faceva ancora paura, la loro antica potestà: la Medicina.

Farneticazioni ultrafemministe? Provate a soffermarvi sulle insegne delle odierne farmacie. Vi troverete il Serpente simbolo di guarigione…

Il Serpente demoniaco, invece, venne a bella posta assimilato al Diverso da perseguitare:

- Scaltri come serpenti! – […]… Per fortuna la Chiesa li ha forzati ad indossare un segno di identificazione sulle loro vesti! Oh! Non è questa una novità per gli ebrei – spiegò l’esaltato chierico – il primo ad imporre loro un segnale di riconoscimento fu un califfo arabo, verso la metà del VII secolo: si trattava di un brandello colorato a forma di porco… Niente di più adatto per quei marrani! (pag. 112)

Marranos fu il lemma usato dai reali di Spagna per espellere dai suoi territori praticamente tutto il proprio laborioso ceto medio: i commercianti e gli artigiani, l’impalcatura di quelle che odiernamente si definiscono pmi (piccole medie imprese) dell’epoca: ebrei, appunto, per la più gran parte.

Ma a risollevare la neonata Spagna dall’inevitabile tracollo economico ci pensò l’Oro di Samaele (che ritroviamo attaccato alle vele di una delle tre caravelle colombiane).

Così come a risollevare la Germania nazista dalla stessa calamità autoindotta ci pensò l’efficientissimo indotto dell’industria dei lager… Ossia: sempre Samaele che, c’è da starne certi, sussurrava ad Hitler ogni istante della di lui esistenza: Diventerai come Dio



(1) Traggo queste notizie da: Vanna De Angelis, “Il libro nero della caccia alla streghe”, edizione Mondolibri (su licenza di Edizioni Piemme), 2003.

(2) Da: Jean-Marie Gustave Le Clézio, “Stella Errante”, edizioni “Il Saggiatore”, Milano, 2002; trad. di Ela Assetta; pag. 265.

(3) Vanna De Angelis, op. cit., pag 10.

(4) Ibidem, pag. 9.




EDIZIONE ESAMINATA e BREVI NOTE.

Normanna Albertini (Canossa, Reggio Emilia, 1956) romanziera italiana. Cultrice dell’arduo genere letterario noto come romanzo storico.

Questa è la sua prima opera. Più recentemente, ha pubblicato “Isabella”, dalla scrivente recensita su www.kultunderground.org

Normanna Albertini “Shemal”, Chimienti editore, Taranto, 2004.

L’edito è corredato da una breve Premessa a cura di Franco Porsia.


Elisabetta Blasi


15.2.2007


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