Transfinito edizioni

Giancarlo Calciolari
Il romanzo del cuoco

pp. 740
formato 15,24x22,86

euro 35,00
acquista

libro


Giancarlo Calciolari
La favola del gerundio. Non la revoca di Agamben

pp. 244
formato 10,7x17,4

euro 24,00
acquista

libro


Christian Pagano
Dictionnaire linguistique médiéval

pp. 450
formato 15,24x22,86

euro 22,00
acquista

libro


Fulvio Caccia
Rain bird

pp. 232
formato 15,59x23,39

euro 15,00
acquista

libro


Jasper Wilson
Burger King

pp. 96
formato 14,2x20,5

euro 10,00
acquista

libro


Christiane Apprieux
L’onda e la tessitura

pp. 58

ill. colori 57

formato

cm 33x33

acquista

libro


Giancarlo Calciolari
La mela in pasticceria. 250 ricette

pp. 380
formato 15x23

euro 14,00
euro 6,34

(e-book)

acquista

libro

e-book


Riccardo Frattini
In morte del Tribunale di Legnago

pp. 96
formato cartaceo 15,2x22,8

euro 9,00
e-book

euro 6,00

acquista

libro

e-book


Giancarlo Calciolari
Imago. Non ti farai idoli

pp. 86
formato 10,8x17,5

euro 7,20
carrello


Giancarlo Calciolari
Pornokratès. Sulla questione del genere

pp. 98
formato 10,8x17,5

euro 7,60
carrello


Giancarlo Calciolari
Pierre Legendre. Ipotesi sul potere

pp. 230
formato 15,24x22,86

euro 12,00
carrello


TRANSFINITO International Webzine

Analisi del big bang e dei buchi neri

Dall’astrofisica alla cifrematica

Giancarlo Calciolari

La quantità è indice del transfinito e proprietà della struttura del pragma, e sfocia nel superfluo. Il quanto attraverso la scrittura diviene il quale.

(2.03.2004)

"Non seguita che molti punti immaginati in contatto l’un dell’altro per dirittura componghino la linia, e per conseguenza molte linie insieme congiunte colli loro lati, l’una dopo l’altra, non faran mai superfizie, né molte superfizie equali poste integralmente l’una sopra dell’altra non faran mai corpo; perché infra noi non si compone corpo di cose incorporee".
Leonardo da Vinci, Codice Arundel

JPEG - 20.2 Kb
Hiko Yoshitaka, "Tre", 2003, olio su cartoncino telato, cm 24 x 33

Una bella questione: è nato prima l’uovo o la gallina? C’è una linea che va dall’uovo alla gallina? È continua o è discreta? L’uovo sì allinea per diventare gallina? E la gallina si allinea per fare l’uovo?

Antoine-Laurent Lavoisier (1743-1794), chimico, nel 1761 sceglie, quando si scrive all’università, il professore di chimica che gli parli il più chiaro possibile, e s’imbatte in molti punti oscuri. Si accorge che ci sono un’infinità di soluzioni sul numero e sulla natura degli elementi, tutte ottenute per via deduttiva, e è probabile che nessuna vada d’accordo con la natura. L’ipotesi che un fisico fa trova il suo compimento, che non è una "dimostrazione", solo con i dispositivi pragmatici.

La ricerca sperimentale che cerca di dire com’è fatta la realtà, per intendere se sia nato prima l’uovo o se sia nata prima la gallina, appartiene alla fantasmatica del realismo, del realismo senza il fare, perché la realtà esisterebbe in quanto tale.

Questo realismo pragmatico che dovrebbe trovare il fare come "fatto", nella stessa struttura reale, è proprio quello che Galileo Galilei (1564-1642) chiama nel Saggiatore (1618) un "oscuro laberinto", la ricerca.

L’altra faccia dello sperimentalismo sarebbe invece quella data dalla matematica come scienza esatta, per esempio dall’equazione dell’itinerario dell’uovo e da quella della gallina. Da dove viene l’uovo? Dove va la gallina?

C’è un’equazione dell’itinerario? E l’itinerario dell’uovo o della gallina è fatto di una seria di punti? La linea è fatta di una seria di punti? La nozione di punto è quella di una posizione identificabile attraverso le coordinate X e Y? E la nozione di linea è anche quella dell’itinerario?

L’itinerario di ognuno è una linea o un arco di cerchio? La realtà, che forse Pitagora (570 ca.-497 ca. a.C.) indaga con le leggi che reggono la composizione dei numeri (se è questa l’esperienza di Pitagora, perché abbiamo solo delle citazioni di Pitagora, non ci è pervenuto il suo testo), sta al posto della politica delle cose che si fanno, e questa politica del fare non è già data. Non è un fatto.

Gli umani cercano la verità logica, la verità già data e da decifrare, per cui l’unica posta in gioco della realtà consisterebbe solo nel come scovare questa verità, che nelle religioni è data come rivelata, e in altre religioni è data come sempre da ricercare; e così il mito gnostico del Graal mette in scena la ricerca.

La verità logica, la verità che sta nelle premesse, nega il pragma, che dovrebbe ridursi alla circolazione nell’oscuro labirinto, alla ricerca della verità per decifrarla. A questo proposito, Platone (427-347 a.C.) è piuttosto influenzato dal pitagorismo più che della lezione di Pitagora. Forse Pitagora, secondo la suggestione di Armando Verdiglione, ha svolto un indagine intorno al numero originario, alla logica di vita, all’idioma.

È antica l’idea della realtà come insieme di punti, introdotta da Zenone di Elea (540 a.C.?), famoso per il paradosso di Achille e la tartaruga, ripresa poi dal discepolo, Leucippo (460 ca.-370 ca. a.C.) e sviluppata a sua volta da un altro discepolo di Leucippo, Democrito (460 ca.-370 ca. a.C.), al quale è ascritta la teoria dell’atomismo.

Secondo Democrito ci sarebbe gli atomi, gli indivisibili, perché la realtà non è divisibile all’infinito. È forse questa realtà come insieme di punti che giunge nella teoria dei quanti della meccanica quantistica? Anche attraverso il corpuscolarismo e l’atomismo di Newton (1643-1727)? Si giunge fino a Gassendi (1592-1665), che dice addirittura che questi atomi sarebbero generati da Dio: c’è una teologia rispetto a quest’atomismo. E le monadi di Leibniz (1646-1716) sono atomi di energia e anche di forza spirituale, anche per non suffragare l’atomismo che alimenta il materialismo.

La materia: c’è il continuo o c’è il discreto? C’è la divisione che non finisce mai, che troverà sempre particelle più piccole, ancora più piccole? L’atomo era già dato come ultima particella, era quella che non si poteva più dividere: questo è atomo, indivisibile, nell’etimo.

Allora, la materia, che non è ancora linguistica per la fisica, e nemmeno per l’astrofisica e ancor meno per la metafisica, è fatta di quanti o di onde? L’astrofisica non ha risolto la questione.

Ci si chiede, appunto, se è nato prima il quanto o l’onda, se è nato prima l’uovo o la gallina e c’ è anche chi si chiede se sia possibile la teoria unificata dell’uovo e della gallina. Altre domande pagane sono svolte nel realismo, ma 2+2=4? Non ci sarà qualcuno che creda che faccia cinque o dieci? Da chi veniamo? Allora, Adamo e Eva... Da dove sono venute le altre donne? Tutti figli dell’incesto? Eccetera. Questa è l’interrogazione realistica, che elude l’ipotesi pragmatica, elude la favola abduttiva.

La favola non si legge alla lettera. La lettura alla lettera è la tentazione del diavolo: "sta scritto", dice il diavolo a Gesù. Questa è l’ipotesi di Satana, che prova a fare il maestro di Gesù, che le cose siano già scritte, per cui si tratterebbe solo di leggerle, di decifrarle.

La verità sarebbe logica, quindi, un buon loico, un buon demone, come suggerisce Dante, sa trovare sempre la verità, che è sempre la verità della morte: gli umani in quanto animali mortali muoiono; e siccome sono morituri e morenti allora converrebbe loro di cedere alla tentazione sostanziale e mentale. Nel caso dell’Uomo, Figlio di Dio, sarebbe questione di trasformare le pietre in pane, di buttarsi e essere salvato, di vendere l’anima al diavolo e avere tutti regni e tutti beni della terra.

I quantificatori dell’infinito, non del finito, sono essenziali al valore estremo, alla qualità. E la quantità stessa poggia sul transfinito, che non è continuo né discontinuo.

La teoria dei quanti implica l’infinito o una realtà discontinua? Ci sarebbe la realtà come universo di punti, insieme di punti, mentre la teoria della relatività implicherebbe una realtà continua, l’onda ininterrotta?

Sia la teoria dei quanti che la teoria della relatività poggiano sull’ipotesi del continuo e del discontinuo, perché anche il discontinuo -l’ipotesi dell’atomismo - procede dallo stesso continuo.

L’interrogazione sulla materia passa per la mitologia di Platone e poi per la formalizzazione di Aristotele (384-322 a.C.) e successivamente con Euclide (ca. 300 a.C.) passa nella geometria, nell’aritmetica, e la matematica diventa una serie di postulati. Il postulato viene dal discorso, dall’impossibile idea dell’esperienza e non dall’esperienza. È l’assioma che viene dall’esperienza.

Quali sono i postulati? Che il punto sia localizzabile, che linea sia una serie di punti, che la superficie sia una serie di linee, che il volume sia una serie di superfici; e anche che per due punti passa una sola retta. È quel che è stato messo in discussione dalle geometrie dette appunto non euclidee: per un punto passano infinite linee. Si tratta delle geometrie iperboliche o paraboliche. Ma entrambe le geometrie, euclidee e non, mantengono l’ipotesi che l’itinerario sia una linea, sia un insieme di punti rappresentabile. Allora, dato un punto localizzato, l’equazione della vita è alla portata di ognuno.

Leonardo da Vinci si è accorto per primo che il punto di Euclide è immaginato e localizzato in quanto immaginato. Questo punto rappresentato costituisce la negazione del punto: "Il punto è mobile insieme col sito dov’elli risiede" (Codice Arundel).

ll realismo stremato della filosofia, poiché l’ontologia esclude il fare, come poi se n’è accorto Martin Heidegger (1889-1976), fino a René Descartes (1596-1650), ha cercato di dare delle coordinate a questo punto. E da allora le coordinate si chiamano cartesiane. Ma dove sta questo punto?

La cifrematica dice che il punto non è localizzabile. La psicanalisi dice che è quanto di più mobile rispetto alla pulsione. Il punto non è a portata di mano: è punto vuoto, non è un vuoto senza punto, non è un punto di vuoto, ma è punto vuoto: qualcosa che non regge il pieno della sostanza che è la credenza di tutti gli umani. La lezione di Armando Verdiglione si trova in particolare nel capitolo "Del nulla, del punto, della superficie, della decima caratta" in Leonardo (Spirali, 1993).

L’itinerario sarebbe dato da una serie curva di punti. Trovate le coordinate di un punto avremo l’equazione dell’itinerario: la funzione della curva. Questa è la vicenda della matematica che giunge con d’Alembert (1717-1783), Bernoulli (1654-1705) e Eulero (1707-1783) allo studio delle corde vibranti con la serie trigonometrica.

Fourier (1768-1830) calcola i coefficienti che permettono di sviluppare una funzione arbitraria in serie trigonometrica convergente. Le ricerche si orientano in due direzioni. Quella di Dirichlet (1805-1859), allievo di Gauss (1777-1855) consiste a fondare rigorosamente i risultati di Fourier, e mira una concezione generale della nozione di funzione a variabile reale, per studiare lo sviluppo di funzioni in serie trigonometriche.

Da parte sua Cauchy (1789-1857) si consacra allo studio delle funzioni a variabile complessa. Riemann (1826-1866) effettua in seguito un lavoro dove sviluppa la teoria di Cauchy, generalizzando i risultati di Dirichlet. Poco dopo, Lipschitz (1832-1903) si presenta come continuatore di Dirichlet. Il lavoro di Riemann è ripreso come Analysis situs, o topologia, da Enrico Betti (1823-1892).

E Gilles Deleuze (1925-1995) si rifà a Riemann, alla sua spazializzazione complessa, dove la complessità diviene pluralità, nomadismo che conferma l’ipostasi del soggetto, il monismo. Per Deleuze la molteplicità è dell’uno, non dell’Altro. E Jacques Lacan (1901-1981) è affascinato dall’impossibile topologia dei nodi e della vita.

C’è già quindi la questione del tempo, della corda, della serie, della funzione e le loro negazioni, ossia che la funzione sia algebrica, spazializzante, in altri termini trigonometrica: non solo geometria ma trigonometria, quasi antropometria, col sospetto che la funzione sia umana, funzionalizzabile da parte di un soggetto. Con all’orizzonte la trigonometria sferica che si fonda sulla funzione trigonometrica, che si può considerare oltre che funzione di un angolo anche funzione dell’arco di cerchio che sottende l’angolo.

C’è un angolo nel cerchio? Era l’ipotesi abduttiva del poeta Bernard Hreglich. Si tratta della quadratura del cerchio, della misura dell’intervallo, della formula del continuo, ossia l’equazione della funzione circolare dell’angolo, a partire da un punto situato; ma il situs è insituabile.

E Lacan tenta di uscirsene dall’impasse della topologia con l’asfera e con la bottiglia di Felix Klein (1849-1925), con l’impossibile teoria unificata del pieno e del vuoto (al posto dell’uovo e della gallina c’è l’allegoria del bicchiere mezzo vuoto o mezzo pieno).

E Georg Cantor (1845-1918) è intellettualmente influenzato da Hankel (1839-1873), Weierstrass (1815-1897) e Eduard Heine (1821-1881). Il primo, nel 1867, precisa la nozione di funzione e di funzione continua.

Weierstrass introduce il concetto di "convergenza uniforme" relativamente al tema del discreto-continuo e la sua ricerca insiste sulle funzioni analitiche e sulle funzioni ellittiche. Infine Heine, collega di Cantor a Halle, studia le serie trigonometriche, e introduce nel 1870 la nozione, ispirata da Weierstrass, di "convergenza uniforme in generale", con l’eccezione della vicinanza immediata di un numero finito di punti di discontinuità. In tal modo, il continuo e il discontinuo, o il discreto, si possono cogliere come dei postulati. Heine constatando che lui stesso oltre Dirichlet, Riemann e Lipschitz non ha dimostrato lo sviluppo in serie trigonometriche che per dei casi specifici e mai nel caso generale, incoraggia Cantor a rispondere alla questione: data una funzione qualunque, il suo sviluppo in serie trigonometrica è unico?

Ma solo una funzione supposta qualunque può serializzarsi, a partire da un numero a sua volta supposto primitivo e che funzionerebbe come garante. Nel 1870 quando Cantor comincia a pubblicare i suoi lavori sulle serie trigonometriche il questionamento riguarda l’unicità dello sviluppo della serie: e quindi la serie trigonometrica è un postulato per dare l’equazione della corda, della curva, dell’itinerario.

Ora la serie è infinita e non geometrizzabile, non trigonometrizzabile e non algebrizzabile. E Kurt Gödel (1906-1978) s’accorge che la funzione della curva che all’infinito è un cerchio permetterebbe di viaggiare nel tempo, e quindi il figlio potrebbe andare nel passato e uccidere il padre prima di essere generato: questo paradosso non ha ancora trovato la sua denominazione. Il paradosso del padre che procede dal figlio?

Per dare brevemente l’idea, a un certo punto i matematici, per motivi pratici (rubricati come matematica applicata), si chiedono come sono fatte le campate delle corde: come mettere un pilone qui e uno là, da A a B, e connetterli con una corda per trasportare le cose, per scendere dalla montagna, per passare da una montagna a una altra.

Quale la curvatura? Qual è la curva, l’itinerario? La risposta è l’invenzione della trigonometria. E una curva risulta formata da una serie di curve di differente curvatura. E di ogni segmento di curva è reperito il segmento di cerchio.

E la misura del cerchio è calcolata per approssimazione, detta convergenza, con l’infinitesimo triangolo che sottende l’arco di cerchio, poiché all’infinito la differenza tra l’arco di cerchio e il segmento del lato del triangolo è praticamente nulla. Ma non è nulla! Sarebbe la quadratura del cerchio.

L’equazione dell’itinerario con la funzione trigonometrica è importantissima, perché Cantor si è inventato il tranfinito partendo dalla funzione trigonometrica e dall’ipotesi del continuo che da un punto all’altro dell’itinerario abbiamo sempre l’equazione che lo descrive, con le sue variabili.

E Cantor non dimostrando mai l’ipotesi del continuo (nessuno l’ha dimostrata) - che Charles Sanders Peirce (1839-1914) chiamerebbe ipotesi non abduttiva (per questo l’ipotesi non sarà mai dimostrabile: è come dimostrare l’esistenza della fenice o della chimera) - reperisce l’originario in questione, ovvero il transfinito. Rimane che l’itinerario "locale" (per andare da A a B) reperito dalla matematica non è isomorfo né omomorfo all’itinerario di vita.

La vita non va da A a B.

Dove arriva l’ipotesi della linea? Questa linea la troviamo dappertutto, persino tra Romolo e Remo, nella linea di partito, nella linea come base delle teorie dell’astrofisica, e quindi dell’universo. Anche Einstein ha in mano una linea e questa è la linea di forza dell’universo, e data una linea (una serie di punti immaginata) se segue la formula dell’universo.

Questa linea, curiosamente, ma c’è chi lo dice senza capire perché, all’infinito è un cerchio. Tutto circola, al punto che Gödel, quasi mai citato dagli astrofisici, arriva ha dire che se l’universo è fatto così, correndo nel futuro ci troveremo nel passato.

Allora, per Michael Faraday (1791-1867), lo spazio è un struttura formata da linee di forza. E Williams Thomson, noto come Lord Kelvin (1824-1907), interpreta la linea di forza con una legge matematica, ossia matematizza la linea di forza: dà l’equazione della linea (e il pretesto per leggerla come equazione dell’itinerario) e per primo impiega il termine "energia".

James Clark Maxwell (1831-1879) redige una teoria unificata di campo, ma il campo occorre intendere che è fatto da una serie di linee, ogni linea è data da una serie di punti e ogni punto è localizzato. E una serie di superfici di campo danno il volume della volta del cielo, dell’universo, del cosmo, delle galassie.

Quindi, dato un punto e il primo accenno della traiettoria (l’istante zero rimane impensabile) sapremo da dove viene l’universo e dove va, se è venuto dal big bang e se va nei buchi neri; sapremo se è nato caldo e se morirà freddo: questa è una delle ipotesi più accreditate, e è puramente fantastica.

Per questa teoria unificata di campo (il campo unificato è quello dell’uno unico unificante), il campo è geometrizzato, linearizzato, puntificato in un insieme infinito di punti, tale che è possibile capire qual sia la direzione del campo. Questo campo non è ancora intellettuale, sebbene racchiuda, questa teoria unificata di campo di Maxwell, l’intera gamma di fenomeni elettrici, magnetici, ottici.

Il campo elettromagnetico si propaga nello spazio come un’onda di cui la luce è una forma, e Heinrich Hertz (1857-1894) di queste onde offre la base delle radiocomunicazioni, studiate da Augusto Righi (1850-1920), e Guglielmo Marconi (1874-1937), per mezzo delle onde elettromagnetiche, invia dei segnali fra due località e inventa così il telegrafo senza fili.

Non che la matematica non abbia efficacia locale: si tratta di distinguere tra gli strumenti forgiati dalla matematica e l’itinerario di vita, che non è leggibile avant-coup. A un certo punto ogni teoria matematica è data come teoria della vita (spesso come legge del pensiero), non più come quella teoria con la quale si è instaurato un dispositivo: un’invenzione e un gioco pragmatici e non metalogici.

Pragmaticamente, utilizzando le onde elettromagnetiche inviamo un messaggio, senza che la teoria dell’elettromagnetismo divenga la nuova pseudologica della vita. Cosa che è stata tentata anche con le teorie del magnetismo animale e umano, per esempio con Franz Anton Mesmer (1734-1815).

Cioè ogni teoria locale, parziale, che tolta dalla parzialità implica un dispositivo pragmatico che è giunto alla conclusione, non fonda nessuna logica degli eventi. Mentre un dispositivo pragmatico segue a un’ipotesi abduttiva, un’ipotesi non solo deduttiva.

Anche la telepatia è un ipotesi deduttiva, ma pragmaticamente mai verificata. Non stiamo dicendo che non ci sia il pragma in una vicenda etichettata come "telepatia", ma questa non è la teoria della vita, sebbene ammetta come valida la teoria delle onde elettromagnetiche.

L’onda della vita, per esempio, è un’altra cosa. L’onda della vita non è matematizzabile, l’onda che ci porta non è visibile, l’onda che ci porta non è soggetta al secondo principio della termodinamica, non si degrada l’energia, non scemerà, non finisce, non è una forza che muore, non siamo portati dalla morte. Nessun portatore della morte né della luce: nessun necroforo e nessun lucifero.

Nel 1850, il fisico tedesco Rudolph Clausius (1822-1888) constata che nella trasformazione energetica c’è una perdita di energia sotto forma di calore, che non può essere trasformato in nessun altro tipo d’energia, questo fenomeno di degradazione dell’energia in calore è quello che viene chiamato da Kelvin nel 1851 come secondo principio della termodinamica, e Clausius nel 1865 introduce il termine "entropia" per definire il secondo principio della termodinamica, la degradazione dell’energia.

La strada è aperta al calore e al gelo assoluti: se la temperatura è sempre scesa, risalendo all’istante zero non poteva che essere infinitamente grande; mentre continuando a scendere non potrà che diventare infinitamente piccola.

Tra gli astrofisici questa fantasmagoria è considerata ancora l’ipotesi standard. La strada è appunto quella che va dal calore assoluto dell’inizio dell’universo alla sua futura morte termica, nascita e morte (punto di partenza e punto di arrivo) che sono corollari dello zero potenziale e dell’infinito potenziale. Dalla temperatura infinitamente alta fino alla temperatura infinitamente bassa, tra alti e bassi: questi sono i ricordi di copertura, non dell’apertura, ma del suo impossibile toglimento.

Inoltre, è proprio Lord Kelvin che ha proposto nel 1902 una teoria di descrizione atomica con la forma del nodo. Curioso, perché sta ritornando questa ipotesi, non a livello atomico ma a quello subatomico con la nozione di "stringa". Kelvin descriveva la struttura dell’atomo con un nodo, un vortice, prima che diventasse modello standard quello orbitale proposto nel 1911 da Ernest Rutherford (1871-1937).

L’atomo è indotto dal nodo? Il nodo della vita, il nodo della materia? Qual è la questione dell’uovo e della gallina se non quella del nodo, del modo dell’apertura? E nato prima il quanto o l’onda?

Le leggi deterministiche e le leggi probalistiche costituiscono le due correnti, le due risposte impossibili. C’è la corrente deterministica, causalistica, per la quale le cose accadono così perché c’è una concatenazione di cause e di effetti (la catena significante di Lacan poggia su questa corrente), e c’è la corrente probabilistica, che è solo più incerta nel reperire le cause e gli effetti, e misura la probabilità statisticamente: ci potrebbero essere delle particelle in una posizione, in particolare a livello subatomico non c’è certezza ma indeterminazione.

Si tratta del principio di indeterminazione di Werner Heisenberg (1901-1976). E rispetto alla posizione degli elettroni, nel 1925 Wolfgang Pauli (1900-1958) formula il principio di esclusione, ovvero indica non solo che due elettroni nello stesso tempo non possono occupare la stessa posizione, ma indica altresì come il dibattito matematico si svolga sotto un cielo aristotelico.

Determinazione e indeterminazione hanno come orizzonte ancora una volta la realtà, la realtà già fatta e apparentemente scomponibile in volumi, superfici, linee e punti. La questione degli astri e della loro fisica, parte proprio dall’uovo e dalla gallina, parte dai punti e dalla linea, perché la questione degli astri per gli astrofisici è la questione del punto e della direzione della forza dell’universo. Gli astrofisici sanno dire quanto è lontana una stella perché hanno una linea di forza che devia e su questa deviazione, tutta da leggere, inducono la traiettoria.

L’onda e il quanto sono un modo di porre la questione del nodo, ma non c’è l’atomo nodo. Noi possiamo dire oggi che l’atomo, l’oggetto della pulsione, l’oggetto della vita - specchio, sguardo, voce - è indotto dal nodo, dal due, dall’apertura irrappresentabile, improcedibile, inconciliabile.

Inconciabile dell’uovo e della gallina, inconciabile di Adamo e d’Eva. Il due è originario: non c’è "uno" dietro Adamo e Eva. Il deus ex-unum non è zero come funzione, né Dio come operatore: è dio fatto immagine e somiglianza dell’antropomorfismo che già con Aristotele è zoomorfismo.

La gallina funziona come zero? L’uovo funziona come uno? L’uovo e la gallina sono due fantasmi di fantasma, secondo la definizione di ipotesi non abduttiva di Peirce. Fantasmagorie dell’uovo e della gallina. Noi non abbiamo queste risposte, come non le abbiamo per il colore degli occhi di altri esseri viventi nelle galassie.

Il casualismo e il determinismo sono modi della circolarità, come la legge statistica e probalistica. Perché? Quale orizzonte hanno? Quello della realtà già data, la realtà che cercano i filosofi, che cercano gli astrofisici: non ciò che viene pragmaticamente inventato. Perché, c’era prima il ponte, c’era prima la navicella, c’era prima il sommergibile, c’era prima il disegno sulle grotte?

Come definire ciò che non c’era? Arte, industria, opera. Qual è la logica e l’industria delle cose? Alcuni filosofi hanno provato a rispondere. Baruch Spinoza (1632-1677) distingueva tra natura naturata e natura naturante.

È naturato l’uovo e la gallina è naturante? È naturata la gallina e l’uovo è naturante? Non è risolta la questione, ma non è risolvibile, è posta già in modo gnostico, come se ci fosse la rappresentazione delle cose nel sistema dell’albero della conoscenza del bene e del male.

Nella chimica, nel 1861, il russo Aleksandr Mihajlovic Butlerov (1828-1886) introduce il termine struttura per indicare il nuovo modo di rappresentare le formule delle sostanze. Ma l’occasione d’indagare la struttura materiale del punto, della linea, della superficie, del solido, non è colta: la sostanza e il dualismo che implica prosegue a rimanere l’impossibile sostituto della materia di vita.

La meccanica razionale, il funzionamento meccanico delle cose risponde all’ipotesi del labirinto senza paradiso. Non c’è meccanica pragmatica che non sia circolare; se è meccanica è nella circolarità. Cartesio elabora l’uomo come macchina e è l’uomo nel labirinto, nell’oscuro labirinto. Al punto che ognuno nel razionale può avere il proprio punta di vista nel labirinto, ognuno può guardare il suo ciottolo nel labirinto, basta che circoli.

Ernst Mach (1838-1916), [è leggendo Mach che Einstein s’è trovato a inventare], sostiene che la scienza ha un valore soggettivo, relativo al punto di vista dell’osservatore e agli strumenti dell’osservazione stessa, e dice: "tutte le sostanze sono enti mentali", ovvero dice che la realtà è una costruzione fantasmatica.

Ginecologia fantastica del reale, che è un aspetto dell’anatomia del corpo dell’animale e poi dell’uomo, che si realizza come strip-tease con il corpo della donna. Gli umani cercano la verità. Gli aruspici sventravano l’animale per leggere la verità nelle viscere. Lo scienziato aristotelico disseziona il corpo dell’animale e poi il corpo dell’uomo.

La lezione di anatomia s’inscrive nella macelleria umana? Dalla microfisica alla macrofisica, gli umani scrutano la matrice cosmica, realizzando il cerchio erotico, magico e ipnotico: tutti figli della grande madre. E la teorizzazione di Carl Gustav Jung (1875-1961) è solo un aspetto di questa religiosità, che altro non è se non la naturale mitologia pagana, che dovrebbe sbarrare il passo alla complicatissima Bibbia, che sospende questa credenza già nel Genesi, e al suo invisibile Dio, uno e trino.

Ma Dio è uno o è trino, si chiede la gnosi? L’enigma della trialità si aggiunge a quello della dualità. Dio, l’uovo e la gallina?

Nel 1913, il fisico danese Niels Bohr (1885-1962) combina il modello atomico di Rutherford con l’ipotesi dei quanti elaborata da Max Planck (1858-1947) nel 1900, per risolvere l’enigma dello spettro del corpo nero, che sarebbe quel corpo ideale in grado di assorbire tutte le radiazioni di tutte le lunghezze d’onda senza rifletterne alcuna. E dopo, Albert Einstein (1879-1955) formula l’ipotesi dei quanti di luce, ma essenzialmente è per le strade della relatività che procede.

Max Planck non considera la distribuzione di energia come infinitamente divisibile, tale che darebbe come possibile un numero infinito di distribuzioni diverse e postula la non continuità dell’energia. L’energia sarebbe composta da un determinato numero di parti eguali e finite: l’energia è definita a partire dalla sua fine.

E Cartesio, prima, impiega lo stesso metodo per affrontare la difficoltà, dice: "prendiamo la difficoltà e la dividiamo in tante piccole difficoltà", ma è un postulato che si possa dividere in tante piccole difficoltà, è un postulato che l’energia sia divisibile in tante piccole particelle di energia.

L’orgone era l’atomo dell’energia bioelettrica che si era inventato Wilhelm Reich (1897-1957) che, accusato di ciarlataneria, è stato incarcerato dall’ufficio anti-droga americano nel 1956, e è morto nel penitenziario. Reich aveva capito che c’era l’energia vitale, l’energia sessuale, cosmica, e aveva inventato la macchina per catturarla e utilizzarla come medicina, per rivitalizzare qualcuno.

Fa sorridere? Eppure la via chimica pare legittima per curare la moratoria mondiale, produce un business che Reich nemmeno sognava, e sopra tutto non fa sorridere nessuno: è una cosa serissima. E nessuno lo mette in dubbio. A parte Leonardo da Vinci e Armando Verdiglione.

Max Planck reagisce all’ipotesi dell’infinito potenziale, che si potrebbe dividere sempre, e divide in parte eguale il finito, il locale. È questo il discreto? È questa la discrezione delle cose? Planck è interessato all’efficacia locale, poi utilizzata per saperci fare con la vita assoluta, globale e non locale.
L’ipotesi del discontinuorispetto al continuo evita lo zero, evita l’uno e evita l’infinito funzionale. Quindi la distinzione tra teoria corpuscolare o quantica e teoria ondulatoria è convenzionale.

L’uovo e la gallina faranno sempre parte della fiaba, per introdurre il due, l’apertura, ma non c’è appunto quell’uovo e quella gallina: sono convenzionali, ma non giungono a porsi come ricordo di copertura, perché l’impossibile negazione dell’apertura portaal riso.

Lo zero potenziale porta che ci sarebbe un istante in cui è nato tutto, questa è l’ipotesi. All’infinito, ci sarebbe quel uno da cui tutto è partito, apparentemente; e dov’è va a morire? Nell’ultimo uno? Sarebbe il buco, o la morte per gelo dell’universo o il buco nero. Big bang e buco nero che mai sono dati con certezza. Per esempio, Tullio Regge e Giulio Peruzzi, astrofisici, in Spazio, tempo e universo (Utet, 2003), mantengono ancora come ipotesi i buchi neri, e mai affermano che sia stata data la prova diretta della loro esistenza. E non sorprende che scrivano: "Il piano può anche essere concepito come il limite di una sfera il cui raggio diviene molto grande". E la curvatura ellittica (negativa o positiva) di Riemann, iperbolica di Gauss o di János Bolyai (1802-1860), o parabolica di Nikolaj Lobacevskij (1793-1856) è un volo di Icaro se presa come itinerario di vita.

Il fisico Steven Weinberg (1933), in I primi tre minuti (Mondadori, 1977), premio Nobel di astrofisica nel 1979, con tutti dubbi, dà anche l’ipotesi del big bang; addirittura l’ipotesi del big bang si chiama "modello standard": cioè la convenzione diffusa e mai provata. Ma anche i buchi neri: nessuno ha mai detto che l’ipotesi è provata. È un ipotesi che là dove lo hanno detto ci sia un buco.

E anche l’anti-materia è stata postulata da Paul Adrien-Maurice Dirac (1902-1984) e quasi mai provata. Solo il positrone (il corrispettivo positivo dell’elettrone) è l’antiparticella che è stata "scoperta" nel 1932 da Carl David Anderson (1905-1991) studiando i raggi cosmici.

Weinberg dice che l’astrofisica nel primo centesimo di secondo dell’universo si trova a narrare una fiaba di una sconcertante incertezza, preferendo che nella teoria ci fosse un senso maggiore di inevitabilità logica. Infatti, la logica inevitabile è quella aristotelica: evitata la vita al suo posto sorge la logica inevitabile come sentinella.

Weinberg dice di non sapere di che cosa sta parlando scrivendo sui primi tre minuti dell’universo, che lo vede raffreddarsi e cuocere nel suo brodo. E la radiazione cosmica di fondo (fondata per supposizione di isotropia, ossia indipendente dalla direzione) e lo spostamento delle righe dello spettro verso il rosso - che sono la base della cosmogonia standard - indicano solo che si tratta di inferenze o deduzioni logiche sull’onda, sulla riga, la linea dello spettro di luce: Weinberg le chiama "interpretazioni".

La linea è solo un frammento di cerchio, al punto che: "Tutti i problemi che dobbiamo affrontare per comprendere i primi tre minuti si ripresentano a livello di predizione del corso degli eventi negli ultimi tre minuti". Permane il dubbio che gli astronomi osservino una considerevole porzione dell’universo o un mero vortice locale compreso in un più vasto maelstrom cosmico. E per Weinberg, il concetto stesso di distanza (spazio) diventa ambiguo.

Inoltre, la funzione di morte è circolare: il punto di partenza si doppia sul punto di arrivo. E Weinberg lo scrive, senza cogliere che si tratta di una fantasmatica: "Se noi iniziamo un viaggio in linea retta non raggiungeremo mi i confini dell’universo ma torneremo al punto di partenza", e non cita mai Gödel.

Due ipotesi completamente differenti e sorte nello stesso modo, cioè per via deduttiva, per via di premessa logica, dato Saturno viene inferita l’esistenza di Nettuno, e settant’anni dopo scoprono Nettuno. L’ipotesi deduttiva si realizza sempre? C’è un movimento particolare di Mercurio tale che non segue la stessa rotta, l’ellisse che disegna è leggermente sfasata ogni anno, e ne è stata dedotta l’ipotesi di Vulcano. Vulcano sarebbe stato il pianeta più vicino al sole, prima di Mercurio. Ma non è mai stato reperito Vulcano: non c’è nessun altro pianeta tra Mercurio e il sole. L’ipotesi deduttiva è solo per via pragmatica che può trovare la sua consistenza.

C’è da chi a modo suo si accorgeva di queste questioni, con umorismo: nel 1927, il fisico inglese William Henry Bragg (1862-1942), sulla situazione dell’astrofisica dice: "insegniamo la teoria corpuscolare il lunedì, mercoledì, venerdì e la teoria ondulatoria il martedì, giovedì, sabato". E a noi resta la domenica che funziona come zero, come lievito per elaborare la scienza di vita.
Che scienza è quella che nei giorni dispari si insegna con la teoria quantica e nei giorni pari si insegna con la teoria ondulatoria? È la scienza del discorso della morte e non la scienza della parola?

Max Born (1882-1970) e Ernst Jordan (1902-1980) mettono a punto la meccanica delle matrici per rappresentare grandezze fisiche come la posizione o l’energia. E qui si tratta ancora della modalità per dare la posizione. Dov’è sta il quanto? Dov’è sta l’onda?

Wolfgang Pauli, citato, cerca di distinguere con il principio di esclusione. E la ricerca approda nel 1927 con il principio d’indeterminazione di Werner Heisenberg, per altro citatissimo dall’ideologia di sinistra che lo prende per uno slogan politico, in base al quale non è possibile misurare precisamente e nello stesso tempo la posizione e la velocità di una particella.

E questa "apertura" viene subito chiusa e interpretata dallo stesso Heisenberg in termini probalistici e statistici. E per reinterpretare questo principio Niels Bohr enuncia il principio di complementarità che specifica come gli aspetti corpuscolare e ondulatorio della natura non siano in contraddizione. Ovvero, che cosa fa? Salva l’uovo e la gallina. I principi di Heisenberg e di Bohr completano la nascita della meccanica quantistica.

Anche Gödel salva l’uovo e la gallina di Cantor, perché dice che l’ipotesi del continuo potrebbe essere valida o non valida, per il sistema. Infatti, il sistema non ha neanche bisogno dell’uovo e della gallina: è la circolazione stessa, oppure è l’uovo e la gallina fatti circolazione.

Le leggi statistiche e probalistiche della meccanica quantistica e le leggi causalistiche e deterministiche della meccanica newtoniana sono le due facce della stessa questione. Quella del discorso scientifico, del paganesimo, del politeismo formalizzato da Aristotele giunto sino alla scienza. La scienza non è il discorso scientifico. Gli astrofisici come scienziati procedono quando non assumono completamente questa antica fiaba greca.

Scrive Einstein nella lettera a Max Born del 4 dicembre 1926: "La meccanica quantistica è degna di ogni rispetto, ma una voce interiore mi dice che non è ancora la soluzione giusta. È una teoria che ci dice molte cose, ma non ci fa penetrare più a fondo il segreto del grande vecchio. In ogni caso, sono convinto che questi [Dio] non gioca a dadi con il mondo".

Nemmeno Einstein mette in discussione l’efficacia locale delle teorie (la sua annotazione non riguarda solo la meccanica quantistica, ma anche la teoria della relatività). Rimane in discussione che la teorizzazione dell’efficacia locale sia una teorizzazione valida per l’efficacia di vita (inseguita con la teoria generale unificata).

La vita non ha nulla di locale, quello che viene chiamato locale riguarda i dispositivi che approdano alla loro cifra, che è la qualità stessa.

Non a caso, Einstein, determinista, s’interroga sul segreto del grande vecchio: dietro l’ipotesi dell’uovo e della gallina c’è l’ipotesi del Dio agente, delegato al servizio degli uomini deleganti.

La meccanica quantistica dove depone le armi? Sulla grande scala, la scala molecolare, e questo ha dato il via alla biologia molecolare, che è giunta dove? È forse giunta con le linee curve e con le loro equazioni al codice genetico, alla mappa del Dna? Ma la mappa dell’esperienza è un’altra cosa.

Nella terza memoria, Einstein sottopone a revisione i concetti tradizionali di spazio e di tempo, nel tentativo di risolvere i contrasti fra le teorie di Newton e di Maxwell, che nel 1875 nell’Enciclopedia britannica, scrive ancora un articolo sull’etere, sulla quintessenza.

Ma lo spazio e il tempo rimangono dimensioni in Einstein, saldamente ancorati al sistema aristotelico; e anche la relatività ristretta è legata ai soli moti rettilinei e uniformi. Lo scienziato ha sempre in mano la retta.

E l’equazione dell’universo di Einstein è quella della linea che localmente permette di andare da A a B. Achille potrebbe raggiungere la tartaruga, se non ci fosse Zenone a dire strane cose. E non solo la relatività ristretta è legata ai moti rettilinei e uniformi, ma consegue alla teoria del punto e della linea di Euclide: così gli intervalli di tempo e i segmenti di spazio non solo dipendono dal sistema di riferimento ma sono il sistema di riferimento in atto. Il sistema d’Aristotele in versione euclidea, geometrica.

Ricompare l’uno diviso in due, che può fare cerchio e inseguire la sua metà come padre o come gemello. Infatti, l’uno si può dividere in due gemelli, l’uno terrestre e l’altro extra-terrestre, ossia viaggiante nello spazio alla velocità prossima della luce e quando i due gemelli si rincontrano il primo è un vecchio e il secondo è ancora un bambino. Questo è il paradosso dei gemelli formulato da Paul Langevin (1872-1946).

Certamente questa teoria fisica produce la scissione dei nuclei atomici, l’uno che si divide in due, e dal momento che nella fissione si verifica una piccola perdita di massa, in base all’equazione di Einstein essa deve generare un enorme quantità d’energia. E= mc², l’energia è connessa alla massa. Inoltre l’atomo d’uranio che si spezza in due emette due neutroni, che possono andare a colpire altri atomi, liberando una nuova quantità di energia... Questa è la famosa fissione nucleare a catena. In un attimo è la bomba: una esplosione d’incalcolabile potenza, anche un’allusione all’infinito potenziale, l’altro nome dell’infanticidio.

La negazione del figlicidio è l’infinito potenziale in azione, non a caso la prima bomba atomica usata dall’uomo contro l’uomo su Hiroshima sarà chiamata Little Boy. Infinito potenziale che sospende il transfinito e il mito del padre sottolineato dal nome del bombardiere, il B 29 che ha portato la bomba, chiamato Enola Gay, il nome della mamma del comandante della missione. Se l’avessero chiamata la grande madre sarebbe stata la stessa cosa, potevano anche chiamarla Lilith, nonostante che la concorrente di Eva non faccia figli. La seconda bomba, quella buttata su Nagasaki, si chiamerà Fat Man, ciccione, sempre questione d’infanticidio. Ciccione ha ucciso di più di Bambino: la prima bomba ha ucciso trentamila persone e la seconda bomba settantacinquemila. E molte altre persone morirono in seguito a causa delle radiazioni.

Prendere la deduzione logica per ipotesi pragmatica è il pane quotidiano di ognuno, non solo del matematico o del fisico. Weinberg scrive con lucidità, tra parentesi, sempre ne I primi tre minuti: "L’esistenza di antiparticelle è una conseguenza matematica diretta dei princìpi della meccanica quantistica e della teoria speciale della relatività di Einstein".

La "conseguenza matematica" richiede il dispositivo pragmatico per valorizzarsi, per giungere alla qualità, che non è intrinseca alle premesse logiche, un modo per accennare ai princìpi non come assiomi ma come postulati del discorso. E cercando la lista dettagliata delle particelle del protouniverso, si chiede Weinberg, perché non indicare anche il sale e il pepe?

In effetti, la conoscenza dell’universo cerca la ricetta, ovvero il rebus: "In questo caso, nulla ci vieterebbe di concludere che l’universo è troppo complicato e troppo arbitrario perché valga la pena di cercare di capirlo". "L’universo potrebbe oggi essere infinito; in tal senso era infinito già all’epoca del primo fotogramma, e sarà sempre infinito".

Nessuna conoscenza della ricetta. Lo zero e l’infinito sono impensabili: "Purtroppo il nostro film non può partire al tempo zero e in corrispondenza di una temperatura infinita".

"È come se preparassimo con cura un pranzo - gli ingredienti più freschi, le spezie più ricercate, i vini più pregiati - e facessimo poi bollire il tutto in una pentola per un paio d’ore. Sarebbe difficile, anche per l’ospite più avvertito, distinguere che cosa gli viene servito" .

Eppure anche la cucina di Weinberg è senza gnosi, e trova lo statuto intellettuale nella scienza della parola. Il film della cifrematica comincia con lo zero, con il nome, con il padre come nome, e non più come nome del nome, garante della circolarità. La crescita non è dall’istante zero, ma è proprietà dello zero, del lievito.

Le cose cominciano non dal tempo zero ma dal due, e risulta impossibile isolare lo zero, Weinberg se ne accorge con umorismo: "È esattamente come se si cercasse di isolare un capo di un pezzo di spago; se si tira con forza lo spago si romperà, ma come risultato finale si otterranno due pezzi di spago, ciascuno con due capi!" .

Le metafore dell’uno che si divide in due sono legione. La vita dell’uno? "Lo sforzo di capire l’universo è tra le pochissime cose che innalzano la vita umana al di sopra del livello di una farsa, conferendole un po’ della dignità di una tragedia". Ovvero l’ipotesi deduttiva negativa si realizzerebbe sempre, qual’ora l’astrofisica si confermasse nel discorso della morte.

L’indagine sulla particella ultima procede anche per via linguistica. Dal mesone, dal greco mésos, medio, al muone, al pione, all’adrone, dal greco adrós, duro, forte, al quark, termine del 1964 di Murray Gell-Mann (1929), che l’ha ricavato da una frase di un opera di James Joyce, Finnegans wake, inizialmente pensato come modello matematico, e poi agli aces (assi), termine caduto in disuso.

I quark sono considerati una delle famiglie di particelle fondamentali della materia, l’altra famiglia è quella dei leptoni, dal greco leptós, leggero, sottile, che comprende anche la particella tau, scoperta nel 1975.

E d’ipotesi in ipotesi, a ogni quark e a ogni leptone è associata un’anti-particella, e entrambi avrebbero come trasmettitori delle loro forze i gluoni. Dirac nel 1931 ha supposto che l’equazione d’onda (sempre la linea curva o ondiforme come itinerario) che descrive il comportamento relativistico dell’elettroni doveva essere caratterizzata da stati energetici sia positivi che negativi.

La sua ipotesi è che se c’è la materia, c’è anche l’anti-materia: quando una particella collide con la sua antiparticella, esse annichilano producendo radiazione elettromagnetica. In questa ipotesi, il quanto precede l’onda.

E c’è chi teorizza con il GUT, Grand Unification Theories, che quark e leptoni appaiono come stati diversi della stessa particella. E per altri la stringa, corda o laccetto, sarebbe un oggetto unidimensionale (uovo dell’uovo) i cui modi di vibrazione sarebbero le particelle. Ma altri ancora affermano che la membrana (gallina della gallina) vibrante a più dimensioni incorpora la stringa.

Sino alla M-theory di Edward Witten (1951), che riguarderebbe la supergravità a undici dimensioni, che unificherebbe le teorie di stringa e di membrana: la M di M-theory sta per magia, mistero o membrana, precisano Tullio Regge e Giulio Peruzzi nel 2003. Fantascienza?

La ricerca della particella ultima della materia, dalla quale ricostruire poi la vita per via algebrica, è lo stesso sogno del golem, della partenogenesi, della clonazione umana. Se a un certo punto fosse fabbricata una particella organica e con un soffio cominciasse a vivere, l’uomo sarebbe "finalmente" diventato come Dio, creatore.

Gerard’t Hooft, premio Nobel per la fisica del 1999, dice: "una teoria fondamentale universale non sarà mai possibile. Ritenere che la ’pietra filosofale’, per chi voglia raccoglierla, sia lì pronta a portata di mano sarebbe prova di scarsa saggezza".

Ci sarà mai la teoria unificata dell’uovo e della gallina? Può la copia raggiunge all’infinito l’originale? Può l’imitatore di Kafka raggiungere Kafka?

Può l’infinitesimo lato del triangolo raggiungere l’arco di cerchio che sottende? Può X essere per davvero uguale a Y quando scriviamo che X = funzione di Y? Oppure l’identità richiede l’omissione della "funzione" e della sua logica? Se non possiamo abolire questo infinitesimo scarto tra X e Y (che mantiene la distinzione tra l’imitatore di Kafka e Kafka), possiamo almeno fondarci su X = X, senza che questa formula implichi un altro paradosso, per esempio quello che l’identità sotto il segno delle parallele (il segno "uguale") crea due X, ossia il doppio di X, il suo sosia, il suo "parallelo", che tanto affascina Conrad e Dostoevskij?

La teoria fondamentale universale è la teoria ad infinitum: la teoria potenziale, che se esistesse, farebbe circolare tutto. La teoria che avrebbe la verità contenuta nelle sue premesse: la pietra ipotetica, la pietra filosofale, sarebbe già stata raccolta, poiché era a portata di mano, e starebbe lì, nella logica. L’etimo di logos è "raccolto"; e solo per la mano di scimmia è dato come naturale.

Il frutto non è davanti, nel centro del giardino, a portata della mano che brama la conoscenza del bene e del male. Il raccolto è arte, discernimento: l’etimo di leggere è lo stesso di logos, è sempre discernere, altrimenti non leggeremo un testo ma avremo delle macchie nere davanti agli occhi.

La lettura richiede la logica e la politica di vita, non il discorso sulle lettere, non l’alfabetica delle piccole o delle grandi lettere, in altri termini non l’algebra.

La cifrematica è la scienza della parola originaria: nulla a che vedere con la scienza del discorso, con la scienza dell’equazione che all’infinito operebbe la quadratura del cerchio di morte, che tuttavia non riesce a sovrapporsi all’irrappresentabile itinerario di vita, che non è già dato e non è già scritto.

L’itinerario di ciascuno non è né circolare né quadrato, è senza più genealogia delle forme; non c’è la quadratura del cerchio, e il triangolo delle serie trigonometriche è la metà di un quadrato: è sempre la quadratura del cerchio che viene inseguita da ognuno.

Se l’astrofisica si realizzasse come discorso avrebbe trovato la quadratura dell’universo e non solo del cerchio, infatti tanti teorici degli astri dicono che l’universo è una palla, è una sfera.

L’infinito potenziale (la possibilità di Achille di raggiungere la tartaruga andando da A a B) sta al posto della politica, del pragma. L’altra saggezza, la cifrematica, non è mai scarsa, e non ha bisogno delle prove del metodo sperimentale: le prove di realtà e di verità non sono sperimentabili.

Un altro contributo interessante di Einstein è questo: in una lettera a Erwin Schrödinger (1887-1961) nel 1935 scrive che "la vera difficoltà sta nel fatto che la fisica è un tipo di metafisica; la fisica descrive la realtà. Ma noi non sappiamo che cosa sia la realtà, se non attraverso la descrizione fisica che ne diamo di essa".

Einstein esplora i paradossi dell’aristotelismo. Gödel è andato più avanti di lui nell’esplorazione dei paradossi, ma il suo interesse per Kant gli impedisce di giungere alla chiarezza di Einstein rispetto alla realtà. Einstein capisce che la realtà non esiste come già data. E non scambia la descrizione delle ipotesi pragmatiche per la realtà; senza procedere oltre nell’invenzione della scienza.

La vera difficoltà sta nella fisica come meta-fisica. Una costruzione fantastica. Un discorso intorno a Dio, che giochi più o meno a dadi. Non c’è teologia, non c’è la logia di Dio, Dio è senza logia, Dio è senza discorso, perché Dio non è greco, solo di un dio greco c’è la logia: per l’appunto, la mitologia.

La teologia greca è un politeismo, gli dèi sono animali: tori, serpenti, mucche, capre... La carne è incarnata, rappresentata; non il verbo che si fa carne, ma la carne che si mette a parlare e parla anche e soprattutto per bocca degli animali, e anche l’uomo partecipa come animale politico, ovvero parla la lingua d’Aristotele.

Per Verdiglione, nella conferenza sulla "quantità" (23 giugno 2003, inedita): "la fisica è una creatura ontologica. E il discorso sulla fisica si chiama metafisica".

Oltre la fisica? La realtà è il fantasma che resta una volta tolti il pragma e la verità; per questo la realtà sarebbe vera o falsa, ovvero rispondente al modo d’interrogazione della filosofia. La conoscenza del vero e del falso, del bene e del male comincia con la dottrina della reminiscenza, ovvero della realtà già data nel ricordo.

Il postulato è che Dio ha scritto il mondo in linguaggio matematico (questione ripresa da Galilei), ossia algebrizza e geometrizza, anziche operare. Cioè che l’idea preceda il due, lo zero, l’uno, il tre, l’infinito. La quantità come cifrema si costituisce per il malinteso (espunto dalla fisica e dalla metafisica).

Mentre la quantità sostanziale e mentale non basta mai (bulimia), dalla materia all’antimateria: ovvero l’assenza di sostanza è sempre sostanziale e quindi il rifiuto non è sospeso. La quantità potenzialmente infinita finisce. Il potenziale trova l’apoteosi nell’impotenza. Il fantasma di morte ha la struttura del cerchio.

Non c’è più fisica come scienza del reale, perché il reale è l’impossibile: il non dell’avere e il non dell’essere; e tra i due impossibili c’è la contingenza, il pragma, senza più tabù del fare. Non c’è il non del fare. Se il fare fosse toglibile, gli umani prenderebbero la realtà come una vagina celeste, alla Schreber. Vedrebbero la caverna platonica come utero della grande madre.

Ipotesi fantastica né più né meno di certe ipotesi dell’astrofisica. Nella caverna platonica gli schiavi fluttuano nel liquido amniotico, nel grande utero: cioè sono tutti figli della grande madre.

Nel dialetto di Heidegger sono tutti esseri per la morte, e la loro fisica è un insieme di ricette utile alla previsione della stessa realtà intrauterina. È sempre l’ontologia che sostiene di dire la verità della realtà. E l’ontologia che cosa richiede? Richiede i doganieri dell’essere, i maieutici, le levatrici dei soggetti alla morte, per i quali determinismo e indeterminismo, casualismo e probabilismo servono solo a erigere la lista quantitativa dei mali e dei beni, perché dovrebbero dire che cos’è il bene e che cos’è il male per la caverna, al solo scopo di gestirne la circolazione. Così il bene di un attimo è il male un attimo dopo.

E sicuramente verranno abbandonati i modelli del big bang e dei buchi neri per altri modelli, che da non standard diventeranno standard, eccetera. Inseguendo modelli sempre più aderenti ai luoghi comuni di un’epoca che sopravvive sulle rovine di quella precedente. Non a caso, Tullio Regge e Giulio Peruzzi scrivono: "La speranza è che i dati sperimentali possano alla fine fornire indicazioni precise ai teorici, togliendo di mezzo modelli non aderenti alla realtà". Ma non c’è la fine.

Dalla corda all’onda (anche nella curvatura dello spazio-tempo) si tratta sempre della curva come modello dell’itinerario, che pare risolvibile come composizione di segmenti di cerchi di diametri differenti (più o meno aderenti alla realtà).

Gli umani che vivono nello spazio-tempo curvo inseguono la quadratura. L’astrofisica insegue la quadratura dell’universo sferico. E dall’asfera alla bottiglia di Klein potrebbe bersi tutto il brodo universale. Anche Cantor, come Leonardo, insegue la quadratura del cerchio, e lungo questa ipotesi deduttiva esplora i paradossi della trigonometria e inventa il transfinito. David Hilbert l’ha chiamato il paradiso di Cantor. La quantità è indice del transfinito e proprietà della struttura del pragma, e sfocia nel superfluo.

Il quanto attraverso la scrittura diviene il quale.


Gli altri articoli della rubrica Cifrematica :












| 1 | 2 | 3 | 4 | 5 |

30.07.2017